Karol Wojtyła: l'uomo della Parola viva

Martha Michelini
Autrice e regista Rai Vaticano

100 anni fa nasceva un uomo, Karol Józef Wojtyła, che è stato per molti di noi – e forse lo è ancora – un padre. Il suo “irraggiamento di paterni”, per dirla con un’espressione molto sua (1), lo riconoscono in tanti, anche persone non credenti. Quel 2 aprile di 15 anni fa, infatti, giorno della sua "nascita al Cielo", è ancora scolpito nella memoria di tutti, come ancora aperta è la ferita del distacco e viva la nostalgia…

Ma come Karol ha attraversato questa vita dalla "nascita al mondo", per così dire, alla "nascita al Cielo"? Quale la “parabola esistenziale” della sua vita, che ha raggiunto anche le nostre? Quale il suo cammino “controcorrente” verso la “Sorgente”, come lui stesso definisce, nella sua ultima prosa poetica (2), il Dio che bramava di contemplare?

Domande brucianti, quanto appassionanti, tra le quali voglio addentrarmi per mano sua, pur nei limiti di un articolo. Il mio intento è condividere alcune intuizioni a partire dalla conoscenza che ho avuto di quest’uomo. Mi voglio soffermare sulle sue radici umane, culturali e spirituali – il resto (l'albero, i rami, i frutti) lo contempleremo rapidamente, ma non con meno intensità, anche quella dei vostri personali ricordi. Mi voglio soffermare sulle radici – dicevo – perché le radici di questo gigante erano – sono – di una solidità inaudita.

 

Parole dell’allora Arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyła: “Accogliere in se l’irraggiamento della paternità non significa solo “diventare padre” significa ancora più “diventare bambino”(diventare figlio). Essendo padre di tanti, tanti uomini, devo essere bambino: quanto più padre, quanto più bambino”. (3)

Il viaggio esistenziale di Karol, sin da giovanissimo, si snoda di stupore in stupore. Come quello di un bambino. Forse perché il gesto eroico di sua madre aveva impresso in lui il valore inestimabile della sua Vita (la mamma di Karol, Emilia, fragile di salute e avanti negli anni, sceglie di portare avanti la sua gravidanza, a rischio della vita – il medico le aveva suggerito l’aborto). Forse perché si scontra qualche anno dopo con la morte della mamma e poi del fratello e poi del padre, a 21 anni resta solo. Forse perché in famiglia era cresciuto, come nell’aria che si respira, alla presenza costante di un Dio Buono, Padre e nell’apprezzamento di tutto ciò che è bello e degno…

Di stupore in stupore…Come chi accoglie tutto come un dono, cercando il Volto di Chi te lo sta donando. Come Adamo prima della caduta – ma redento dal “Nuovo Adamo”– cosi descritto da Wojtyła nel Trittico Romano:

   

Ed era solo, col suo stupore,

tra le creature senza meraviglia

per le quali esistere e trascorrere era sufficiente.

L’uomo, con loro, scorreva sull’onda dello stupore!” (4)

   

Lo stupore di Karol è poi quello di un artista. Lo sappiamo tutti, credo, ma forse non ci siamo mai soffermati sul profondo e forte valore che lui stesso attribuiva alla sua vocazione di poeta e di attore. Un assaggio di questo sguardo ci è consegnato da questi pochi versi del suo sonetto Musikos:

   

"E’ concesso ai poeti di indovinare i cuori umani,

saldare le parole nella catena di Dio, di Cristo –

O Santo! Il dolore proprio e del prossimo fondi nella poesia (…)

Eccovi, cuori, siete cotti in un miracoloso mattone.

