La conoscenza di Dio mediante la ragione naturale e mediante la grazia

In queste due brevi questioni tratte dalla Summa, s. Tommaso riepiloga le differenze essenziali fra la conoscenza di Dio accessibile alla sola ragione naturale e quella conoscenza di Dio che è invece dono di grazia. Attraverso la conoscenza di forme sensibili (come effetti che rimandano ad una causa) la ragione naturale dell’uomo può conoscere che Dio esiste, ma non la sua essenza. La conoscenza di Dio, dovuta ai doni della grazia, che l’Aquinate considera nell’art. 13, riguarda tuttavia in primo luogo quella conoscenza derivante dal dono di grazie attuali, quali visioni profetiche o altre grazie, e non quella conoscenza di Dio di cui il cristiano in stato di grazia abituale può essere soggetto, ulteriormente favorita dai doni dello Spirito Santo.

Articolo 12
Se in questa vita possiamo conoscere Dio con la ragione naturale.

 

Sembra che con la ragione naturale non possiamo, in questa vita, conoscere Dio. Infatti:

1. Dice Boezio che «la ragione non afferra le forme semplici». Ora, Dio è forma supremamente semplice, come abbiamo già dimostrato. Dunque la ragione naturale è impotente a raggiungerne il riconoscimento.

2. Come insegna Aristotele l'anima con la ragione naturale nulla intende senza una rappresentazione della fantasia. Ma noi non possiamo avere di Dio un'immagine fantastica, essendo egli incorporeo. Dunque con la ragione naturale noi non possiamo conoscere Dio.

3. La cognizione che si ha mediante la ragione naturale deve essere comune ai buoni ed ai cattivi, come è comune anche la natura. Ma la cognizione di Dio appartiene solo ai buoni; infatti dice S. Agostino: «l'acume della mente umana non può affissarsi in sì eccellente luce, se non è purificata dalla giustizia della fede». Dunque Dio è inconoscibile alla ragione naturale.

In contrario: S. Paolo [parlando dei Gentili] afferma che «quel che si può conoscere di Dio è in essi manifesto», cioè quello che di Dio è conoscibile mediante il lume di ragione. Rispondo: La nostra conoscenza naturale trae origine dal senso: e quindi si estende fin dove può esser condotta come per mano dalle cose sensibili. Ora mediante le cose sensibili il nostro intelletto non può giungere sino al punto di vedere l'essenza divina: perché le creature sensibili sono effetti di Dio che non adeguano la potenza della loro causa. Perciò mediante la cognizione delle cose sensibili non si può avere il pieno conoscimento della potenza di Dio, e perciò stesso neppure quello della sua essenza. Ma siccome esse sono effetti dipendenti dalla loro causa, ne segue che per mezzo di esse possiamo essere condotti sino a conoscere di Dio se esista ; a conoscere altresì quello che a lui conviene necessariamente a causa prima di tutte le cose, eccedente tutti i suoi effetti. Quindi non conosciamo di Dio la sua relazione con le creature, che cioè è la causa di tutte; e la differenza esistente tra esse e lui, che cioè egli non è [formalmente] niente di quanto è causato da lui; e che tali cose vanno escluse da lui non già perché egli sia mancante di qualche cosa, ma perché tutte le supera.

Soluzione delle difficoltà:

1. La ragione non può raggiungere una forma semplice [angelo o Dio], sino a conoscere che cosa essa sia; può tuttavia conoscerla, da sapere che esiste.

2. Con la ragione naturale si conosce Dio mediante le immagini fantastiche forniteci dai suoi effetti.

3. Conoscere Dio per essenza appartiene esclusivamente ai buoni, perché si deve alla grazia; ma la conoscenza, che di lui si può avere con la ragione naturale, può competere ai buoni e ai cattivi. Perciò S. Agostino nel libro delle Ritrattazioni scrive: “Non approvo quello che dissi in una mia preghiera: “O Dio, che hai voluto che solo i puri conoscessero la verità”; perché mi si può rispondere che molti che non son puri, conoscono molte verità”, le conoscono cioè col lume di ragione.

 

Articolo 13
Se mediante la grazia si abbia una conoscenza di Dio più alta di quella
che si ha con la ragione naturale.

