La conoscenza di Dio è il fine di tutti gli esseri razionali: la felicità dell’uomo consiste nella contemplazione di Dio

Questa pagina della Contra Gentiles presenta Dio come fine di tutte le cose, spiegando che ogni essere tende a unirsi a Dio come al suo ultimo fine e nella misura delle sue possibilità, come conseguenza della sua somiglianza a Dio stesso. Perciò conoscere la prima verità, che è Dio, è il fine ultimo di tutto l’uomo, di tutte le sue azioni e di tutti i suoi desideri, e da ciò ne deriva la sua beatitudine. Pertanto la felicità ultima dell’uomo consiste nella contemplazione della verità, ovvero nella conoscenza della sapienza e della verità divine.

cap. XXV: Il fine di tutte le sostanze intellettive è la conoscenza di Dio

Ma poiché tutte le creature, comprese quelle prive d’intelletto, sono ordinate a Dio come al loro ultimo fine, e poiché tutte lo raggiungono in quanto partecipano una certa sua somiglianza, le creature intelligenti lo raggiungono in una maniera speciale, ossia mediante la loro operazione, conoscendolo intellettualmente. Perciò è necessario che la conoscenza intellettiva di Dio sia il fine delle creature intellettive. Infatti:

1. Dio, come abbiamo visto sopra, è il fine di tutte le cose. Perciò ciascun essere tende ad unirsi a Dio come al suo ultimo fine nella misura delle sue possibilità. Ma l’unione con Dio è più stretta per il fatto che un essere ne raggiunga in qualche modo la sostanza, il che avviene quando si conosce qualcosa della sostanza divina, che per il fatto che se ne acquista una certa somiglianza. Dunque le sostanze intellettive tendono come al loro ultimo fine alla conoscenza di Dio.

2. Fine di ogni cosa è la sua operazione propria, poiché questa è la sua seconda perfezione; e per questo si dice buono e virtuoso quell’essere che è ben disposto rispetto alla propria operazione. Ora, la conoscenza intellettiva è l’operazione propria delle sostanze intellettive. Dunque essa è il loro fine. Quindi l’atto più perfetto in questa forma in attività è il loro ultimo fine: soprattutto trattandosi di operazioni che non sono ordinate a dei prodotti, quali sono l’intendere e il sentire. E poiché queste operazioni ricevono la specie e la conoscibilità dall’oggetto, è necessario che ciascuna di queste operazioni sia tanto più perfetta, quanto è più perfetto il suo oggetto. Perciò la conoscenza dell’intelligibile perfettissimo, che è Dio, è la più perfetta delle operazioni intellettive. Quindi conoscere Dio mediante l’intellezione è il fine ultimo di qualsiasi sostanza intellettiva.

Qualcuno potrebbe però obbiettare che pur consistendo l’ultimo fine delle sostanze intellettive nell’intellezione dell’intelligibile più alto, non è necessario che l’intelligibile più alto per questa o per quell’altra sostanza intellettiva sia tale in modo assoluto, ma l’oggetto sarebbe il più alto solo relativamente al grado di ogni sostanza intellettiva. Cosicché forse soltanto la prima delle sostanze intellettive create avrà come supremo oggetto intelligibile l’intelligibile più alto in senso assoluto, e quindi la sua felicità potrà consistere nell’intellezione di Dio, ma la felicità di qualsiasi altra sostanza intellettiva consisterà nell’intendere un intelligibile più modesto, che però è il più alto tra le cose che esso può intendere. Soprattutto sembra che l’intellezione dell’intelligibile supremo debba essere esclusa per l’intelletto umano, data la sua debolezza: infatti rispetto all’intelligibile più alto esso è «come l’occhio del pipistrello rispetto al sole».

Ma è evidente che la conoscenza intellettiva di Dio è il fine di qualsiasi sostanza intellettiva, anche di quella più modesta. Sopra infatti noi abbiamo dimostrato che Dio è l’ultimo fine a cui tendono tutti gli esseri. Ora, l’intelletto umano, pur essendo l’ultimo nell’ordine delle sostanze intellettive, è superiore a tutti gli esseri privi d’intelligenza. Perciò siccome una sostanza più nobile non può avere un fine meno nobile, anche l’intelletto umano dovrà avere Dio come fine. Ma ogni essere intelligente consegue il suo ultimo fine per il fatto che lo conosce intellettivamente, come abbiamo già visto. Dunque l’intelletto umano raggiunge Dio come ultimo fine conseguendolo intellettualmente.

3. Come gli esseri privi d’intelletto tendono a Dio quale loro fine mediante la somiglianza, così le sostanze intellettive tendono a lui mediante la conoscenza, secondo le spiegazioni date. Ma sebbene gli esseri privi d’intelletto tendano a somigliare alle cause agenti immediate, tuttavia la tendenza della loro natura non si ferma là, bensì ha per fine la somiglianza col sommo bene, com’è evidente da quanto abbiamo detto, anche se sia imperfettissima la somiglianza che possono raggiungere. Perciò l’intelletto, per quanto poco possa conoscere di Dio, questo poco costituisce per esso l’ultimo fine, più che la conoscenza perfetta degli intelligibili di grado inferiore.