Vi arde, vi fonde questo canto pieno di sogni." (5)

 

Per entrare in questo stupore poetico, conviene raggiungere Karol Wojtyła sui banchi di scuola, dove nasce la sua passione per la Letteratura e fiorisce la sua vera e propria “devozione” per la Parola. Karol ha un professore di Lettere speciale, il prof. Kazimierz Forysz. Uno di quegli insegnanti che sanno accendere negli allievi il desiderio di attraversare lo sguardo dei secoli per conoscere il mondo, ma soprattutto se stessi e i propri sogni. Forysz li invita a imparare a memoria canti della Divina Commedia, tragedie e commedie greche e latine, opere di Shakespeare e poi quella letteratura romantica Polacca intrisa dalle radici cristiane ed europee della Nazione. Una Nazione lungo i secoli ripetutamente spartita e annientata dalle potenze straniere, ma per questo sempre più viva nel cuore e nel canto dei polacchi…soprattutto dei poeti. È in questi fervidi anni che in Karol cresce la fiamma del poeta romantico: l’umile e autorevole guida del popolo che ne celebra l’identità, il sacerdote laico che eleva i cuori nella bellezza. Quella del poeta è una vocazione altissima e fondamentale nella società: celebrare e così riaccendere quella Bellezza da cui è nato un popolo, da cui sempre può rinascere ogni singolo individuo e una vita comunitaria. La vocazione di riconsegnare le chiavi della libertà, del senso della vita. Una vocazione per cui bisogna assolutamente farsi “piccoli”, perché si canta qualcosa di molto più grande. Scrive Karol al suo maestro di teatro, allo scoppio della II guerra Mondiale, guerra che spezza il suo percorso universitario di Lettere al solo primo anno, ma non il suo sogno:

Per quel che riguarda la Fiamma che dentro di me si è accesa, penso che essa dipenda strettamente dall’agire di una Forza suprema. Non è, mi pare, elaborazione artigianale, ma un certo impulso. Non vorrei dire addirittura, azione della Grazia. (…) Allora penso che alla Grazia bisogna sapere rispondere con l’umiltà (Umiltà). Dunque, in questa dimensione, la lotta per la Poesia sarà la lotta per l’Umilità”. (6)

Un’umiltà “artistica”, che si esprime anche in un rispetto per la Parola in quanto tale, dove non è secondaria l’attenzione alla pronuncia – la forma non è accessoria. Secondo Karol la Parola, per liberare tutta la sua potenza, va non solo scritta, letta, ma pronunciata. E' questo il motivo per cui, a suo parere, nel Teatro, dove inizia a recitare sin dal liceo, la Parola può vivere nella sua ampiezza e profondità. Iniziano le lunghe ore di lezione, a bottega dal suo maestro, per riuscire nell’intento. Me le ha raccontate Janus Kotlarczyk nipote del maestro di teatro di Wojtyła, Mieczyslaw Kotlarczyk “Mietek Lo costringeva a ripetere e a ripetere, fino a quando non avesse una pronuncia perfetta. Mia zia Janina era spesso testimone di questa scena: lei seduta in una camera con la porta socchiusa e Mietek e Karol che facevano gli esercizi nell'altra camera. E dopo qualche ora lei vede Mietek che fa questo gesto, con le mani nei capelli, e dice: com'è difficile! ". (7)

Altre parole regalate da Karol al suo maestro di teatro, nel carteggio clandestino durante la guerra, gettano luce sulla valenza che entrambe attribuivano a una certa forma d’arte. Scrive Karol: ”Credo nel tuo teatro e vorrei tanto contribuire alla sua creazione, perché sarebbe diverso da tutti gli altri in Polonia, e non spezzerebbe l’uomo, ma lo innalzerebbe e lo infiammerebbe e non lo romperebbe, ma lo renderebbe angelico. Così c’è dentro di me il desiderio di lavorare nella patria futura. Io non sono il cavaliere della spada, ma come artista vorrei costruire il suo teatro e la poesia, anche non pagato, con tutto l’entusiasmo e l’estasi, con tutta la mia anima slava, con tutto il mio zelo e l'amore." (8) Una volta che il maestro raggiunge Karol a Cracovia, nell'agosto del 1941, la nuova forma di teatro da tempo in gestazione nel loro pensiero e nelle loro sperimentazioni – “Il Teatro Rapsodico o della Parola viva”– finalmente viene alla luce, nell’ombra della clandestinità. In scena, le sintesi delle grandi opere della Letteratura romantica polacca. Un canto sulle origini cristiane e culturali della nazione, per mantenerne viva l’anima. Scoperti dai nazisti, in quelle che chiamavano “le catacombe” dove si riunivano – i sotterranei delle case di Cracovia – sarebbero stati sicuramente deportati. Dal punto di vista esistenziale, ancora un’attitudine tipica dei bambini: un affidamento totale a Dio, nella coscienza che la battaglia valeva la pena, perché senza identità umana e spirituale, non c'è vera vita. Un affidamento non privo di lotte e turbamenti.

