Per una civiltà della terra. La sfida di un nuovo umanesimo nel tempo della complessità

Indice. Premessa: le “forze vive” della complessità e la scommessa di una “civiltà della terra”. I. “Aspettando Antigone”: la globalizzazione tra frammentazione e cosmopolitizzazione. II. Futuro della civiltà e della pace: come i vincoli della Terra aprono nuove possibilità. III. Le frontiere fra il “partecipabile” e il “divisibile”: la democrazia nella civiltà planetaria. IV. Da “Firenze” alla “Terra patria”: l’educazione umanista dell’uomo planetario. V. Dala polis al “Grande Essere”: ripensare lo sviluppo umano. VI. Comprendere l’avventura che “viviamo”.

 

Nel panorama contemporaneo, segnato dalla crescente interconnessione fra tecnologia, economia e politica, il nuovo saggio di Mauro Ceruti, scritto in collaborazione con Francesco Bellusci, ci offre ancora un lucido esempio sulle direzioni da intraprendere per assicurare un futuro sostenibile al pianeta terra e al genere umano che lo popola. L’orizzonte delle riflessioni di Ceruti è ormai da tempo quello di un umanesimo planetario; il metodo con cui ne affronta i fenomeni e la loro evoluzione storica è quello della complessità e della dinamica relazionale. Come ci viene ricordato, «sta diventando sempre più evidente che i problemi cruciali del nostro tempo – energia, ambiente, cambiamento climatico, sicurezza alimentare, sicurezza finanziaria, disuguaglianze – non possono essere studiati e capiti in modo separato, in quanto sono problemi sistemici, e ciò significa che sono tutti interconnessi e interdipendenti» (p. 23).

L’ispirazione, dichiarata, è quella della scuola di Edgar Morin, alla quale Ceruti si rifà insieme con un significativo numero di studiosi italiani, forse meno noti al grande pubblico ma fra loro legati da un pensiero coerente. Si tratta di autori – ne citiamo alcuni: Alberto Felice De Toni, Angelo Vianello, Mario Castellana, lo stesso Francesco Bellusci e, prima di loro, Ernesto Balducci –operanti in discipline assai diverse, come prevede, appunto, la prospettiva incoraggiata Morin. Il volume che qui brevemente presentiamo, Per una civiltà della terra, segue una trilogia, sempre firmata da Ceruti e Bellusci. Ne ricordiamo i titoli: Abitare la complessità. La sfida di un destino comune (2020); Il secolo della fraternità. La scommessa per una Cosmopolis (2021); Umanizzare la modernità. Un modo nuovo di pensare il futuro (2023).

La presente crisi antropologica, osservano gli Autori, è divenuta ormai una crisi di civiltà, che esige la teorizzazione e la messa in pratica di una civiltà planetaria. Sebbene tale coscienza sia stata negli scorsi decenni “svegliata” dalla questione ecologica, la necessità di una civiltà che riunisca tutti i popoli e le culture del pianeta va ben oltre la cura della casa comune, ma ingloba la cura della società e di ciò che è umano, con una forte prospettiva prolettica: nella sua evoluzione culturale l’essere umano è giunto ad uno snodo evolutivo che adesso gestito con grande serietà e responsabilità.

Il respiro sociale, solidale e relazionale della proposta di Ceruti e Bellusci, sulla scia della riflessione di Morin, è agganciato al realismo della scienza e alla storia. L’idea di una “civiltà della Terra” si distanzia in modo deciso dai voli pindarici delle visioni futuriste di Homo deus (Harari). Si distanzia anche dalle ideologie trans- e post-umaniste o dalle forme di ecologismo radicale che penalizzano l’umano e le sue risorse razionali. Il volume segnala alcune vie che, ben seguite, possono favorire il superamento della crisi presente: la via di una politica più matura, di respiro planetario (capp. 1-3), la via di un’educazione all’altezza di una vera cittadinanza scientifica e sociale (capp. 4), la via di un pensiero critico capace di leggere la realtà in modo oggettivo, libero da condizionamenti ideologici (capp. 5-6). Detto in altro modo, sarà possibile uscire dalla crisi solo seguendo tre prospettive, che ritroviamo in modo trasversale in tutto il volume: a) la costruzione di una vera pace planetaria, edificata su basi che vanno ben oltre la composizione dei conflitti e la non belligeranza; b) l’esercizio responsabile di una più matura democrazia disposta a correggere categorie e forme di governo cristallizzate negli ultimi secoli; c) un’educazione al pensiero complesso che ne sappia esplicitare le ricche implicazioni etiche, sociali, scientifiche.

