Prima del profitto, l’essere umano. La visione di Adriano Olivetti

Leonardo Laterza
Dottore di ricerca in Scienze dell'Economia Civile -l Università LUMSA di Roma

Qual è il fine ultimo in vista del quale l’imprenditore fa quel che fa? La teoria economica ha a lungo risposto con una sola parola: profitto. Eppure la realtà economica è più ricca e più varia di quanto i manuali di microeconomia lascino intendere. Accanto all’impresa capitalistica, tesa alla massimizzazione del profitto, esistono imprese cooperative, imprese sociali, imprese pubbliche, ciascuna animata da un fine diverso.

L’irriducibilità dell’impresa al profitto è al cuore dell’eredità culturale e aziendale di uno dei più straordinari imprenditori italiani del Novecento. Chi era costui, e cosa voleva al posto del profitto, o meglio, prima di esso, è una storia che vale ancora la pena raccontare.

Nato l’11 aprile 1901 a Ivrea, figlio di Camillo Olivetti, il fondatore della celebre fabbrica di macchine da scrivere, Adriano Olivetti crebbe dentro l’azienda di famiglia, affiancando, sin da adolescente, operai e tecnici. Si laureò in ingegneria chimica e, per volontà del padre, si recò tra il 1924 e il 1925 negli Stati Uniti per un semestre di ricerche e visite nelle industrie più avanzate e successivamente un anno a Londra, per diventare nel 1932 direttore generale della Olivetti. Da quel momento fino alla morte, avvenuta il 27 febbraio 1960, trasformò l’impresa Olivetti in una novità assoluta nel panorama industriale italiano e mondiale. Nel 1946 fondò le Edizioni di Comunità, casa editrice che rivela una dimensione ulteriore del suo progetto, poiché accanto all’Olivetti imprenditore c’è l’Olivetti pensatore politico, un aspetto, quest’ultimo, che meriterebbe ben più ampio approfondimento di quanto qui possiamo concederci.

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olivetti
Adriano Olivetti (1901-1960)

Il concetto di persona, in opposizione a quello di individuo, è lo snodo centrale del progetto imprenditoriale di Adriano Olivetti, senza il quale non è possibile comprendere l’origine, il fine e l’unità di fondo di tutto il suo agire economico. Uomo di profonda sensibilità religiosa – si battezzò con rito cattolico solo nel 1950, accostandosi definitivamente alla dottrina sociale della Chiesa, sebbene ne avesse già condiviso la visione durante tutto il suo operare –, Olivetti si nutrì del pensiero di Maritain, Mounier, de Rougemont, Saint-Exupéry, tentando appassionatamente di affermare, nelle dinamiche economiche, la persona umana nelle sue dimensioni spirituali, materiali e sociali. Ebbe, dunque, un obiettivo più profondo che quello di rendere massima la differenza tra ricavi e costi, ossia il profitto. Il profitto non fu da lui mai interpretato come la forma di remunerazione del capitale investito nel processo produttivo dal proprietario di capitalima come ricchezza da condividere democraticamente con i lavoratori, permettendo a tutti le condizioni di accesso ai diritti fondamentali della persona. E questo perché per Adriano la fabbrica esisteva innanzitutto per contribuire a una sempre maggiore elevazione della vita, attraverso l’affermazione dei valori scientifici, etici, estetici, economici. Una visione che comunicò ai suoi dipendenti attraverso parole divenute note soprattutto tra coloro che continuano, ieri come oggi, a lavorare per affermare un’economia civile:

Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell'indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? […] La fabbrica di Ivrea pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare [1].

Il profitto, dunque, nell’esperienza economica da lui animata, non si auto-giustificò come fine in sé ma trovò senso in quanto condizione necessaria per garantire all’impesa una sostenibilità economica di lungo periodo, e dunque come condizione irrinunciabile per far si che le sue fabbriche potessero essere mezzo di elevazione spirituale dell’uomo, al servizio della verità, della giustizia, della bellezza, dell’amore. Verità come libertà di ricerca; giustizia come equa redistribuzione della ricchezza prodotta; bellezza come armonia tra esigenze materiali e spirituali; amore, infine, rivolto all’essere umano, «[alla] sua fiamma divina, [alla] sua possibilità di elevazione e di riscatto» [2].

Questo amore per l’uomo, seppur detto brevemente, fa intuire ciò che alimentò e rinnovò dal di dentro il progetto olivettiano. Fu questo amore per l’elevazione della vita umana, ad imprimere, alle sue fabbriche – l’Olivetti, nella seconda metà degli anni ’50, contava 18 stabilimenti di cui 9 all’estero ed era presente in 177 paesi – alcuni tratti caratterizzanti che definiscono il modello di fabbrica olivettiana.