 

"Lotto con il canto, o madre. Sempre mi abbatte

questa bufera, che scende al mondo, questa inondazione

che procede a cento cavalli come un’onda impetuosa,

e io la mia onda desidero portare sopra queste onde” . (9)

 

Da questo periodo difficilissimo della vita di Karol, inizia una svolta profonda esistenziale e artistica, nella continuità. Dall’immersione sempre più appassionata nella parola poetica alla conferma esperienziale di un’intuizione che aveva sempre avuto: la “potenza” della parola umana ha un’origine che, attraversandola, la supera. Confiderà Wojtyła stesso nel libro scritto per celebrare i 50 anni del suo sacerdozio: "La parola, prima di essere pronunciata sul palcoscenico, vive nella storia dell'uomo come dimensione fondamentale della sua esperienza spirituale. In ultima analisi, essa rimanda all'imperscrutabile mistero di Dio stesso. Riscoprendo la parola attraverso gli studi letterari e linguistici, non potevo non avvicinarmi al mistero della Parola, di quella Parola a cui ci riferiamo ogni giorno nella preghiera dell'Angelus: "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14)". (10)

A questo proposito, è importante prendere per mano Karol e seguirlo ancora in un luogo dove incontra con più forza il Volto del Verbo fatto carne. E’ sulla via che Karol percorre ogni giorno per raggiungere la cava di pietra, dove è costretto a lavorare come operaio durante l’occupazione nazista, per non essere deportato. E’ la chiesa di una casa di suore, dove la mistica Faustina Kowalska, morta un anno prima, aveva lasciato il suo Diario e l’immagine che Gesù le aveva chiesto di far dipingere. Un’immagine di Gesù stesso – nota oggi in tutto il mondo grazie proprio a papa Giovanni Paolo II – che vuole riflettere l’Essere, il Volto di Dio Padre: La Misericordia.

Karol entra sempre più nel mistero di una Misericordia che rivela e ricrea la dignità dell’uomo, il suo essere figlio amato da Dio Padre. Una Misericordia che è "l'unica Forza" – sono parole di Wojtyła – "in grado di porre un limite al male”. (11)

In questo periodo, anche la compagna di teatro di Wojtyła, Danuta Michalowska, si accorge di un cambiamento profondo in Karol, proprio dal modo in cui recita – nel teatro clandestino – la parte dell'assassino, il Re Boleslao, nel "Re Spirito", un’opera di Slowaski (12) che narra il martirio di San Stanislao, patrono della Polonia. Danuta mi ha raccontato: “Nel recitarla, aveva sempre rappresentato con la propria persona la vanità e la superbia del Re, con parole di odio e di minacce. Eravamo tutti talmente presi da quella magnifica interpretazione che quasi tremavamo dallo stupore. Poi, due settimane più tardi, nel cominciare l'ultimo atto, il quinto, il più coinvolgente per il pubblico, Karol prese a recitare in tutt'altro modo: con un tono quieto, tranquillo, direi con umiltà e con modestia, al punto che siamo rimasti tutti colpiti e sorpresi del cambiamento. Si può dire che aveva demolito tutta la concezione dello spettacolo, mettendoci in qualche modo in difficoltà. Glielo abbiamo chiesto alla fine dell'atto: perché lo hai fatto? E lui rispose che, a ben pensarci, Slowacki, nel suo dramma, non intendeva condannare il Re, ma comprenderlo e perdonarlo".

