L’origine delle specie

The Origin of Species, Oxford University Press, Oxford - New York, 1998.

L'origine delle specie, pref. di Giuseppe Montalenti, rist. anast., Zanichelli, Bologna 1982.

L'origine delle specie per selezione naturale o la preservazione delle razze nella lotta per la vita, intr. di Pietro Omodeo, Newton & Compton, Roma 2000.


L'opera e il suo impatto


“L’origine delle specie”, opera culmine di Charles Darwin, è forse uno dei libri che hanno maggiormente influenzato il rapporto tra scienza e religione durante la modernità. Tutt’oggi ci risulta difficile calcolare il suo impatto e le sue conseguenze nella rappresentazione teologica del mondo e dell’essere umano; anche l’opera creativa di Dio viene chiamata in causa e richiede un ripensamento alla luce degli sviluppi darwiniani. Non sarà mai eccessiva l’attenzione a quest’opera e ai suoi effetti culturali: essa ha di fatto determinato tutto un “cambiamento epocale”, le cui conseguenze non sono state ancora abbastanza calibrate nell’ambiente teologico. La lettura dell’opera che qui offriamo non riguarda, dunque, tanto la prospettiva biologica o quella storica, ma soprattutto quella teologica, che inevitabilmente si sente “toccata” dalla rivoluzione alla quale il libro diede inizio. Il lettore interessato potrà accedere alla voce del Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede dedicata a Darwin, Charles Robert, on line su questo stesso Portale.

Charles Darwin nasce nel 1809 nel seno di una famiglia ove si coltivavano numerosi interessi scientifici: suo nonno Erasmus Darwin già anticipò idee evoluzioniste; suo padre era medico. Anche il giovane Darwin studiò medicina, ma pare non fosse molto portato verso questa disciplina; nutriva tuttavia una forte curiosità scientifica ed una ammirabile capacità di osservazione in campo biologico. I suoi studi e le sue inclinazioni lo portarono ad imbarcarsi sulla nota spedizione del Beagle, una nave di esplorazione che viaggiò dal 1831 al 1836 in rotta verso i paesi tropicali, il Sud America, l’Australia e l’Oceania. La lunga esperienza di viaggio consentì a Darwin di osservare e raccogliere informazioni sui rapporti tra diverse specie e gli sviluppi avvenuti all’interno delle medesime specie, dati che influenzarono in seguito piuttosto fortemente la formulazione della sua teoria. Dopo anni di maturazione, nel 1859, diede alla stampa il libro che commentiamo, sicuramente risultato non solo dell’osservazione empirica, ma anche della ricezione critica di precedenti tentativi di spiegazione dell’origine e della varietà delle specie. La sua opera pubblicistica non si fermò qui; ancora altri volumi videro la luce in anni successivi; il più noto di essi è stato probabilmente The Descent of Man (1871), dove i criteri evoluzionisti venivano applicati alla specie umana.

Dall’inizio della pubblicazione del suo volume sull’origine delle specie, scattò una forte controversia che lo vide al centro di una certa “sfida” lanciata contro le visioni comuni, non soltanto quelle popolari, ma anche quelle proprie degli scienziati e di grandi settori intellettuali. Presto si formarono due partiti fra i favorevoli e gli oppositori alle proposte darwiniane, stabilendosi così una linea di confine che finì con il coinvolgere la confessione cristiana. La Chiesa anglicana, per mezzo di alcuni dei suoi rappresentanti ufficiali si oppose apertamente alla teoria dell’evoluzione delle specie, contribuendo accesamente al dibattito; gli esponenti ufficiali del cattolicesimo si mantennero al margine della discussione, almeno in linea di principio, non volendo probabilmente entrare in una questione che avrebbe potuto creare difficoltà, come era avvenuto due secoli prima con Galileo Galilei.

 

Il metodo scientifico di Darwin

Una parte fondamentale nello sviluppo delle nuove idee di Darwin la gioca il metodo scientifico-empirico, che lo scienziato inglese applicò in modo cospicuo. Egli fu infatti un uomo diligente nell' osservare e raccogliere dei dati; colpisce la quantità di casi osservati presenti nelle pagine dei suoi libri, e che sono riportati a conferma delle sue teorie. Ma colpisce forse di più, dalle testimonianze e dalle lettere raccolte, la sua disposizione a riconoscere gli errori delle sue ipotesi di partenza, quando queste non venissero verificate dai dati osservati. Per molti, Darwin fu un esempio di applicazione del modello e dell’atteggiamento scientifico, cioè accuratamente empirico, anti-dogmatico e aperto a nuove ipotesi, dopo l’eventuale fallimento di quelle precedenti. In qualche modo, fu un “evoluzionista” anche nella sua disposizione scientifica: molte ipotesi sorgono, solo poche sopravvivono all’impatto dell’ambiente e della verifica, e vengono “selezionate” per dare così origine a nuove teorie.

Ne L’origine delle specie Darwin parte da un fatto incontrovertibile: esiste un processo di selezione artificiale, che lui chiama “selezione sotto attività di addomesticare”, ovvero la pratica molto antica tra coltivatori e allevatori di scegliere gli esemplari più convenienti di una specie – di piante o di animali – ed escludere quelli meno vantaggiosi, mossi sempre da criteri di utilità, per migliorare la specie o addirittura per creare delle varietà. In questo caso, è l’uomo che interviene per modificare le caratteristiche di vegetali o animali al fine di adattarli ai propri bisogni. Non sono gli umani a creare le variazioni, ma dei processi naturali; i coltivatori intervengono soltanto regolando la selezione e decidendo quali varietà devono riprodursi e quali lasciate estinguere.

