Perché lo studio della creazione è istruttivo per la fede: i compiti del filosofo e del teologo nella conoscenza della natura

In questo testo della Somma contro i Gentili, l’Aquinate mostra i vantaggi che derivano da una corretta conoscenza delle opere di Dio nella creazione. Tale conoscenza giova alla teologia e alla fede non soltanto perché dalle opere di Dio è possibile risalire fino all’esistenza di un Creatore, ma anche perché, conoscendo meglio le creature, si evita l’errore di attribuire loro ciò che, invece, è proprio solo di Dio. Inoltre, il filosofo (qui assimilabile al filosofo naturale, ovvero allo scienziato) e il teologo considerano le creature secondo punti di vista differenti, che identificano però un itinerario circolare: il teologo si muove dalla conoscenza di Dio verso la conoscenza delle creature, comprendendo la verità di queste ultime alla luce della Rivelazione; il filosofo ascende dalle creature verso la verità prima e verso Dio, comprendendo le cose create per se stesse, secondo le loro specifiche proprietà.

II. La considerazione delle opere di Dio è necessaria per l’istruzione della fede umana sulle cose di Dio.

Primo, perché dallo studio di ciò che essa ha compiuto, possiamo facilmente volgerci ad ammirare e a considerare la sapienza divina. Le cose infatti che sono prodotte dall’arte rappresentano l’arte medesima, perché eseguite secondo i suoi criteri. Ora, Dio ha dato l’esistenza alle cose con la sua sapienza, secondo le parole dei Salmi (104, 24): «Tutte le cose le hai fatte con sapienza». Perciò dallo studio delle creature possiamo quasi raccogliere la sapienza di Dio, impressa in loro per una certa sparsa comunicazione della sua immagine. Infatti nell’Ecclesiastico si legge «Sparse la sapienza su tutte le sue opere» (cfr. Sir 1,7). Perciò il Salmista, dopo aver detto, «Mirabile si è resa in me la sua scienza, essa è tanto alta e io non posso raggiungerla» (cfr. Sal 138,6), e dopo aver accennato all’aiuto dell’illuminazione divina con la frase, «La notte è la mia luce, ecc.», aiutato dalla considerazione delle opere di Dio, per conoscere la sapienza divina, confessa apertamente: «Le tue opere sono meravigliose, e ben le conosce l’anima mia» (cfr. Sal 136,12.14).

Secondo, questa considerazione porta ad ammirare l’altissima virtù di Dio, e quindi produce nel cuore degli uomini la riverenza verso Dio. Infatti la virtù dell’artefice viene concepita necessariamente superiore a quella delle cose prodotte. Di qui le parole della Sapienza: «Se costoro», cioè i filosofi, «hanno ammirato la virtù e gli effetti di queste cose», cioè del cielo, delle stelle e degli elementi del mondo, «capiscono quanto sia più forte di essi colui che le ha fatte» (cfr. Sap 13,4). E quelle di s. Paolo: «Le cose invisibili di Dio si comprendono mediante le opere da lui compiute, così pure la sua sempiterna virtù e divinità» (cfr. Rm 1,20). Ora, da questa ammirazione deriva il timore e il rispetto verso Dio. Così infatti si esprime Geremia: «Grande è il tuo nome in potenza. Chi non ti temerà, o Re delle genti?» (Ger 10,6-7).

Terzo, questa considerazione accende gli animi degli uomini all’amore verso la bontà divina. Quando infatti c’è di bontà e di perfezione sparso nelle diverse creature, è concentrato in lui come nella fonte di ogni bene, come abbiamo visto nel Primo Libro [cfr. Contra Gentiles, I, cc. 28, 40]. Se quindi la bontà, la bellezza e la dolcezza delle creature attira l’animo degli uomini, la bontà fontale di Dio stesso, paragonata ai rigagnoli del bene riscontrato con diligenza nelle singole creature, attirerà totalmente a sé gli animi infiammati degli uomini. Ecco perché nei Salmi si legge: «Mi hai allietato, o Signore, nelle cose da te compiute, esulterò nelle opere delle tue mani» (cfr. Sal 92,5). E altrove si legge a proposito dei figli degli uomini: «Saranno inebriati dall’opulenza della tua casa», ossia di tutta la creazione, «e li disseterai al torrente delle tue delizie: perché in te c’è la fonte della vita» (cfr. Sal 36,9-10). Inoltre nella Sapienza è detto contro certuni: «Dalle cose che si mostrano buone», cioè dalle creature che sono buone per partecipazione, «non seppero conoscere colui che è» (cfr. Sap 13,1), cioè colui che è veramente buono, anzi la stessa bontà, come abbiamo dimostrato nel Primo Libro [c. 38].