E’ questo il periodo in cui da sacerdote della “parola poetica”, Wojtyła sceglie – avvertendo una forte chiamata spirituale – di diventare sacerdote di quel Verbo fatto uomo, sacerdote della Misericordia.

Non posso tacere un ultimo aspetto cruciale della svolta spirituale di Karol, sempre in questi mesi duri. Gli è donato un libro, "Il trattato della vera devozione a Maria" di San Luigi Grignon De Monfort, libro che Karol non lascerà mai. Inizia un viaggio alla scoperta più profonda di una Madre che – lo sapeva – ma scopre sua, viva, sollecita, premurosa. Una madre che nel suo essere Immacolata è “l'eco di Dio” (13) e porta chiunque le si avvicini alla comunione intima con Lui. Maria, spiega Monfort, la Via più semplice e sicura per incontrare veramente Dio per come Egli è.

Da qui, tutto Wojtyła. Da qui, il “Totus Tuus” del suo stemma e del suo "DNA", la Sintesi mariana del percorso fatto finora. In Maria, il porto sicuro, la capacità di farsi ancora più piccolo, per entrare nel “grembo” materno dove incontrare Dio. Karol canterà questo rapporto con Maria anche poeticamente, in un dialogo tra Maria e Giovanni, il giovane discepolo che in questi versi è immaginato celebrare l’Eucarestia alla presenza della Madre.

   

Ecco – più che nel mormorio delle mie labbra

più che nei pensieri, nella vista, nella memoria – più’ che nel pane stesso forse?–

il suo spazio è serbato nell’incavo delle tue braccia, e là dove una tenera testa

si appoggiò alla tua spalla: questo spazio rimane in Te, forma impressa.

E mai vi brilla il vuoto. E in Te così grande presenza

che quando già spezzavo il pane con le mie mani tremanti

per porgerlo alla Madre –

ho indugiato un attonito istante, perché questa verità

mi rifulgeva dai tuoi occhi, in una lacrima.” (14)

   

Dopo questi anni di sangue e di scoperte preziose, tutta la vita sacerdotale di Karol – e quindi anche il suo pontificato – vorrà essere sempre più fedelmente Riverbero dell’infinita Misericordia di Dio. Non per questo Wojtyła smetterà di considerare l’arte un luogo privilegiato di intuizione della realtà nel suo mistero. E di sottolinearne anche la valenza “profetica”...Anzi! Sentirà sempre, pur nella diversa disponibilità di tempo, l’esigenza di scrivere poesie per “vedere” la realtà oltre le apparenze e la superficie. Inoltre negli anni si troverà a difendere con lettere pubbliche la compagnia del teatro rapsodico minacciata dal regime comunista, che purtroppo sappiamo irretirà ancora la Polonia per 40 anni. Dimostrerà la sua stima per l'arte a Cracovia, da Vescovo, organizzando corsi di ritiro spirituale per artisti. Insomma, appoggerà costantemente e in vari modi l’arte, per proteggere e promuovere quella "bellezza" che "salverà il mondo”(15).

Una bellezza che rifulge sempre di più negli ultimi anni della vita di Giovanni Paolo II, perché sempre più riflesso del Verbo, che si fa dono, fino alla fine. Quella bellezza che Wojtyła cantava sin da giovane nelle sue poesie:

 

O maestri dell’Ellade, vi narro un grande miracolo:

 non importa vegliare sull’Essere che scorre via tra le dita,

c’è la Bellezza reale,

celata sotto il Sangue vivo.