 

Costruire una responsabile pace planetaria

Assai più di quanto accadeva nel passato, oggi comprendiamo che la guerra rappresenta il peggiore passo indietro che l’umanità realizza sulla strada dello sviluppo comune e della custodia delle risorse del pianeta. Tanto la corsa agli armamenti, quanto il loro scellerato impiego nei conflitti fra i popoli, oltre al prezzo di vite umane e ai danni fisici e morali che arrecano ai superstiti, compromettono gravemente la paziente costruzione delle relazioni fra popoli e nazioni. Ne derivano danni di proporzioni sempre maggiori all’ecosistema, costituito in modo solidale dalla natura e dalla specie umana, e quindi a ciascuno di noi. Esortare ad una cultura di pace non è un appello buonista, promosso de iure da specifiche agenzie preposte al dialogo e alla diplomazia (ONU, Chiesa cattolica, movimenti filosofici e sociali, religioni in genere). L’esortazione alla pace è invece divenuto un imperativo di sopravvivenza. Ogni conflitto non è mai limitato alle parti direttamente in causa, perché in un sistema socio-economico complesso come quello presente ogni azione bellica termina influendo su tutte le aree della terra, compromettendo scambi, progettualità comuni, relazioni fisiche e compiti morali.

«Una civiltà della Terra – affermano gli Autori – esige di favorire deliberatamente la transizione dalla “civiltà della guerra” alla “civiltà della pace”. Questa transizione ha dalla sua parte alcuni eventi e processi che la rendono “obbligata” oltre che moralmente preferibile» (p. 73). E questo perché esiste ormai «una coincidenza fra utopia della pace universale e realismo: le ragioni dell’utopia sono diventate le ragioni del realismo» (p. 77). Durante la sua evoluzione culturale l’essere umano ha gradualmente compreso e approfondito, anche razionalmente, ciò che era indispensabile alla sua sopravvivenza. È giunto il momento di comprendere che costruire una civiltà della Terra, nella pace e nella solidarietà globale, è divenuto oggi uno snodo ineludibile della nostra stessa umanità, del nostro divenire (sempre più) umani lungo storia.

«Una società può progredire in complessità solo se progredisce in solidarietà, fraternità, amore, fiducia, intelligenza, coscienza, che rappresentano lo stadio, allo stesso tempo primordiale e avanzato dell’umano» (p. 17). Occorre pertanto valorizzare tutte le risorse e le tradizioni sapienziali e religiose che, nel corso del cammino evolutivo umano, hanno sottolineato l’importanza della fraternità, della carità del bene comune. Leggiamo nel volume: «Il modo migliore per combattere i fuochi fondamentalisti è salvaguardare e valorizzare tutte le religioni e i messaggi spirituali e di lasciare al loro dialogo il compito di rivelare la trama profonda che le connette. La cultura planetaria non richiede alcuna omogeneizzazione e al contrario vuole la libera espansione delle culture attraverso forme complesse di scambi dialogici» (p. 47). La complessità non è un ostacolo alla pace o una condizione che la renda più difficile; al contrario, è la situazione storica, evolutiva e cognitiva, nella quale la specie umana oggi si trova: la complessità spinge e dirige la ricerca di nuovi equilibri, insegnandoci le vie lungo le quali possiamo raggiungerlo, ma anche avvertendoci quali azioni lo compromettono, forse irrimediabilmente, conducendoci al collasso.

 

Una governance adeguata ad uno sviluppo globale

Elemento di fondamentale importanza per la saggia gestione della convivenza planetaria è la ricerca di una governance adeguata allo sviluppo di tutti. Essa deve avvalersi sia di una leadership illuminata e responsabile, sia di una democrazia matura. Quest’ultima è favorita da una cittadinanza scientifica e culturale che metta il maggior numero di cittadini in condizione di esprimersi con cognizione di causa su problemi comuni di certo rilievo. Ambedue le richieste sono oggi ben lungi dall’essere soddisfatte, ma non possono essere eluse. Sono snodi che incontriamo sul nostro cammino evolutivo e ci obbligano a salti qualitativi. Un mondo complesso, globale e interdipendente, richiede oggi «una politica fondata su un’etica umanista della reciprocità e della solidarietà terrestre, improntata agli affetti di una fraternità aperta, e non chiusa, alla presa d’atto del “fatto” di condividere un destino comune nell’era planetaria e al sentimento di formare una sola umanità» (p. 43). Ciò implica anche il coraggio di correggere e di cambiare, se necessario, il modo abituale di far politica. «Nel tempo della complessità – affermano Ceruti e Bellusci – la necessità di rigenerare la democrazia collima con la necessità di ridefinire i compiti stessi della politica rispetto al paradigma della “politica classica moderna”, preoccupata [solo] dell’ordine, della stabilità e dell’integrazione» (p. 92)

