Tutte le cose hanno origine dal moto caotico dei primi elementi

In sintonia con quanto affermato tre secoli prima in ambiente greco dagli “atomisti” Leucippo e Democrito, Lucrezio sviluppa in ambiente latino l’idea che l’origine di tutte le cose proviene da un caos primordiale. La sua filosofia è formulata in certa opposizione verso il pensiero stoico, che enfatizzava invece la presenza di una intelligenza immanente ai fenomeni della natura, vista anche come fondamento di una legge morale che chiedeva di vivere “secondo natura”, ovvero secondo il logos in essa presente. Lucrezio sostiene che la realtà originaria, capace di causare le varie configurazioni di tutte le cose, è il “moto caotico degli elementi”. Non siamo di fronte ad un primo motore immobile, che trasmette energia e movimento ad ogni altro corpo, come per Aristotele, bensì ad un movimento eterno, al quale concorrono tutti i corpi. Gli incontri e gli scontri, il sommarsi e il sottrarsi degli elementi, sono per Lucrezio sufficienti a giustificare l’apparenza del molteplice. Tale impostazione spinge il filosofo latino verso una critica agli dèi, concepiti come cause illusorie che, con il loro voleri e i loro fini, avrebbero determinato il configurarsi di tutte le cose. Ne nasce una conseguente negazione del finalismo e della provvidenza, intese come “forze” che guidano estrinsecamente il moto delle cose. In realtà le argomentazioni di Lucrezio sono limitate al piano del moto, dell’energia, del movimento, o comunque orientate e dare una giustificazione solo di essi. La finalità, pertanto, riguarda per lui quasi esclusivamente l’origine e la direzione dei movimenti. Restano fuori dalla critica di Lucrezio gli aspetti più profondi del finalismo, quelli legati alle forme, alle proprietà e alla natura specifica di ogni ente, aspetti ad esempio trattati nella filosofia della natura di Aristotele. Il dibattito pro o contro il finalismo non si esaurisce nell’origine del moto, come ritenevano gli atomisti, ma investe le ragioni profonde delle cose, le loro essenze e le loro nature, che anche i “corpi materiali caotici” e gli “atomi” devono in qualche modo possedere. È tuttavia di interesse la critica di Lucrezio all’idea che la formazione degli organi del corpo umano fosse “finalizzata” alle funzioni che tali organi avrebbero poi realizzato, perché previste da un piano intelligente. In realtà, osserva giustamente Lucrezio, sul piano empirico del moto e delle cause efficienti, la formazione degli organi precede il loro impiego. Non sono stati “pensati” per la funzione, ma grazie ad essi la funzione si sviluppa. Le cause formali e finali operano però su un livello diverso di quello segnalato da Lucrezio. Il piano del mondo e di ogni cosa può essere custodito nella mente di un Creatore intelligente ed esplicarsi nel tempo dando origine prima agli organi e poi alle funzioni. Sul piano scientifico, gli approcci della system biology suggeriscono oggi che la formazione degli organi, anche nella storia evolutiva delle diverse specie, risponde ad una logica d’insieme del vivente e non solo al “filtro” della selezione naturale. Ma questo Lucrezio non poteva saperlo.

Moti e combinazioni degli atomi (II 80-141)