Il frammento di pane più reale dell’Universo

più colmo d’Essere, colmo del Verbo – il canto che sommerge come un mare

– il vortice di sole,

 l’esilio di Dio.” (16)

   

Ecco forse il compimento della parabola esistenziale di Karol, del capolavoro che fu la sua stessa vita: dall'essere artista della "parola viva", al diventare egli stesso Parola viva. Così ci apparì pochi giorni prima della sua "nascita al Cielo", il 30 marzo del 2005, quando si affacciò alla finestra su Piazza San Pietro per benedirci. Un uomo che non poteva più parlare a seguito dell’intervento di tracheotomia, si decifrò solo il suo "Amen", ma con il suo Silenzio e la sua Presenza fu la Parola più potente che avessimo mai ascoltato…o meglio, visto. Un Padre che c'era, nonostante tutto. A qualcuno sono tornati in mente alcuni versi di una sua poesia giovanile:

   

"Avverrà allora il miracolo

della trasformazione:

ecco, diverrai me –

 io – eucaristico.” (17)

 

Concludo questo viaggio per mano tua e di Wojtyła verso la "Sorgente" con altre sue parole, tratte dallo scritto con il quale siamo partiti: “E tutto il resto si rivelerà allora secondario e senza importanza di fronte all’unica realtà essenziale: padre, bambino e amore. E allora considerando perfino le questioni più semplici, tutti noi diremo: ma non si poteva decifrarlo molto prima? Non era sempre presente sul fondo di ciò che esiste?” (18).

   


(1) da Considerazioni sulla paternità, Karol Wojtyła, 1964.

(2) da Trittico romano- Meditazioni, I tavola, 2: La Sorgente, Giovanni Paolo II, 2003.

(3) da Considerazioni sulla paternità, Karol Wojtyła, 1964.

(4) da Trittico romano-Meditazioni, I tavola, 1: Lo Stupore, Giovanni Paolo II, 2003.

(5) da sonetto Convivio, vv 89-94, Karol Wojtyła, 1939.

(6) da lettera di Karol Wojtyła al suo maestro di teatro Mieczyslaw Kotlarczyk, Cracovia, 7 ottobre 1940 (Il maestro era ancora rimasto a Wadowice).

(7) Parole testuali di Janus Kotlarczyk, il nipote del maestro di teatro di Karol, raccolte da me in una video intervista per un documentario non ancora editato.

(8) da lettera di Karol Wojtyła al suo maestro di teatro Mieczyslaw Kotlarczyk, Cracovia, 14 novembre 1939, a 2 mesi dallo scoppio della seconda guerra mondiale a Cracovia.

(9) da Salmo…E quando Davide giunse alla sua terra madre, vv. 25-28, Karol Wojtyła, 1939.

(10) da Dono e Mistero, autobiografia di Giovanni Paolo II, in occasione dei 50 anni del suo sacerdozio, 1996.

(11) Parole di Giovanni Paolo II in un discorso a braccio, ricordando gli anni terribili della guerra. Polonia, Cracovia-Łagiewniki durante l'omelia tenuta per la consacrazione Santuario della Divina Misericordia, 17 agosto 2002.

(12) Parole testuali di Danuta Michalowska, amica e compagna di teatro di Karol Wojtyła, raccolte da me in una video intervista per un documentario non ancora editato.

(13) Trattato della Vera Devozione a Maria, San Luigi Maria Grignon De Monfort, Parte III, capitolo 4, punto 7 [225] Ogni volta che tu pensi a Maria, Maria pensa per te a Dio. Ogni volta che tu dai lode e onore a Maria, Maria con te loda e onora Dio. Maria è tutta relativa a Dio e io la chiamerei benissimo l'essere relazionale a Dio, che non esiste se non in relazione a Dio, o l'eco di Dio, che non dice e non ripete se non Dio. Se tu dici Maria, ella ripete Dio.

(14) La Madre,II, 2 (Lo spazio in te rimasto), Karol Wojtyła, 1950.

(15) F.Dostoevskij, L'Idiota, P. III, cap. V citate in Lettera agli artisti, cap. "La bellezza che salva", punto 16, Giovanni Paolo II, 1999.

(16) Canto del Dio Nascosto, P. I, 13, Karol Wojtyła, 1944.

(17) Canto del Dio Nascosto, P. II, 13, Karol Wojtyła, 1944.

(18) da Considerazioni sulla paternità, Conclusioni, Karol Wojtyła, 1964.