Il corpo umano, erede di una lunga storia d'amore

Xavier Le Pichon, docente ordinario di geodinamica e fondatore degli studi della tettonica a placche è considerato fra i maggiori geofisici del XX secolo. Nato nel 1937 ad Annam, nell’attuale Vietnam, Le Pichon vive dal 1976 con la sua famiglia in una delle comunità de l’Arche, istituzione fondata da Jean Vanier, insieme con persone portatrici di handicap. Il brano che proponiamo è tratto dall’opera Alle radici dell’uomo, pubblicata in Italia nel 2002. In questo saggio l’Autore rilegge la lunga storia evolutiva della vita e dell’uomo alla luce della sensibilità che egli ha acquisito verso la dimensione di fragilità dell’essere umano. È in particolare la cura verso il più debole ad aver contribuito in modo determinante ad averci reso umani. La sofferenza e il dolore, intrinsecamente legati alla dimensione corporea della nostra condizione, sono al tempo stesso luogo dell’amore e della rivelazione di Dio.

Stupisce che come scienziato io possa essere credente. Gli scienziati sono diversi dagli altri uomini? Si dice ancora: ma non c'è, in questo, una vera schizofrenia? Come accostare due mondi così diversi come quello della fede e della scienza sperimentale? Questa domanda mi ha sempre stupito; chi me la rivolge non ha alcun problema a comprendere che il musicista esperto di fisica possa avere due dialoghi differenti con la musica: uno come esperto di acustica e l'altro come melomane. È schizofrenico per questo?

Quelli che non hanno fatto l'esperienza del mondo interiore potrebbero obiettare che esso è sorto in risposta a un bisogno e che non ha realtà fuori di me. Questi avrebbero domandato al generale Lyautey, che in fatto di musica apprezzava solo La marsigliese, di dare un giudizio sulla natura del sentimento musicale? Almeno da centomila anni, miliardi di uomini hanno provato sentimenti religiosi. Questa moltitudine ha scoperto, come dice Pascal, che l'uomo oltrepassa infinitamente l 'uomo. Milioni di persone si sono impegnati in un'avventura mistica. Hanno avuto l'evidenza che il mondo interiore ha una realtà, anche se non può essere comunicata, poiché è intima e eminentemente personale. Parafrasando Kierkegaard, direi che hanno avuto la certezza di aver raggiunto la verità, perché questa era diventata vita in loro. Un atteggiamento di reciproco rispetto richiede che coloro che non hanno fatto questa esperienza sospendano il giudizio e coloro che l'hanno fatta non tentino in alcun modo di imporla agli altri. […]

Da sempre l'atteggiamento religioso ha permesso all'uomo di scoprire la presenza di Dio nella natura, poiché la creazione è così fatta da permetterci di risalire a lui. Il Vangelo di Giovanni dice che Dio è Luce, è Vita, è Amore, e ha creato un universo a sua immagine, che è luce, vita e amore. Prima è stata la luce, l'ha seguita la vita, ma, come ricordava Teilhard de Chardin, solo con la comparsa dell'uomo l'amore è emerso dalla creazione. Questa era dunque incompiuta senza la sua presenza. L'uomo è destinato a introdurre l'amore dentro la materia e a darle la vera finalità. Dio ha così fatto di lui un co-creatore che deve completare la creazione affidatagli, sottoponendola al regno dell'amore.

Oggi sappiamo di essere il risultato di una lunghissima storia, quella dell'universo, del cosmo. La rivelazione [biblica] ci dice che è una storia d'amore, quella del Padre infinitamente misericordioso verso le creature, che chiama a condividere la sua vita. La nostra epoca è la prima a permetterci di decifrarla. Scopriamo che l'uomo compendia in sé la storia dell'universo attraverso una memoria misteriosa ma certa, legata al modo stesso in cui i sensi sono stati acquisiti e si sono sviluppati lungo il corso dell'evoluzione dei viventi, generata dall'energia contenuta nella singolarità iniziale, lo zero; a partire da qui gli astrofisici datano gli avvenimenti dell'universo.