Quarto, questa considerazione dà all’uomo una certa somiglianza con la perfezione divina. Sopra infatti [cfr. I, cc. 49ss] abbiamo spiegato che Dio, conoscendo se stesso, conosce in sé tutte le cose. Perciò, siccome la fede cristiana istruisce principalmente l’uomo su Dio, e con la luce della rivelazione divina gli fa conoscere anche le creature, nell’uomo si produce una certa somiglianza della sapienza divina. Di qui l’affermazione paolina: «Noi tutti però a faccia svelata, quasi mirando in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasfigurati dall’identica sua immagine» (2Cor 3,18).

È perciò evidente che la considerazione delle creature fa parte dell’istruzione della fede cristiana. Ecco in proposito le parole dell’Ecclesiastico: «Io mi ricorderò delle opere del Signore e racconterò quello che ho veduto; per la parola del Signore esistono le sue opere» (cfr. Sir 42,15).

III. La considerazione delle creature è necessaria non solo a istruire nella verità, ma anche a combattere l’errore.

Infatti gli errori circa le creature talora allontanano dalla fede, perché sono incompatibili con la vera conoscenza di Dio. E questo può avvenire in più modi.

Primo, perché chi non conosce le creature talora arriva all’assurdo di considerare quale prima causa, e quindi Dio, cose le quali non possono non derivare da altre cause, ritenendo di non poter ammettere altri esseri che quelli che si vedono. Tra costoro troviamo quelli che considerano Dio qualsiasi essere corporeo: «Coloro che», come dice la Sapienza «o il fuoco, o il vento, o l’aere mobile, o il cielo delle stelle, o la gran massa delle acque, o il sole e la luna credettero dèi» (Sap 13,2).

Secondo, per il fatto che essi attribuiscono a delle creature ciò che è prerogativa solo di Dio. Ma anche in questo capita un errore circa le creature. Infatti ciò che è incompatibile con la natura di una cosa, non le venne attribuito, se non perché codesta natura è ignorata: come nel caso in cui all’uomo si attribuissero tre piedi. Ebbene ciò che è esclusivamente di Dio è incompatibile con la natura di una creatura: come è incompatibile con le altre creature ciò che è esclusivamente dell’uomo. Perciò l’errore suddetto capita perché s’ignora la natura delle creature. Di qui la condanna della Sapienza: «Imposero alle pietre e al legno il nome incomunicabile» (Sap 14,21). E cadono in tale errore coloro che attribuiscono non a Dio, ma ad altre cause, la creazione, la conoscenza del futuro, o il compimento dei miracoli.

Terzo, perché ignorando la natura del creato si toglie qualcosa alla virtù di Dio che opera nelle creature. Ciò è evidente nel caso di coloro che ammettono due princìpi della realtà; nel caso di quelli che fanno derivare le cose da Dio, non per volontà divina, ma per necessità; e di quelli che sottraggono le cose, in tutto o in parte, alla provvidenza divina, oppure negano che Dio possa agire fuori del corso ordinario della natura. Tutte queste tesi infatti tolgono qualcosa alla potenza di Dio. E contro di esse si legge: «Stimarono l’Onnipotente quasi capace di nulla» (Gb 22,17). E ancora: «Ma dài a conoscere tu la tua potenza, che non sei creduto perfettamente potente» (Sap 12,17).

Quarto, perché l’uomo, il quale è guidato verso Dio dalla fede come al suo ultimo fine, per l’ignoranza delle cose naturali e quindi della sua posizione nell’universo, può pensare di essere sottoposto alle cose di cui è superiore. Ciò è evidente nel caso di coloro che ritengono la volontà degli uomini soggetta agli astri, contro i quali Geremia ha scritto: «Non temete i segni del cielo, di cui temono i gentili» (cfr. Ger 10,2) di coloro che ritengono gli angeli creatori delle anime, oppure che le anime degli uomini sono mortali, o altre opinioni che derogano alla dignità umana.

