Ecce Homo. Accogliere la sofferenza è il segno della nostra umanità

Come sapevo dalla mia esperienza scientifica, i punti deboli, le imperfezioni, i difetti favoriscono l'evoluzione di un sistema. Un sistema che è troppo rigido perchè non ha bisogno di evolvere. Questo è vero in politica ed è vero in società, nella famiglie e in natura. Un sistema che si svolge perfettamente e pienamente, senza difetti, è un sistema chiuso che può evolvere solo attraverso un sommovimento più grande: l'evoluzione avviene attraverso rivoluzioni. [...]

Succede lo stesso in ogni sistema che si evolve. Contrariamente a quanto spesso si pensa, le parti deboli e imperfette sono spesso quelle che consentono l'evoluzione senza che avvenga rivoluzione. Questo è vero per l'evoluzione della vita che è in gran parte basata sulla ricorrenza di errori di codice durante la duplicazione dell'informazione genetica. Ci si può chiedere se questo non sia vero anche per le nostre società. Noi tendiamo a tenere separati gli individui che sono adatti alla nostra vita sociale da quelli che hanno difficoltà a seguire il passo loro imposto dal nostro stile di vita. Eppure una società che separa i membri produttivi dagli altri, considerati come peso morto, persino come individui marginali o esclusi, è una società dura, caratterizzata da conflitti e spesso dal rifiuto totale delle minoranze. È triste e pessimistica. Al contrario, una società dove tutti sono ben integrati ha una struttura molto più adattabile, con un modo di vita multiforme, più facile e più conciliante. È spesso più felice e ottimista.

È necessario approfondire ulteriormente. Una società che sia composta esclusivamente di individui uniformi, senza alcuna eterogeneità, è una società più rigida e più dura. Ho fatto esperienza di queste comunità sulle navi oceanografiche, dove ho trascorso buona parte della vita. Per la maggior parte del tempo c'erano a bordo solo uomini giovani e di mezza età: l'equipaggio formava una comunità piuttosto rude. Bastava la presenza di una sola donna oceanografica per cambiare completamente l'atmosfera.

Quando si esamina un qualunque sistema è pertanto necessario studiarlo come un tutto. Il suo funzionamento è determinato dalla interazione di tutte le parti. L' eliminazione di parti che possono apparire meno efficienti può cambiare in modo significativo il funzionamento globale e può effettivamente impedirgli di funzionare del tutto! [...]

La specie umana è situata nel lignaggio delle società animali sessuate che nella loro evoluzione hanno investito enormi quantità di energia nella riorganizzazione della società intorno alla loro prole allo scopo di proteggerla, educarla e portarla all'età adulta. Un aspetto essenziale che conduce agli esseri umani è il prolungamento della fase iniziale di crescita e di conseguenza dell' apprendimento, con la concomitante riduzione dei comportamenti innati. Ma il prolungamento della fase di crescita fetale e infantile comporta di conseguenza neonati del tutto immaturi, totalmente impotenti. Questo lungo periodo di dipendenza non sarebbe stato possibile senza lo sviluppo di relazioni affettive privilegiate tra bambini e genitori. Sigmund Freud ci ha aiutati a comprendere l'importanza delle relazioni figli-genitori nella costruzione delle nostre personalità, importanza così cruciale da condizionare la nostra sopravvivenza. Non si deve dimenticare che una porzione significativa del nostro cervello è preposta all'elaborazione delle nostre emozioni. Lo sviluppo molto grande del cervello degli antenati pre-umani all'Homo Sapiens riflette per una buona parte l'accresciuto posto assunto da questo tipo di processo. L'infanzia costituisce così un evidente polo di fragilità e vulnerabilità intorno a cui le società umane si sono strutturate.

Ma questo non è l'unico polo, perché le società umane dedicano un grande sforzo nel prendere in considerazione nella loro organizzazione sofferenza e morte, che costituiscono così un secondo polo di fragilità e vulnerabilità. Il dolore fisico, come la paura, sono meccanismi di allarme che giocano un ruolo decisivo nel processo decisionale necessario alla sopravvivenza degli individui, tanto negli animali quanto nell'uomo. Essi svolgono pure un importante ruolo a livello della comunità. Oltre il dolore fisico c'è la sofferenza interiore. Per esempio, la rottura, dovuta alla morte o alla partenza, di una relazione di dipendenza molto forte tra due individui può portare a un deperimento per l'affiliazione o persino alla morte. Questa è la ragione per cui sono dette umane. In francese, come in italiano, la parola "umano" ha un doppio significato: esprime l'appartenenza al genere umano (human in inglese) ed anche l'umanità (human in inglese), cioè la qualità di una persona capace di compassione, che è sensibile alla sofferenza del suo prossimo e cerca di alleviarla. Un essere umano infatti può comportarsi in modo non umano! Allo stesso modo, una società è umana nella misura in cui si prende cura delle vite di coloro che soffrono di più, senza rifiutarli né metterli al margine. [...]