L’architettura degli stabilimenti era pensata affinché essi fossero luoghi di sviluppo integrale come egli ebbe a scrivere: «La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro, uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza» [3]. La bellezza fu criterio non solo estetico, ma anche organizzativo. La collaborazione con letterati, intellettuali, artisti, fu affermata come componente essenziale dello sviluppo aziendale, basato sulla regola del “principio delle terne” ovvero l’assunzione in azienda di una persona di formazione economico-legale e una persona di formazione umanistica accanto ad ogni nuovo tecnico o ingegnere. Egli si sforzò sempre e ovunque di radicare la fabbrica sul territorio di riferimento, al fine di farlo crescere materialmente, culturalmente ed esteticamente. Esemplare la costruzione dello stabilimento di Pozzuoli inaugurato nel 1955 sulla base di un progetto rispettoso dell’identità e dello spirito di quella terra.

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La "Lettera 22", macchina da scrivere portatile prodotta a partire dal 1950

Agli operai fu offerto un welfare aziendale – abitazioni, asili, colonie, servizi medici, culturali, di trasporto – ma non come strumento immediatamente pensato per renderli più produttivi. Verrebbe da chiedersi: non ci troviamo forse di fronte a ciò che oggi chiameremmo responsabilità sociale d’impresa? Molti sono i casi in cui la RSI oggi è strumentalizzata a fini commerciali (il cosiddetto greenwashing o socialwashing). Olivetti invece, consapevole che la fabbrica non fosse «un puro organismo economico, ma un organismo sociale che condiziona la vita di chi contribuisce alla sua efficienza e al suo sviluppo» [4], affronta radicalmente il problema del rapporto tra l’uomo, il lavoro e l’industria, affermando un welfare aziendale non di facciata ma come momento decisivo per la realizzazione della vocazione della fabbrica come leva per elevare la vita di tutti coloro che con essa entrano in contatto.

Un terzo tratto caratterizzante il modello olivettiano fu l’irrinunciabile centralità del lavoro umano. Olivetti comprese che il lavoro è tormento dello spirito quando non serve uno scopo alto e nobile ma anche che, attraverso di esso, la persona umana diviene più sé stessa. La disoccupazione, perciò, non fu per lui solo una grave fatto rilevante sul piano economico-sociale, ma un impedimento più profondo, poiché lo “ozio forzato” limita l’uomo nella sua natura creativa, come scrisse in questo passaggio, ricordando la più importante eredità lasciatagli dal padre:

La disoccupazione è la malattia mortale della società moderna; perciò ti affido una consegna: devi lottare con ogni mezzo affinché gli operai di questa fabbrica non abbiano a subire il tragico peso dell’ozio forzato, della miseria avvilente che si accompagna alla perdita del lavoro. [5]

Olivetti si impegnò per creare occasioni di lavoro. Ma il lavoro nasce solo attraverso la creazione di nuove imprese. Per questo motivo fondò nel 1954 l’Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale (I-RUR), in larga parte sovvenzionato dalla sua azienda, e che ebbe per scopo statutario quello di favorire la nascita di piccole imprese, cooperative, imprese artigiane nelle aree depresse d’Italia.

Il triste declino dell’azienda dopo la sua morte (1960) ebbe ben poco a vedere con le sue scelte – la Olivetti stava per conquistare una posizione di avanguardia anche in campo informatico, avendo costruito il primo prototipo di personal computer a transistor. L’“olivetticidio” fu determinato, piuttosto, da discutibili scelte imprenditoriali e finanziarie prese dopo la sua scomparsa e da un rovesciamento del rapporto tra mezzi e fini, tra il capitale e le mete spirituali.

Quella di Adriano Olivetti è certamente un’esperienza imprenditoriale grandiosa, perché grande fu il fine che Olivetti le impresse: l’elevazione materiale, culturale, sociale dell’uomo. La sua eccezionalità, tuttavia, non dovrebbe indurci a pensare che la realtà economica sia una monocultura di imprenditori capitalisti tutti dediti al “fare soldi”. La personale frequentazione di imprenditori, durante gli anni del dottorato in Economia civile, mi ha consentito di rilevare la presenza, nei loro discorsi, di un elemento che nella maggior parte dei casi viene ben prima del profitto: la tensione a un progetto da realizzare, in genere insieme ad altri. L’intrapresa non è solo una faccenda di spietata razionalità utilitaristica, ma è un fatto impastato di relazioni e desideri. E dov’è il profitto? C’è, ma è un segnale che indica che il progetto funziona, crea ricchezza, ed è sostenibile. L’imprenditore non è sempre e solo uno speculatore. Al contrario assomiglia, per certi versi proprio a Olivetti, perché non strumentalizza mai totalmente la sua impresa; perché le attribuisce un valore intrinseco essendo quell’impresa l’espressione di un piano di vita individuale e collettivo. A tanti imprenditori, infatti, potrebbe convenire cedere l’azienda e investire in fondi speculativi, ma non lo fanno, perché nella propria impresa vedono qualcosa di più di una macchina per far soldi: vi scorgono il proprio desiderio, e quindi la propria identità.

 

[1] A. Olivetti, Città dell’uomo, Edizioni di Comunità, Torino, 2001, p. 99.

[2] Ivi, p. 28.

[3] A. Olivetti, Ai lavoratori, Edizioni di Comunità, Cittàdi Castello, 2012, pp. 30-31.

[4] A. Olivetti, L’ordine politico delle comunità, Edizioni di Comunità, Milano, p. 28.

[5] A. Olivetti, Ai lavoratori, cit., p. 45.