4. Ciò che un essere maggiormente desidera è il suo ultimo fine. Ma l’intelletto umano desidera, ama e gusta di più la conoscenza delle cose di Dio, per quanto poco possa saperne, che la conoscenza perfetta delle cose più umili. Dunque fine ultimo dell’uomo è conoscere intellettualmente Dio in una qualsiasi misura.

5. Ogni essere tende alla somiglianza con Dio come al proprio fine. Perciò la cosa per cui maggiormente somiglia con Dio costituisce per ogni essere il suo ultimo fine. Ora, la natura intellettiva somiglia a Dio soprattutto per il fatto che è intellettiva: poiché tale somiglianza la possiede al di sopra delle altre creature, e include ogni altra somiglianza. Ma nel genere di questa somiglianza essa somiglia più a Dio mediante l’intellezione in atto, che mediante l’intellezione abituale o potenziale, perché Dio è sempre intelligente in atto, come abbiamo visto nel Primo Libro. E nell’intellezione attuale raggiunge la massima somiglianza con Dio nel conoscere Dio stesso: poiché Dio stesso nell’intendere se stesso conosce tutte le altre cose, come abbiamo dimostrato nel Primo Libro. Dunque la conoscenza di Dio è il fine ultimo delle sostanze intellettive.

6. Ciò che è amabile solo in vista di altro, è tale solo per ciò che è amabile per se stesso: poiché nei desideri di natura non si può andare all’infinito, altrimenti questi desideri sarebbero frustrati, non essendo possibile percorrere cose infinite. Ora, tutte le scienze, le arti e le capacità di ordine pratico sono amabili solo per altre cose: poiché fine di esse non è il sapere, ma l’operare. Invece le scienze di ordine speculativo sono amabili per se stesse: poiché il loro fine è il sapere stesso. D’altra parte nelle attività umane non se ne riscontra una che non sia ordinata a un fine ulteriore, ad eccezione dell’attività speculativa. Infatti persino il giuoco, che sembra fatto senza altri scopi, ha un debito fine, che consiste nel ricreare la mente, per essere poi più forti nel compiere le azioni impegnative; altrimenti, se il giuoco fosse cercato per se stesso, bisognerebbe giuocare di continuo, il che è inammissibile. Perciò le scienze pratiche sono ordinate a quelle speculative, e tutta l’attività umana è ordinata come a suo fine alla speculazione intellettiva. Ma tra tutte le scienze e le arti pratiche ordinate tra loro, l’ultimo fine appartiene evidentemente a quella che comanda e coordina le altre: l’arte nautica, p. es., in cui rientra il fine della nave, ossia l’uso di essa, coordina e dà disposizioni a quella cantieristica. Ebbene, tale è il rapporto della filosofia prima rispetto alle scienze speculative, poiché da essa dipendono tutte le altre, in quanto da essa queste ultime desumono i loro princìpi e le direttive contro coloro che li negano. D’altra parte la filosofia prima è ordinata interamente alla conoscenza di Dio come al suo ultimo fine, cosicché viene denominata «scienza divina». Dunque la conoscenza di Dio è il fine ultimo di ogni conoscenza e operazione umana.

7. In tutte le serie di agenti e di motori coordinati bisogna che il fine del primo agente o motore sia l’ultimo fine di tutti gli altri: ossia come il fine del re che guida l’esercito è il fine di tutti i suoi soldati. Ora, tra tutte le facoltà dell’uomo si riscontra che il primo motore è l’intelletto, poiché l’intelletto muove la parte appetitiva proponendole il suo oggetto; ma l’appetito intellettivo, che è la volontà, muove gli appetiti sensitivi, ossia l’irascibile e il concupiscibile, cosicché noi non obbediamo alla concupiscenza, se non interviene il comando della volontà; a sua volta l’appetito al consentire della volontà muove subito persino il corpo. Dunque il fine dell’intelletto costituisce il fine di tutte le azioni umane. Ora, «fine e bene dell’intelletto è la verità»: di conseguenza l’ultimo fine è la prima verità. Perciò conoscere la prima verità, che è Dio, è il fine ultimo di tutto l’uomo, di tutte le sue azioni e di tutti i suoi desideri.

8. Gli uomini hanno il desiderio naturale di conoscere le cause di ciò che vedono: ecco perché essi diedero inizio alla ricerca filosofica, per la meraviglia dei fenomeni che vedevano e di cui ignoravano la causa; e una volta trovata la causa si fermavano. Ma la ricerca non ha tregua fino a che non si giunge alla prima causa: e «allora noi pensiamo di conoscere perfettamente quando conosciamo la causa prima». Dunque l’uomo per natura desidera, quale ultimo fine, di conoscere la causa prima. Ma la causa prima di tutte le cose è Dio. Quindi conoscere Dio è l’ultimo fine dell’uomo.

