Il vero significato del “Signore del Cielo”

Indice: Introduzione del traduttore e curatore – Il vero significato del Signore del Cielo: Introduzione; 1. Dibattito sulla creazione del cielo, della terra e di tutte le cose da parte del Signore del Cielo; 2. Spiegazione delle errate teorie umane riguardo al Signore del Cielo; 3. L’anima dell’uomo non è mortale ed è radicalmente differente da quella degli animali; 4. Disputa sugli esseri spirituali e sul perché i fenomeni del mondo non possono essere descritti come se formassero un’unità organica; 5. Reputazione dei falsi insegnamenti riguardanti la reincarnazione; 6. Perché il bene e il male compiuti sulla terra debbano essere premiati o puniti in paradiso o all’inferno. 7. Discussione sulla dottrina della fondamentale bontà della natura umana. 8. Significato del celibato fra il clero e spiegazione della ragione per la quale il Signore del Cielo è nato in Occidente.

La figura di Matteo Ricci (1552-1610), astronomo e matematico, missionario gesuita in Cina e responsabile della prima reale evangelizzazione di quelle terre, possiede una statura scientifica, morale e spirituale di primo livello. La conoscenza delle sue opere e della sua straordinaria attività di inculturazione, rimasta per molto tempo confinata entro una ristretta cerchia di specialisti, va emergendo progressivamente negli ultimi anni. Allo scienziato missionario sono state recentemente dedicate mostre e ricostruzioni storiche e il suo operato, rimasto in ombra a motivo di contrasti e incomprensioni presentatisi nei rapporti con Roma a causa della carica innovativa di alcune prassi di evangelizzazione da lui adottate (la cosiddetta “questione dei riti” sorta alla metà del ‘600), torna oggi ad essere valorizzato da più parti. La sua personalità e il suo lavoro vengono così sempre più frequentemente proposti come modello di inculturazione anche per i nostri tempi.

La traduzione italiana dall’originale cinese dell’opera Il vero significato del Signore del Cielo è frutto di un lavoro accurato, ordinato e assai ben presentato da Alessandra Chiricosta, studiosa di culture dell’Estremo Oriente e del Sud Est asiatico, alla quale si deve il merito di una precisa contestualizzazione filologica e culturale dello scritto di Ricci che fa apprezzare al lettore tutto lo sforzo e la profondità profuse dal missionario gesuita nel produrre, nella lingua dei suoi interlocutori, un’opera che potesse spiegare la fede monoteista ebraico-cristiana e il compimento che in essa hanno le legittime aspirazione religiose di tutti i popoli.

Matteo Ricci scrive Il vero significato del Signore del Cielo, nel 1603, a 20 anni circa dal suo ingresso in Cina, dopo essersi già fatto apprezzare per la sua competenza di matematico e di astronomo – discipline che aveva studiato al Collegio Romano sotto la guida di Cristoforo Clavio – e aver già tentato di entrare nei circoli culturali dei dignitari di quelle Terre, prima assumendo le vesti dei bonzi buddisti, tipiche di ogni religioso, anche straniero, che avesse un qualche messaggio spirituale da trasmettere, e poi, finalmente, assumendo lo shi, la tonaca del letterato. Per lunghi anni si dedica a studiare gli scritti di Budda, di Confucio e dei maggiori autori appartenenti al contesto culturale e spirituale cinese, familiarizzandosi con il linguaggio, gli schemi filosofici soggiacenti e le dottrine. Forte dell’acquisizione di tale impegnativo background e grazie alla fama acquisita nei circoli vicini all’Imperatore per i suoi meriti scientifici, Ricci intraprende la redazione di un’opera la quale, sotto forma di dialogo fra un letterato cinese (il suo interlocutore ideale) e un letterato occidentale (lo stesso Ricci), gli consentisse di spiegare al mondo culturale cinese la fede ebraico-cristiana nell’unico Dio, creatore del cielo e della terra. Lavoro, questo, che richiederà al Ricci un notevole sforzo filologico per scegliere, al nominare Dio e a parlare di quanto connesso con la vita morale cristiana, termini e figure che risultassero comprensibili ai suoi ascoltatori, perché mutuate dal, o vicine al loro contesto linguistico e culturale. L’opera prende nome, appunto, dal nome scelto dal Ricci, Tian zhu per indicare Dio, i cui elementi erano disponibili nella cultura cinese come risultato di una lenta maturazione che aveva condotto a spersonalizzare (positivamente) il culto degli antenati, facendo migrare il culto di Shang di, figura di Signore dell’Alto, ancora simile al capostipite di tutti gli antenati, verso il culto del cielo, Tian, di cui Ricci annuncia adesso la personalità del suo Signore, appunto il “Signore del Cielo”.