Si rendono pertanto necessarie alcune “sperimentazioni” politiche. «Per governare la complessità e svilupparsi nel governo della complessità, al “sistema” democratico tocca ampliare e articolare il “partecipabile” secondo procedure e modelli più dialogici e meno deleganti» (p. 96). Questo non vuol dire, così lo interpretiamo, la negazione di un necessario principio di sussidiarietà, ma suggerisce l’importanza di mantenere sempre attivi i canali di comunicazione fra le varie parti sociali e la condivisione delle conoscenze, evitando che si radicalizzino autonomie e particolarismi. Anche l’auspicio di sperimentazioni di governance ove il tradizionale modello rappresentativo-parlamentare lasci maggiore spazio a un modello presidenziale-governativo non va compreso nel senso della rinascita di forme di autoritarismo, bensì come modo per attivare canali diretti governati-governanti, ove chi guida abbia la possibilità di ascoltare e imparare direttamente dai cittadini, senza innecessarie mediazioni, ciò che più giova al bene comune.

In ogni caso, e al di là del dibattito su quali saranno le future e più adeguate forme di governo, due riflessioni fanno da perno alla proposta di una “civiltà della Terra”: a) la democrazia può essere nutrita solo da una visione etica alta, che ponga al centro la carità, la solidarietà e la ricerca del bene comune; e b) l’uomo democratico, educato ai valori universalistici, non potrà che essere un uomo planetario, nel quale l’identità e l’autonomia, pur legittimamente difese, non dovranno ostacolare la logica di rapporti interdipendenti ma favorire la progressiva affermazione di una identità universale, e pertanto planetaria (cf. pp. 104-105).

 

Educare all’interdisciplinarietà, al dialogo e alla fraternità universale

Affinché si possa comprendere che il l’isolamento, la frammentazione e l’individualismo sono atteggiamenti che minano il futuro del genere umano e quello del pianeta, è necessario provvedere ad un’educazione scolastica che avvii i giovani a ragionare in termini relazionali e sistemici. Occorre pertanto stimolarli al dialogo fra le discipline, educarli alla pratica della collaborazione e della solidarietà. Sono questi gli abiti che favoriscono la conoscenza della realtà e assicurano lo sviluppo di tutti. In tal senso, il piano cognitivo e quello etico si intrecciano: essere in relazione è la condizione sia per conoscere che per vivere. «Il senso di un umanesimo per il XXI secolo – affermano gli Autori – è fare umanità insieme e insieme abitare la Terra, e quindi forgiare un’etica planetaria e cosmica basata su un nuovo rapporto con il sapere e con la natura» (p. 119)

La natura e la sua storia, alle quali il genere umano appartiene in modo solidale, sono sorgenti di pensiero etico. La storia del pianeta, e ancor prima la storia del cosmo, hanno molto da dirci su chi sia l’essere umano, cosa assicura la sua sopravvivenza e cosa, invece, la mette in pericolo. È grazie alla scienza che comprendiamo quale sia il nostro posto nel cosmo, quale sia la nostra fragilità ma anche la nostra grandezza. Contrariamente a quanto influenti correnti della post-modernità hanno affermato, abbiamo ancora bisogno di narrazioni per vivere. Ebbene, il “Grande Racconto” della storia del cosmo e della vita, oggi fornitoci dalle scienze della natura, è una narrazione che legge le nostri origini e la nostra storia. Non è mitologia infondata, bensì storia che affonda le sue radici in un realismo conoscitivo. «Basato sul carattere universale della scienza, il Grande Racconto può essere proposto come il tronco pedagogico comune e transculturale del curricolo per gli studenti di tutto il mondo, a prescindere dal corso di studi specialistico prescelto, e come tale può costituire un pilastro della cultura planetaria e della “cultura di pace” a venire» (pp. 138-139).

Una “cultura” del genere è senza dubbio un umanesimo e si colloca in continuità con l’ideale umanistico rinascimentale, arricchendolo delle cognizioni che sono patrimonio comune dell’uomo odierno. L’umanesimo contemporaneo è chiamato a impostare un rapporto corretto fra uomo e tecnica, fra uomo e ambiente, fra società e tecnologia. Esso avrà come compito problematizzare la tecnoscienza sul piano epistemico e su quello etico, sapendole affidare ciò che è adeguato al suo metodo senza delegarle ciò che è propriamente umano. Un simile umanesimo richiede lo sviluppo del senso critico oltre l’approssimazione e il sentito dire, deve condurre a un esercizio maturo della razionalità e giovarsi del dialogo fra tutti: «L’educazione umanista dell’uomo planetario diventa educazione morale che include nell’orizzonte dell’esperienza dele cose belle il principio del dialogo, cioè l’acquisizione della disposizione a voler capire le ragioni, i punti di vista, le esigenze degli altri, resistendo a ogni istante alla tentazione di capire soltanto le ragioni, le prospettive e le esigenze proprie» (pp. 123-124). Amore al prossimo e intelligenza delle cose, speranza e realismo dovranno essere entrambi coltivati: il senso di una fraternità universale dovrà essere sviluppato insieme con con una nuova forma di intelligenza critica: l’intelligenza della complessità (cf. p. 128)