Non sostengo che queste nozioni siano iscritte nell'inconscio, come gli archetipi di Jung, ma che siano iscritte nei nostri geni, nell'architettura dei nostri sensi, modellati e formati nel corso di una lunghissima storia, dove luce, aria, acqua, fuoco e terra hanno svolto un ruolo essenziale. In seguito a questa evoluzione, a contatto con gli elementi che potremmo definire primordiali, i nostri sensi hanno acquisito una percezione che riassume la storia della vita. Non si può capire l'uomo, se ci si limita alla sua memoria, conscia o inconscia, individuale o collettiva. Bisogna risalire ben oltre i tre milioni di anni durante i quali si è compiuta l'evoluzione dell'uomo.

La nostra memoria profonda riflette il modo in cui si sono formati i nostri sensi. Così, il senso del tatto è stato plasmato, orientato, e in gran parte determinato molto prima della comparsa dell'uomo, durante la lunga vita dell'essere vivente nascosta, per circa tre miliardi di anni, in ambiente liquido. L'evoluzione successiva ne è stata influenzata profondamente. Il tatto non sarebbe lo stesso, se i nostri antenati non fossero vissuti tre miliardi di anni nell'acqua.

Se guardiamo le cose da credenti, è chiaro che Dio ha dato una grande importanza alla formazione dei nostri sensi, a partire dal tatto. Dio che in se stesso è comunicazione, essendo Amore, ha scelto di comunicare con noi tramite i nostri sensi, dentro l'universo della materia. Si serve degli elementi che hanno plasmato l'essere vivente, per far entrare l'uomo in comunicazione d'amore con lui. La ragione e la capacità riflessiva che l'accompagna ci sono state donate anzitutto perché possiamo entrare in questa comunicazione d'amore, abbandonandoci in piena libertà. […]

Giovanni, i cui scritti parlano costantemente il linguaggio dell'amore, nella prima lettera rivela la gerarchia della comunicazione amorosa:

Ciò che era fin dall'inizio,
ciò che abbiamo udito,
ciò che abbiamo visto con i nostri occhi,
ciò che le nostre mani hanno toccato

del Verbo di Vita. [1Gv 1,1]

L'amore chiama e richiede il tatto. È possibile immaginare di amare una persona con passione senza averla mai toccata? Nel neonato il tatto è il primo dei sensi e il più sviluppato; nel morente è l'ultimo a scomparire ed è il solo che un essere vivente conserva, finché gli resta un filo di vita. È il senso che permette di vivere nell'atto sessuale una comunione misteriosa. Non è consolante sapere che questo senso, plasmato e affinato in tre miliardi di anni di evoluzione, che ogni uomo possiede, perfino il neonato o l'infermo più grave, anzi ogni essere vivente possiede, sia stato scelto da Dio come mezzo privilegiato di comunicazione con la nostra coscienza più profonda, più nascosta, la nostra coscienza d'amore?

Se l'uomo deve essere caratterizzato come animale razionale, le persone con handicap mentale grave diventano soggetti di scandalo, nella misura in cui non raggiungeranno mai la pienezza di una coscienza riflessiva. Ma se in assenza di razionalità non possiamo comunicare con Dio, perché Gesù ci invita a diventare bambini? Perché ci invita a rinascere? L'uomo non è fatto per essere amato? Non è l'essere nel quale una lunga evoluzione ha aperto, tramite i sensi, una grande capacità di amare? Non è l'essere che Gesù chiama a un dono totale e alla fiducia nell'amore del Padre? La ragione non deve essere prima di tutto al servizio dell'amore?