 

Sembra che mediante la grazia non si abbia una conoscenza di Dio più alta di quella che si ha con la ragione naturale. Infatti:

1. Dice Dionigi che colui il quale in questa vita si unisce più intimamente a Dio, si unisce a lui come ad un essere del tutto sconosciuto: e lo afferma anche Mosè, che pure nell'ordine della conoscenza per la grazia ha raggiunto un grado sublime. Ora, congiungersi a Dio ignorandone però l'essenza, è cosa che avviene anche mediante la ragione naturale. Dunque per mezzo della grazia Dio non è da noi conosciuto più perfettamente che per ragione naturale.

2. Con la ragione naturale non possiamo pervenire al conoscimento delle cose divine se non mediante le immagini sensibili della fantasia: né diversamente avviene in forza della cognizione per grazia. Dice infatti Dionigi : «è possibile che a noi risplenda il raggio divino altrimenti che circondato e velato dalla varietà dei sacri veli». Dunque non conosciamo Dio mediante la grazia più perfettamente che per ragione naturale.

3. Il nostro intelletto aderisce a Dio per la grazia della fede. Ora non pare che la fede sia una cognizione; perché, come dice S. Gregorio «sono oggetto di fede, non di scienza» le cose che non si vedono. Dunque per la grazia non si aggiunge in noi una nuova e più eccellente conoscenza di Dio.

In contrario: L'Apostolo dice: «A noi lo rivelò Dio per mezzo dello spirito suo», cioè quello «che nessuno dei principi di questo secolo ha conosciuto»; vale a dire nessuno dei filosofi, come spiega la Glossa .

Rispondo: Noi mediante la grazia possediamo una conoscenza di Dio più perfetta che per ragione naturale. Eccone la prova. La conoscenza che abbiamo per ragione naturale richiede due cose: cioè dei fantasmi [o immagini], che ci vengono dalle cose sensibili, e il lume naturale dell'intelligenza, in forza del quale astraiamo dai fantasmi concezioni intellegibili. Ora quanto all'una e all'altra cosa, la conoscenza umana è aiutata dalla rivelazione della grazia. Infatti: il lume naturale dell'intelletto viene rinvigorito dall'infusione del lume di grazia. E talora si formano per virtù divina nella immaginazione dell'uomo anche immagini sensibili, assai più espressive delle cose divine, di quel che non siano quelle che ricaviamo naturalmente dalle cose esterne; come apparisce chiaro nelle visioni profetiche. E qualche volta Dio forma miracolosamente anche delle cose sensibili, come pure delle voci, per esprimere qualcosa di divino; così nel battesimo di Gesù, lo Spirito Santo apparve sotto forma di colomba, e fu udita la voce del Padre: «Questi è il mio figlio diletto».

Soluzione delle difficoltà:

1. Sebbene per la rivelazione della grazia non conosciamo in questa vita l'essenza di Dio, e in questo senso ci uniamo a lui come a uno sconosciuto, tuttavia lo conosciamo in modo più completo, perché ci si manifestano opere di lui più numerose ed eccellenti; e perché in forza della rivelazione divina gli attribuiamo delle perfezioni che la ragione naturale non può raggiungere, come, p. es., che Dio è uno e trino.

2. Dai fantasmi fornitici dai sensi secondo l'ordine naturale, o formati per virtù divina della nostra immaginativa, si genera una conoscenza intellettuale tanto più perfetta, quanto più forte è in un uomo il lume intellettuale. E così in forza della rivelazione si trae dai fantasmi, per l'infusione del lume divino, una più ricca cognizione.

3. La fede è una cognizione, perché l'intelletto è determinato dalla fede ad aderire a un oggetto conoscibile. Ma questa adesione a una [verità] determinata non è causata dalla visione [o dall'evidenza] di colui che crede, ma dalla visione di colui al quale si crede. E così, in quanto manca l'evidenza, la fede resta al disotto della cognizione scientifica: infatti la scienza determina l'intelletto a una data verità per l'evidenza e l'intelligenza dei primi principii.

 

La Somma Teologica, I, q. 12, trad. it. a cura dei Domenicani italiani, edizione Adriano Salani, Città di Castello 1963, vol. I : “Esistenza e natura di Dio”, pp. 284-290.