La creatività linguistica che usiamo senza accorgercene

Sabrina di Forte
Sabrina di Forte

“Va bene”. Due parole eppure possono voler dire almeno quattro cose diverse: sì, no, forse, lasciamo perdere… se il linguaggio fosse soltanto un modo per descrivere il mondo, questo sarebbe un mistero. Invece non lo è, perché con le parole non facciamo solo cronaca, facciamo cose, ripariamo, feriamo, promettiamo, prendiamo tempo.

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Torre di Babele di Pieter Bruegel il Vecchio, 1563, via Wikimedia Commons.

C’è un modo comune, e in fondo anche piuttosto comodo, di pensare il linguaggio. Secondo questa idea, le parole servono semplicemente a dire come stanno le cose, come se fossero etichette attaccate alla realtà e le frasi piccoli resoconti del mondo, “oggi piove”, “il gatto è sul divano”, “ho perso il treno”. Vero o falso, e finisce lì. È un’idea rassicurante, perché fa sembrare tutto più lineare e lascia pensare che il linguaggio sia qualcosa di trasparente, quasi neutro. E in effetti funziona, almeno finché ci muoviamo sul piano delle informazioni. Poi però basta uscire di casa, o aprire una chat, per accorgersi che raramente parliamo solo per descrivere: diciamo “scusa” e proviamo a rimettere a posto qualcosa, diciamo “ci sentiamo” e, a seconda del tono, può essere una promessa oppure un modo gentile per congedarsi, diciamo “va bene” e può voler dire davvero “va bene”, oppure “non ne parliamo più”, oppure “sto contando fino a dieci”. Se il linguaggio fosse soltanto uno specchio della realtà, queste sfumature non si darebbero, e invece sono parte dell’esperienza quotidiana, esistono e le incontriamo continuamente, spesso senza nemmeno farci caso.

La creatività del linguaggio nasce qui e non coincide per forza con la trovata brillante dell’artista o del poeta. È qualcosa di più concreto e la troviamo nell’usare le parole come strumenti di azione. La creatività nel linguaggio sta nello scegliere una formula invece di un’altra perché cambia ciò che accade tra le persone. È capire che la creatività non è un accessorio, ma una capacità del parlante, resa possibile da una peculiarità propria del linguaggio.

Pensiamo a una scena banale. Qualcuno arriva in ritardo e dice “mi dispiace”. Sembra poco, eppure può funzionare in modi molto diversi. Se è detto bene, nel momento giusto e con un tono credibile, diventa un gesto di riparazione capace di riaprire la relazione (“mi assumo la colpa”). Se invece è detto in modo svogliato, può suonare come un insulto mascherato e l’effetto è l’opposto, perché l’altro si irrita di più. Il contenuto semantico resta lo stesso e le parole non cambiano, ma cambia l’azione che compi. Qui la creatività non sta nell’inventare parole nuove, ma sta nel saper usare bene quelle che già abbiamo, perché una frase non è soltanto un contenitore di significato ma è una mossa strategica dentro un gioco sociale.

Lo si vede benissimo anche in ufficio. “Ci pensiamo” può essere una formula onesta, ma può anche essere un modo elegante per rimandare, o un no mascherato. “Interessante” può voler dire davvero interessante, oppure “non mi convince ma non voglio aprire una discussione”. In questi casi, essere creativi vuol dire soprattutto fare attenzione e capire che cosa stai facendo con quella frase, quale spazio lasci all’altro, e quali ripercussioni possano avere le tue parole.

Anche in famiglia succede lo stesso, solo che lo si nota di più perché i rapporti sono in genere più scoperti e trasparenti. “Fai come vuoi” può essere una resa, una libertà concessa, oppure un modo di dire “mi hai già deluso e non ho voglia di discuterne”. “Ne parliamo dopo” può essere buon senso, ma può anche essere una sospensione minacciosa. La frase apparentemente più innocua del mondo, “va bene”, detta da un adolescente può significare venti cose diverse. Il genitore, deve imparare a leggerle tutte. Il linguaggio, insomma, è composta da strati, quello che diciamo, ciò che facciamo dicendolo, e ciò che l’altro capisce che stiamo facendo; proprio in questa stratificazione si annida gran parte della creatività.