Se credi che i primi elementi (primordia rerum) possano trovar sosta, e nel riposo generare tuttavia nuovi moti alle cose, ti svii molto lontano dalla retta ragione. Poiché vagano per il vuoto, è forza che tutti i principi delle cose si muovano o per il loro peso o talora per l’urto d’un altro elemento. Quando infatti nel muoversi più volte s’incontrano e s’urtano, avviene che in parti opposte rimbalzino a un tratto: né fa meraviglia, perché sono durissimi per il loro peso solido e nulla a tergo li ostacola. E affinché meglio tu veda I’agitarsi di tutti i corpi della materia, ricorda che nell’intero universo non c’è un fondo, né i corpi primi hanno dove posare, poiché lo spazio è senza fine e misura; e come immenso s’apra in ogni direzione intorno, ho dimostrato a lungo, provandolo con sicuro ragionamento. Poi che questo è certo, non fa meraviglia se nessun riposo è dato ai corpi primi entro il vuoto profondo, ma travagliati da un moto incessante e diverso, parte scontrandosi rimbalzano per lunghi intervalli, parte anche sono scagliati a breve distanza dall’urto. Quelli che in più ristretta compagine entro esigui intervalli si scontrano e balzano via, impacciati dalle loro stesse figure intricate, formano le radici robuste della pietra e le rudi masse del ferro e le altre cose simili a queste. Gli altri atomi, che vagano anch’essi per il grande vuoto, in piccolo numero saltano lontano e lontano rimbalzano a grandi intervalli: questi ci donano I’aria sottile e gli splendidi raggi del sole; ma oltre a questi molti altri vagano per il vuoto immenso, che sono stati esclusi dagli aggregati dei corpi e in nessun luogo ancora hanno potuto essere accolti e armonizzare i loro moti. Di questa realtà, come dico, una parvenza e un’immagine davanti ai nostri occhi sempre si aggira e incalza. Tu guarda attento, ogni volta che raggi filtranti infondono la luce del sole nel buio delle stanze: vedrai sospesi nel vuoto molti corpi minuti mischiarsi in mille modi proprio nella luce dei raggi, e come in guerra eterna muovere assalti e battaglie scontrandosi a torme senza conceder mai tregua, scompigliati da rapidi congiungimenti e dissidi. Di qui puoi intendere quale sia I’eterno agitarsi dei primi elementi nell’immenso vuoto, per quanto una piccola cosa può dare una immagine di grandi fatti e una traccia di lor conoscenza. Ancora più giusto è per questo che tu volga I’animo ai corpi che si vedono agitarsi in un raggio di sole, perché quel turbinio rivela anche che in essi si celano moti segreti e invisibili della materia. Vedrai lì molti corpi, stimolati da ciechi urti, mutare cammino e tornare indietro respinti or qui or là in ogni direzione attorno. Certo dai princìpi viene a tutti questo moto errante. Primi da sé si muovono i princìpi della materia; poi quei corpi che sono di struttura sottile e ancora quasi prossimi all’energia dei princìpi, spinti dai loro ciechi urti si mettono in movimento e a loro volta stimolano altri corpi poco più grandi. Così dai princìpi il moto ascende ed emerge a poco a poco ai nostri sensi, fin che si vedono muovere anche quei corpi, che possiamo scorgere in un raggio di sole, ma per quali impulsi ciò facciamo non appar manifesto.

 

Negazione della Provvidenza (II 167-181)

Ma contro queste verità alcuni, ignari dell’essenza della materia, credono che la natura non possa senza cenno divino, così bene armonizzando con i bisogni degli uomini, variare le stagioni dell’anno e creare le messi e tutte le altre cose, alle quali invita gli uomini e da sé li conduce la guida della vita, il divino piacere, con le lusinghe di Venere allettandoli a rinnovare le stirpi, perché la specie umana non si estingua. Ma quando favoleggiano che per causa degli uomini abbiano gli dèi ordinato tutto l’universo, è evidente che in tutto questo si sono smarriti molto lontano dalla retta ragione. Se anche ignorassi quali sono i princìpi delle cose, questo però oserei affermare dalle stesse vicende del cielo e sostenere in forza di molti altri fatti, che non certo per noi dal volere divino è stata creata la natura del mondo: di tanto male è ingombra.

 

Polemica contro il finalismo (IV 823-857)

Qui voglio che tu fugga a ogni costo quel vizioso ragionamento, ed eviti con ogni cautela l’errore di credere che il limpido lume degli occhi sia stato creato perché possiamo vedere; e per consentirci di muovere lunghi passi, le estremità delle gambe e delle cosce fondate sui piedi possano piegarsi; o, ancora, che gli avambracci siano congiunti ai bracci robusti, e ci siano date le mani come ancelle ai due lati, perché possiamo compiere quanto occorre alla vita. Tutte le altre spiegazioni di tal genere, che gli uomini danno, stravolgono la verità con assurdo ragionamento, perché nessun organo si è formato nel corpo per consentirci di usarlo, ma ciò che è nato genera poi I’uso. Né la vista fu prima che nascesse il lume degli occhi, né I’esprimersi con la parola avanti che fosse creata la lingua, ma piuttosto la nascita della lingua precorse di molto il parlare, e le orecchie furono create ben prima che s’udissero i suoni, e insomma tutte le membra esistettero, io credo, prima che sorgesse il loro uso. Non poterono, dunque, formarsi in vista dell’uso. Al contrario, azzuffarsi nella mischia della battaglia e lacerare membra e bruttare il corpo di sangue, furono molto prima che volassero i lucidi dardi, e la natura costrinse a evitar le ferite prima che il braccio sinistro, educato dall’arte, opponesse a difesa lo scudo. E, certo, abbandonare il corpo stanco al riposo è assai più antico che le morbide coltri del letto, e spegnere la sete nacque prima dei calici. Si può credere dunque che in vista dell’uso siano stati scoperti questi oggetti, ispirati ai bisogni della vita. Ma sono a parte tutte quelle altre cose che, già prima formate, suggerirono poi la nozione della loro utilità. Tra queste in primo luogo vediamo i sensi e le membra; dunque più che mai sei lontano dal poter credere che per l’utile loro funzione siano stati creati.

   

da Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, II 80-141, II 167-181, IV 823-857, tr. it. a cura di A. Fellin, UTET, Torino 2004, pp. 137-143 e 307-309