L’esposizione di Ricci, che assomiglia più ad un Dialogo patristico che a un catechismo, prende dunque avvio dal riconoscimento di un Dio creatore, dal quale tutto ha origine e tutto dipende, che egli va gradatamente arricchendo di attributi filosofici che traducano in categorie confuciano-cinesi quanto egli ha appreso dai suoi studi aristotelico-scolastici (l’opzione per Confucio e il rifiuto di Budda qui ricorda, con le dovute differenze, l’opzione in favore del Logos a spese del mythos operata in Occidente). L’itinerario tracciato da Ricci in questo libro non potrà sfociare nell’annuncio del Dio Trinità e del sacrificio redentore di Gesù Cristo, sebbene nelle pagine finali spiegherà al suo interlocutore che “il Signore del Cielo è venuto a visitarci”, lui in persona, per aiutarci a meglio dirigerci verso di Lui. L’incompletezza di tale itinerario potrebbe far subito pensare, a nostro avviso erroneamente, ad un appiattimento della fede sul contenuto del de Deo Uno, suggerendo un giudizio di superficialità o di opportunismo nei confronti dell’evangelizzatore-scienziato. Non siamo dello stesso parere. L’opera va invece considerata come un primo passo necessario, l’unico forse disponibile in quel momento e in quel contesto, per porre le fondamenta ad un discorso completo che il Ricci avrebbe certamente svolto durante il suo ministero in luoghi e situazioni adeguate, e che sarebbe probabilmente maturato in altre opere se non fosse sopraggiunta prematura la sua morte.

Per tutto questo, a distanza di quattro secoli, l’opera e la strategia di Matteo Ricci non cessano di offrire anche oggi preziosi suggerimenti, sia di ordine pastorale che di ordine teologico. Proviamo ad evidenziarne qualcuno. In primo luogo va subito segnalata la scelta della sua competenza di matematico e di astronomo, subito dopo affiancata da quella di letterato, come “porta” per entrare nel dialogo interreligioso e interculturale. Non si tratta certo di un uso strumentale della scienza, ma del fatto che la scienza, quale strada per attingere alla Verità, può favorire il parlare di una Verità che, anche dal versante multi-culturale, ammette molte strade per essere scalata. Ricci non avrebbe potuto evangelizzare la cultura cinese del suo tempo se non fosse stato, anche lui, un vero uomo di scienza e di cultura. Va qui ricordato anche lo sforzo da lui profuso – apprendimento della lingua e del contesto spirituale-culturale in cui si muoveva e la coltivazione mai cessata delle scienze matematiche – che non può non essere di esempio (ma forse anche di sana provocazione) per molti evangelizzatori del nostro tempo. In secondo luogo fa certamente riflettere la scelta di Ricci di procedere prendendo avvio da unriconoscimento di Dio Creatore come base per ogni discorso su Dio comprensibile ai suoi interlocutori. Ciò che vogliamo qui rilevare non è il possibile conflitto con il compito, indubitabile, di evangelizzare Cristo, e Cristo crocifisso, ma semplicemente mostrare che questa scelta, in quel contesto, risultava la più naturale, lasciando che ognuno operi, se lo desidera, paralleli con luoghi e contesti culturali che potrebbero esistere anche oggi. Infine va messo in luce lo stile sobrio, immediato, ricco di buon senso e di spunti tratti da una sapienza largamente (ma anche profondamente) intesa e condivisa, impiegato da Ricci per spiegare ciò che ai suoi interlocutori poteva risultare difficile o apparentemente lontano dai loro schemi mentali. Rappresenta un piccolo gioiello, in proposito, la difesa del celibato cattolico operata da Ricci nell’ultimo capitolo del suo libro, mediante la quale egli cerca di superare, con successo, l’idea radicata nella cultura cinese, secondo la quale rinunciare a formare un proprio nucleo familiare e alla procreazione veniva visto come un grave attentato contro la pietas verso i genitori e la famiglia. Le argomentazioni lì esposte, semplici e di facile comprensione, potrebbero essere ancor oggi sostenute in contesti simili.

La tomba di Matteo Ricci, sepolto a Beijing, è ancora oggi rispettata e venerata dai cinesi che lo considerano uno dei grandi personaggi della loro cultura, come testimonia la sua presenza nell’altare commemorativo dei “grandi della Cina” costruito a Pechino alla fine del secondo millennio.

 

Il visitatore di questo portale può leggere un brano tratto dal Primo capitolo dell’opera, relativo al dibattito sul Creatore del cielo e della terra, e la sua Prefazione alla 3ª ed. del suo Mappamondo Universale, pubblicato a Pechino nel 1602.

Giuseppe Tanzella-Nitti