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Published: Feb 17, 2023 written by Andrés Felipe Barrero Salinas, MA & MSc Philosophy, PhD Candidate

Tutto ciò può sembrare ovvio, ma in filosofia ci si è arrivati lentamente. A un certo punto si è iniziato a vedere che, oltre a ciò che una frase “dice”, conta anche come viene usata. Questa differenza, sottile ma decisiva, separa il linguaggio come sistema astratto dal linguaggio come pratica viva. Quando diciamo che “il significato dipende dall’uso”, non stiamo sostenendo che le parole possano significare qualunque cosa ci passi per la testa. Stiamo dicendo qualcosa di più realistico, ossia che il significato vive nelle pratiche, nelle regole implicite, nei contesti, e ciò che una parola “vale” lo impariamo osservando come funziona tra le persone.

Prendiamo la parola “promessa”. In teoria è chiaro cosa sia, ma in pratica può essere solenne (“ti prometto che…”), può essere leggera (“domani ti chiamo”), può essere quasi un modo di dire (“promesso!” detto ridendo). Eppure in tutti questi casi accade qualcosa di simile, perché si mettono in circolo aspettative e si crea un impegno. Il suo peso reale, però, dipende da chi parla, a chi si parla, in che contesto, con quale tono e con quale storia alle spalle. È qui che si capisce perché la creatività linguistica è anche una questione di responsabilità. Alcune parole possono servire a cavarsela, ma possono creare danni, perché le parole creano aspettative e vincoli, e una volta creati non è detto che spariscano solo perché “non era quello che intendevo”.

Inoltre dobbiamo tener presente che le parole possono riuscire o fallire, non perché siano corrette o scorrette sul piano della grammatica, ma perché sono azioni e le azioni hanno condizioni. Un “ti chiedo scusa” detto per obbligo può fallire. Un “ti perdono” pronunciato troppo presto può diventare perfino offensivo. Un “ti giuro” detto da chi ha già tradito tante volte vale poco. Nella vita reale la riuscita di un atto linguistico non è garantita. Dipende da regole, contesti, ruoli, intenzioni e credibilità. È questa punto che il linguaggio rivela la sua natura vera perché non è un dispositivo automatico ma un’abilità, e come tutte le abilità richiede pratica.

Si capisce perché le persone più sensibili, quando parlano, stanno attente non solo alle parole ma anche alla situazione. La stessa frase, nello stesso identico italiano, può essere una carezza o uno schiaffo. Non esiste una formula che funzioni sempre, come non esiste un gesto che sia sempre opportuno in ogni contesto.

In questo senso la creatività non è solo inventiva, è anche sensibilità, tatto, misura.

La creatività nasce nell’incontro tra due dimensioni. Da un lato il significato, cioè ciò che le parole dicono e il contenuto che portano con sé, dall’altro l’azione, cioè ciò che facciamo usando quel contenuto in una situazione concreta.

Una parte importante della filosofia del linguaggio del Novecento è stata proprio questo spostamento dallo “specchio” all’“azione”. In questa direzione si colloca l’opera di John L. Austin, il quale, in How to Do Things with Words (Come fare cose con le parole), ha messo in luce come parlare significhi non solo descrivere, ma anche compiere azioni. Tale spostamento ha cambiato anche il modo in cui intendiamo la creatività, perché se parlare è agire allora la creatività linguistica è la capacità di agire bene, scegliendo la mossa giusta, quella che chiarisce invece di confondere. “Agire bene” non significa per forza “agire in modo originale”, a volte la creatività più alta è la formula più semplice, detta nel modo e nel momento giusto. Un “ho sbagliato” detto con onestà vale più di mille spiegazioni, e spesso è persino più difficile.

Vale la pena ricordare anche che la creatività linguistica non nasce dal nulla, bensì nasce da una tradizione, ed è proprio quella base condivisa di parole, formule e modi di dire che rende possibile innovare senza perdere l’intesa. Per questo la creatività non è rottura ma trasformazione, consiste nel far lavorare il linguaggio di ieri, con le sue regole, in nuove circostanze. Comunicare è una delle cose più importanti che facciamo. Ci sembra facile perché è quotidiano, ma è potentissimo, poiché con una frase puoi costruire fiducia o distruggerla, puoi accendere un conflitto o spegnerlo.

Per questo la creatività nel linguaggio è una forma di attenzione al mondo comune ed anche al prossimo. Consiste nella capacità di riprendere parole e regole provenienti dalla tradizione, riformulandole in modi nuovi senza interrompere l’intesa tra i parlanti. In questa prospettiva, l’emergenza più profonda consiste forse nel ritrovare un linguaggio capace di reggere il peso delle relazioni.

Perché, nel bene e nel male, con le parole non ci limitiamo a esprimere qualcosa ma compiamo un gesto, e quasi sempre quel gesto ricade su qualcuno.