9. Conosciuto un effetto, l’uomo desidera per natura di conoscerne la causa. Ma l’intelletto umano conosce l’ente nella sua universalità. Dunque desidera per natura di conoscerne la causa, che è Dio soltanto, come abbiamo dimostrato nel Secondo Libro. Ma nessuno consegue il suo ultimo fine, fino a che non si acquieta il suo desiderio naturale. Quindi alla felicità dell’uomo, che è appunto l’ultimo fine, non basta qualsiasi altra conoscenza intellettiva, se manca la conoscenza di Dio, la quale ne appaga il desiderio naturale come l’ultimo suo fine. Dunque la conoscenza di Dio è l’ultimo fine dell’uomo.

10. Un corpo, il quale tende per natura verso il luogo suo proprio, si muove con maggior forza e velocità quanto più si avvicina al termine: e da questo Aristotele dimostra che il moto naturale retto non può tendere all’infinito, poiché altrimenti dovrebbe essere uniforme. Perciò quanto nel tendere ad un oggetto aumenta il suo impulso non può muoversi all’infinito, ma tende a uno scopo determinato. Ora, ciò si riscontra nel desiderio di sapere: infatti più uno sa, più desidera di sapere. Dunque il desiderio naturale dell’uomo per il sapere tende a un fine determinato. Ma questo non può essere che il conoscibile più alto, cioè Dio. Quindi il fine ultimo dell’uomo è la conoscenza di Dio.

Ora, l’ultimo fine dell’uomo e di qualsiasi sostanza intellettiva viene denominato felicità o beatitudine, perché questo è ciò che tutte le sostanze intellettive desiderano come ultimo fine e per se stesso. Dunque conoscere Dio è la beatitudine o la felicità ultima di tutte le sostanze intellettive.

Ecco perché nel Vangelo si legge: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»; e ancora: «Questa è la vita eterna, che conoscono te, vero Dio».

Con ciò si accorda l’insegnamento di Aristotele, il quale nell’ultimo libro dell’Etica afferma che l’ultima felicità dell’uomo è «speculativa e riguarda l’oggetto speculativo più eccellente».

 

cap. XXXVII: La felicità ultima dell’uomo consiste nella contemplazione di Dio

Se dunque l’ultima felicità dell’uomo non consiste nei beni esteriori, denominati beni di fortuna; e neppure nei beni del corpo, o nei beni dell’anima rispetto alla parte sensitiva, o negli atti delle virtù morali rispetto a quella intellettiva; e neppure negli atti intellettivi relativi all’operare, ossia nell’esercizio dell’arte e della prudenza, rimane che l’ultima felicità dell’uomo consiste nella contemplazione della verità.

Infatti quest’ultima attività è l’unica propria dell’uomo e non ne partecipa affatto nessun altro animale.

Inoltre essa non è ordinata a nessun altro scopo, poiché la contemplazione della verità viene cercata per se stessa.

In più, mediante quest’attività l’uomo si unisce per somiglianza con gli esseri superiori, poiché tra tutte le attività umane, questa soltanto si trova anche in Dio e nelle sostanze separate. Anzi, con essa egli raggiunge questi esseri superiori mediante una qualche conoscenza.

E per esercitarla l’uomo è più che per altre sufficiente a se stesso, perché per essa si richiede un minimo di aiuto dalle cose esterne.

Inoltre, tutte le attività umane sembrano ordinate a questa funzione. Infatti per la perfezione della contemplazione si richiede il benessere del corpo, al quale sono ordinati tutti i prodotti dell’arte necessari alla vita. Si richiede inoltre il placarsi dei turbamenti delle passioni, al quale si giunge con le virtù morali e con la prudenza; e l’esclusione di turbamenti esterni, cui è ordinato tutto il governo della vita civile. Cosicché, considerando bene le cose, tutte le professioni umane sembrano a servizio di coloro che contemplano la verità.

Ora, non è possibile che l’ultima felicità dell’uomo consista nella contemplazione relativa ai primi princìpi, la quale è imperfettissima in quanto troppo generica, e contiene la conoscenza delle cose solo in potenza; questa inoltre è il principio e non il termine dello studio umano, derivando in noi dalla natura e non dalla ricerca della verità. E neppure può consistere nelle scienze delle cose più basse, perché la felicità deve consistere in un’operazione dell’intelletto riguardo i più nobili oggetti intelligibili. Perciò l’ultima felicità dell’uomo deve consistere nella contemplazione della sapienza circa le verità divine.

È così dimostrato, anche per via d’induzione, quanto sopra abbiamo provato con argomenti diretti, che cioè l’ultima felicità dell’uomo consiste solo nella contemplazione di Dio.

 

Somma contro i Gentili, Libro III, capp. XXV e XXXVII, tr. it. di Tito S. Centi, Utet, Torino 1997, pp. 603-607 e 625-626.