 

Osservazioni conclusive

Una civiltà della Terra ha dunque bisogno di uno sforzo che operi in modo serio lungo le tre precedenti direttrici: pace, politica, educazione. Esse sono la premessa, quasi le condizioni necessarie (anche se non sufficienti), perché si possa cominciare a lavorare bene insieme. L’epoca rinascimentale, come anche altre stagioni sapienziali che il genere umano ha vissuto in diversi popoli e culture, possono fornire oggi stimoli e provocazioni assai utili per l’odierna epoca della complessità. Il nuovo umanesimo che siamo chiamati a promuovere – planetario appunto – dovrà corrispondere ad una umanità ormai quasi totalmente interconnessa, essere all’altezza del suo sviluppo tecnologico, della sua globalizzazione economica, del saggio impiego dell’intelligenza artificiale.

A questa visione delle cose – e a indicare le possibili soluzioni – vi concorre certamente una filosofia, come quella di Edgar Morin, capace di accettare la complessità come metodo. Ma vi concorrono anche le scienze, sia quelle umane che quelle naturali, oltre evidentemente all’ecologia con le sue diverse branche. L’economia (Amartya Sen), la fisica (Giorgio Parisi), la biologia (Kauffman), solo per fare qualche esempio, ci stanno dicendo da tempo che dobbiamo ragionare in termini di pensiero complesso, di strutture organismiche, di relazioni e di continui feed-back. Se guardiamo con maggiore attenzione, allargando lo sguardo, riconosciamo la presenza di questa visione anche nel pensiero sapienziale di non poche culture e tradizioni. L’appello a una fraternità universale e responsabile, ad esempio, non ci è giunto forse già da autori come Charles de Foucault, Mahatma Gandhi o Giovanni Lanza del Vasto? Non lo proclamano anche alcune religioni storiche? Fra queste, un ruolo speciale riteniamo lo occupi Chiesa Cattolica. Dalla Rerum Novarum (1891) di Leone XIII alla Magnifica Humanitas (2026) di Leone XIV, passando attraverso Laudato si’ (2015) e Fratelli tutti (2020) di Francesco, la Dottrina sociale della Chiesa ha certamente promosso anch’essa una “civiltà della Terra”, sebbene con un linguaggio non sempre comprensibile da tutti. In ogni caso, essa rappresenta una fonte etica e culturale, oltre che religiosa, che gli Autori del volume riconoscono e apprezzano.

Desideriamo infine segnalare due ulteriori correnti di pensiero in notevole sintonia con quanto esposto da Ceruti e Bellusci, sebbene da loro non esplicitamente citate. La prima è la profonda e articolata riflessione di Pierre Teilhard de Chardin in merito al moto ascendente della materia e della vita verso la noosfera, espressione della progressiva consapevolezza del genere umano di costituire un’unica famiglia chiamata ad una graduale unificazione e spiritualizzazione. Teilhard, che riuniva in sé la sensibilità dello scienziato, del filosofo e del mistico, sosteneva che l’umanità, unificata dall’amore, era chiamata a dirigersi verso il punto Omega, ovvero il mistero cristologico del Verbo incarnato che fungerebbe da “attrattore” del cosmo e della storia. La seconda corrente è rappresentata dalla proposta di un umanesimo scientifico sapienziale avanzata fin dagli anni 1960 dal filosofo italo-americano Enrico Cantore. Egli ha sostenuto che la conoscenza scientifica, rivelandoci quale sia il nostro posto nel cosmo e i nostri legami con il resto della natura, rappresenta un grande fattore di “umanizzazione”, in quanto fornisce all’essere umano energie spirituali capaci di muoverlo verso la costruzione di un futuro fraterno e responsabile. Tale visione confluisce nel più generale movimento, condiviso da più numerosi autori (Michael Polanyi, Thomas Torrance, Francesco Barone, Silvano Tagliagambe, ecc.), intento a valorizzare le dimensioni umanistiche della scienza e a superare la visione neutra e impersonale della tecnica.

Può risultare consolante pensare che, in un’epoca di crisi antropologica e sociale come quella che stiamo vivendo, esistano fonti di pensiero pienamente integrate nella cultura scientifica che siano in grado di riscattare l’umanità da una condizione individualistica, conflittuale e settorializzata, restituendogli una prospettiva solidale e planetaria oltre ogni riduzionismo materialista e consumista.

Giuseppe Tanzella-Nitti
2026