Di qui si vede come sia falsa l’affermazione di certuni i quali, come narra s. Agostino (cfr. De origine animae, IV, c. 4), sostenevano che non interessa affatto alla verità della fede quello che ciascuno pensa delle creature, purché abbia un’idea giusta di Dio: poiché l’errore circa le creature si ripercuote in una falsa idea di Dio e porta il pensiero lontano da Dio, verso il quale la fede cerca di condurlo, assoggettandolo ad altre cause.

Ecco perché la Scrittura minaccia castighi a coloro che errano circa le creature come gli increduli. Nei Salmi p. es., si legge: «Poiché non hanno compreso le opere del Signore, e quello che hanno compiuto le sue mani, tu li distruggerai e non li riedificherai» (cfr. Sal 28,5); e nella Sapienza: «Così hanno pensato ed hanno sbagliato... non ebbero stima delle anime sante» (cfr. Sap 2,21).

IV. Risulta evidente dalle cose già dette che la dottrina della fede cristiana s’interessa delle creature in quanto in esse si riscontra di una certa immagine di Dio, e in quanto l’errore su di esse può portare all’errore circa le cose di Dio.

Perciò le creature interessano la dottrina suddetta e la filosofia umana sotto aspetti diversi. Poiché la filosofia umana le considera per quello che sono: cosicché secondo la diversità dei loro generi si riscontrano varie discipline filosofiche. Invece la fede cristiana non le considera per quello che sono in sé stesse: considera il fuoco, p. es., non in quanto fuoco, ma in quanto rappresenta la trascendenza di Dio, e in quanto in qualche modo dice ordine a Dio. Di qui le parole dell’Ecclesistico: «Le opere di Dio sono piene della sua magnificenza. Non ordinò egli ai santi di annunciare le sue meraviglie?» (cfr. Sir 42,16-17).

Per questo il filosofo e il credente considerano nelle cose aspetti differenti. Infatti il filosofo ne considera le proprietà che loro convengono secondo la propria natura: nel fuoco, p. es., la tendenza a salire verso l’alto. Invece il credente considera nelle creature il loro riferimento a Dio: ossia il fatto che sono create da Dio, che a lui sono soggette, ed altre cose del genere. Perciò non si deve a un’imperfezione della dottrina della fede il suo disinteresse per tante proprietà delle cose, p. es., per la configurazione del cielo, o per la qualità del suo moto. Del resto neppure il naturalista si interessa delle proprietà della linea che sono oggetto della geometria: ma solo della linea in quanto termina un corpo fisico.

Ed anche quando il filosofo e il credente considerano le creature sotto il medesimo aspetto, si rifanno a dei princìpi differenti. Poiché il filosofo argomenta partendo dalle cause proprie e immediate delle cose; il credente invece parte dalla causa prima: dal fatto, p. es., che Dio lo ha rivelato; oppure che ciò ridonda a gloria di Dio; ovvero dall’esserci in Dio una potenza infinita. Ed ecco perché questa dottrina ha diritto all’appellativo di somma sapienza, avendo per oggetto la causa più alta, secondo le parole della Scrittura: «Questa è la vostra sapienza e la vostra intelligenza al cospetto dei popoli» (Dt 4,6). Per questo la filosofia umana deve essere al suo servizio; cosicché talora la sapienza o scienza di Dio argomenta dai princìpi della filosofia umana. Infatti anche presso i filosofi la Filosofia Prima si serve dei dati di tutte le scienze per raggiungere le sue conclusioni.

Ed ecco perché codeste due discipline non seguono il medesimo ordine. Poiché in filosofia, la quale considera le creature in se stesse per giungere alla conoscenza di Dio, il primo oggetto da considerare sono le creature e l’ultimo è Dio. Invece nella dottrina della fede, la quale non considera le creature che in ordine a Dio, prima va considerato Dio e poi le creature. Di qui la maggior perfezione di quest’ultima: perché somiglia di più alla conoscenza di Dio, il quale conosce le cose conoscendo se stesso.

   

Somma contro i Gentili, Libro II, capp. II-IV, tr. it. di Tito S. Centi, Utet, Torino 19797, pp. 268-274.