La storia della vita sulla Terra mostra che l'uomo è inserito nel flusso della vita. e che non c'è una radicale rottura né nella struttura genetica né nel comportamento passando dai primati agli esseri umani. Aristotele scrisse che tutto quello che è comune all'uomo e all'animale non è specifico dell'uomo. Con le scoperte della scienza, il dominio di ciò che è comune agli uomini e agli animali è andato crescendo nel tempo. Minacciato nella sua identità, l'essere umano cerca di stabilire una separazione tra se stesso e il resto degli esseri viventi definendosi, secondo Cartesio, come essere capace di ragione. Come affermato da Damasio, definire l'esistenza sulla base del pensiero fu l'errore di Cartesio: "Io penso, dunque sono". Gli studi scientifici moderni ci hanno portati ad asserire il contrario: "Io sono, dunque penso". Tutto quello che noi siamo e il modo in cui noi pensiamo e reagiamo al mondo circostante dipende dai nostri sentimenti e dalle nostre emozioni, fra le qual svolgono un ruolo maggiore quelle che sono collegate al dolore e alla sofferenza. La ragione non è una entità autonoma separata dal nostro corpo. Può essere compresa solo entro il complesso sistema di interazioni del nostro corpo con l'ambiente.
Giovanni Paolo Il nel suo libro "Varcare la soglia della speranza"s critica in modo simile il razionalismo puro di Descartes "che ha, in un certo senso, separato il pensiero dall'esistenza vista nella sua integralità e lo ha identificato con la ragione stessa". Giovanni Paolo II aggiunge: "Quanto è diverso da san Tommaso d'Aquino per il quale non è il pensiero che determina l'esistenza, ma al contrario è l'esistenza, il fatto di esserci, che determina il pensiero. lo penso come penso perché sono ciò che sono" Per scoprire chi egli è, l'essere umano non dovrebbe temere di ricollocarsi nel flusso della vita e riconoscere la comune eredità che condivide con gli esseri viventi contemporanei. È nella misura in cui riconosce le somiglianze che sarà in grado di identificare le sue specificità.
Un grande numero di ricerche cerca oggi di valutare il ruolo della capacità altruistica nel funzionamento delle società umane.La maggior parte delle teorie proposte considerano la benevolenza nient'altro che una forma mascherata di interesse personale. Qualunque siano le motivazioni di questo comportamento altruistico, il riconoscimento del "prossimo", nella sua sofferenza o nella sua morte, come un altro "se stesso" può condurre al rifiuto dell'altro, rifiuto che accentua il nostro isolamento aumentando la nostra paura dell'altro. O può portarci ad accettarlo con le sue ferite, consentendoci così di trascendere la nostra sofferenza, di trascendere la morte. Trascendere la nostra paura del dolore, mentre accogliamo la persona sofferente e la poniamo nel cuore della nostra comunità, e trascendere la nostra paura della morte mentre coltiviamo il ricordo dei nostri morti sono stati a mio parere i fattori più importanti della nostra umanizzazione. Il confronto con la sofferenza e con la morte, viste come specchi della propria sofferenza e della propria morte, obbliga l'uomo a un superamento altruistico che diviene superamento metafisico, artistico, poetico. Questa è stata probabilmente l'origine della metafisica, dell'arte e della poesia, che ci danno la capacità di proiettarci oltre la realtà immediata delle difficoltà della nostra vita.
Ma qual è la sorgente di questo prodigioso sforzo? Non è altro che la persona ferita, sofferente, handicappata, morente o anche morta. Questa persona sofferente è il fermento per la trasformazione di uomini e donne, e oltre questi dell'intera società umana. Qui si tocca il profondo mistero che circonda sofferenza e morte. Tutto capita come se l'umanizzazione sia comparsa con la progressiva scoperta da parte degli esseri umani della propria fragilità e vulnerabilità mentre andavano crescendo la loro coscienza riflessiva e la loro capacità di proiettare se stessi nel passato e nel futuro. Gli esseri umani diventavano più umani nella misura in cui essi andavano scoprendo il loro prossimo sofferente come "loro propria carne".
Fattori fisiologici come la progressiva retro-inclinazione del cranio o fattori tecnologici come la capacità di fare utensili sono spesso privilegiati quando si considera l'evoluzione che porta alla comparsa dell'Homo Sapiens, mentre i fattori psicologici non sono in genere neppure considerati. Eppure è possibile dubitare che fattori psicologici abbiano svolto un ruolo importante in questa evoluzione? Vivendo in una società eterogenea, con quelli che lo precedono e annunciano il suo futuro come pure con quelli che lo seguono e che egli dovrà lasciare, colpito dal dolore e dalla scomparsa di coloro con cui condivide la sua vita, l'essere umano ha una necessità vitale di trascendere questo brutale confronto con la fragilità e la vulnerabilità degli altri che lo rimandano alla propria angoscia esistenziale mentre è immerso nell'oscuro mondo delle sue paure.
Questo non significa che le società umane diventino sempre più umane con il passar del tempo. Per essere umana una società deve tenere in conto il valore unico di ciascuno dei suoi membri, e più particolarmente di coloro che sono troppo deboli per difendersi. Chiaramente, le società umane non hanno mai realizzato in modo perfetto questo obiettivo. Alcune sono state particolarmente dure e l'evoluzione della umanizzazione non è stata lineare. Ci sono stati alti e bassi nella lunga storia dell'Homo Sapiens, alti e bassi che possono essere identificati considerando come furono presi in conto questi due poli di fragilità legati all'infanzia, alla infermità, all'handicap, all'invecchiamento e alla morte.

 

X. Le Pichon, Ecce Homo. Accogliere la sofferenza è il segno della nostra umanità. La compassione, come risposta dell’uomo alla sofferenza. Conferenze tenute all’Istituto Cottolengo di Torino, dicembre 2008, in «Magis - Quaderno di Spiritualità», Casa Mater Unitatis, Druento 2009, pp. 6-9 e 16-18.