Qui entriamo nel cuore del mistero della creazione, del ruolo della materia nella comunicazione con Dio. In molti mistici la comunicazione con l'universo, vissuta nell'armonia, porta a una specie di panteismo. Il Dio che si trova in questa comunione con l'universo rimane inafferrabile, indefinibile: non si conosce il suo nome. Con Gesù questa comunicazione ci conduce a un amore verso una Persona, un Uomo, e per mezzo di lui, verso il Padre, verso lo Spirito Santo. Da un'esperienza d'armonia, di quiete, che attraverso la creazione ci mette in contatto con il Dio creatore, passiamo a un'esperienza d'amore personale, che ci unisce direttamente alle Persone divine, con Gesù e in Gesù.

Questo è il punto fondamentale. Il Figlio di Dio ha voluto incarnarsi nel seno di una donna per offrire agli uomini una nuova relazione d'amore che possa metterli in contatto diretto con le tre Persone divine. Di questo rapporto d'amore egli ci ha dato l'esempio compiuto, vivendolo nella sua carne e nel suo sangue. Non è venuto come un cosmonauta indossando una tuta di soccorso per penetrare in un ambiente che gli è estraneo. Conserva il suo corpo di uomo per l'eternità. Ciò significa che il suo corpo umano ha capacità eccezionali di amore che scopriremo pienamente solo nell'eternità.

Gesù, figlio di Dio e figlio dell'uomo, fin dal primo istante della sua vita umana, riassumeva, riviveva e dava significato a tutta la storia dell'universo della materia rivelando che l'universo era fatto per l'amore. Con Gesù l'universo trovava, finalmente, il suo cuore. Gesù ha voluto rivelarci che il segreto dell'universo era questa relazione d'amore, vissuta nella carne, ma una carne tutta impregnata di Spirito Santo. […]

Gesù ha preso l’umanità così com’era. Non ci ha tolto nessuna responsabilità affidataci, qualunque sia stato l’uso che ne abbiamo fatto. Continuiamo a condividere con Dio la dignità di co-creatore, ma egli ci propone una dignità ancora più elevata, quella di co-redentore, per combattere con lui il male che si è introdotto dentro la sofferenza e la morte. Ecco perché ha l’audacia straordinaria di presentare la sua croce come strumento a vita. Siamo talmente abituati, almeno alcuni di noi, a vedere immagini del crocifisso, che non ci rendiamo conto di quanto sia impressionante l’esperienza della morte che esse offrono alla venerazione dei credenti. Eppure, questa croce è la prova dell’amore estremo di Dio per noi. Dopo la risurrezione Gesù mostra agli apostoli le sue piaghe, diventati segni d’amore per l’eternità. Non solo ha preso un corpo d’uomo facendo entrare, definitivamente, l’uomo in Dio che è Trinità, ma con la croce ha introdotto la sofferenza nel cuore di Dio, sofferenza divenuta segno del suo immenso amore. Dio prende il mondo com’è, come l’uomo lo ha reso, nel suo insieme di sofferenze e di peccato, e ci propone di trasformarlo con l’amore, facendo leva sulla potenza del suo sacrificio in croce, croce diventata gloriosa per la sua vittoria sul male. […]

La vita dei mistici ci mostra che le angosce possono generare sofferenze molto profonde non collegate al male, ma all’esercizio della nostra libertà lungo la notte della fede. La sofferenza diventa inevitabile per accogliere Dio nella debolezza della nostra carne, nell’angoscia esistenziale, dovuta al fatto che languiamo per non poter avere l’amore nella sua pienezza, e non poter corrispondere ad esso totalmente. Questa sofferenza non è legata né al male, né alla purificazione, è creata dalla tensione di tutto il nostro essere verso l’amore assoluto, che supera le capacità del nostro corpo su questa terra.

 

Xavier Le Pichon, Alle Radici dell’Uomo. Dalla Morte all’Amore, Edizioni Messaggero, Padova, 2002, pp. 155-156, 157-159, 160-161, 166-167.