Di qui s’impone l’analogia con l’ambiente naturale, dove si danno molte più variazioni, nonché un processo continuato di esclusione e di selezione. Darwin è convinto che la natura operi in modo simile alla mano umana nell’accompagnare questo processo, trattandosi ormai di qualcosa che diventava sempre più ovvio. Grazie ai resti biologici fossili, si sapeva infatti già da tempo che molte altre specie – diverse delle attuali – erano vissute in anteriori tappe geologiche ma erano estinte al presente. Anche se erano state avanzate diverse teorie per spiegare questo fenomeno, che rivelava la mutabilità biologica e l’instabilità temporale delle singole specie, mancava una spiegazione più organica e convincente. Essa trovava adesso una risposta con la teoria della “selezione naturale”.

 

L'ipotesi della selezione naturale

La selezione naturale avviene per Darwin attraverso vari passi. Il primo è costituito dalla produzione, assai abbondante, di “variazioni”. Egli cercò di mostrare come tali variazioni avvengono, osservando la “generosità” con cui si diversificano in ambito biologico, segnalando poi alcune “leggi” che ne regolano la produzione. Il secondo passo è rappresentato dalla “lotta per la sopravvivenza”. L’idea di base è che il mondo biologico è immerso in una specie di stato di “concorrenza universale”: ciò significa che non tutti i generi, le specie e le variazioni possono raggiungere il proprio scopo di affermarsi, ma vi sono variazioni che si avvantaggiano ed altre che restano indietro. I fattori che determinano l’esito di tale concorrenza sono vari: il clima, le proporzioni del numero di singoli individui, i complessi rapporti con il resto degli animali e delle piante. Sembrerebbe che tale competizione sia più dura tra viventi della stessa specie. Il terzo passo è la “selezione naturale” vera e propria; essa agisce attraverso diversi fattori, quali l’età, ma soprattutto la sessualità (i maschi più vigorosi hanno maggiori probabilità di lasciare discendenza più numerosa). La selezione avviene con la preservazione e l’accumulo di modificazioni infinitamente piccole che, ereditate, rappresentano un vantaggio per determinati individui.

Tra le circostanze che favoriscono e/o inibiscono la selezione si segnalano: l’incrociarsi di individui, il grado d’isolamento e il numero degli individui che coesistono. Un esito ovvio del processo è la continua estinzione di intere specie e il sorgere di nuove, risultato di variazioni che vengono selezionate e si perpetuano per un certo tempo, finche si estinguono e danno luogo a loro volta a nuove specie. Lo stesso processo che accade a livello ontogenetico, si ripropone a livello filogenetico. Come i singoli individui più adatti lasciano una discendenza prima di morire, così pure accade con le specie. Soltanto a posteriori ci rendiamo conto che la concorrenza e la selezione hanno premiato quelle variazioni che si presentavano come più utili alla sopravvivenza di determinate piante o animali, mentre altre caratteristiche si sono rivelate negative a tale scopo. Chi si vede beneficiato delle caratteristiche utili “ha migliori chance di essere preservato nella lotta per la vita”; tali caratteri vengono poi ereditati e preservati nel tempo. La visione delle dinamiche che governano tale selezione è, in Darwin, piuttosto pragmatica. I caratteri si diversificano in modo poco ordinato, anche se seguendo certe linee di tendenza, ma col trascorrere del tempo verranno “scelti” solo quelli che si dimostrano più utili alla sopravvivenza.

La selezione naturale ha portato come conseguenza anche la grande divergenza di caratteri esistenti tra le specie biologiche, visto che il livello di tali divergenze incrementa le possibilità di selezione. L’estinzione, poi, interessa quelle tipologie meno capaci di “diversificazione” o di “miglioramento”. Da una tale visione emerge con spontaneità la nota immagine dell’“albero della vita”, i cui rami si diversificano, mentre altri terminano senza dare origine a successive diramazioni. La conclusione immediata è che le diverse specie non sono state “create” in modo indipendente, ma si possa ricostruire la provenienza delle une rispetto alle altre.

Come risultato della dinamica su esposta, Darwin introduce una certa idea di “perfezione”. La selezione naturale “agisce in modo predominante attraverso la competizione tra gli abitanti di un territorio, dando così origine a perfezione e rafforzamento in ordine alla battaglia per la vita”. Più grande è il territorio, più lunga e dura sarà la competizione, e più alto lo standard di perfezione. È in questo senso che andrebbe inteso l’aforisma: Natura non facit saltum. Così si spiegherebbero per Darwin le due leggi che guidano la formazione degli esseri viventi: la prima è la cosiddetta “unità del tipo”, che si attribuisce ai viventi della stessa classe morfologica, indipendentemente dalle loro abitudini, e che lo scienziato inglese identifica con l’unità di discendenza legata ai caratteri ereditati; la seconda è la legge delle “condizioni di esistenza”, secondo la quale ogni vivente deve adeguarsi alle proprie condizioni ambientali, cosa che di fatto si realizza attraverso i processi di selezione, che avvengono anche in collegamento con l’uso o il disuso degli organi che il vivente ha a disposizione.

Buona parte de L’origine delle specie è dedicato all’esame critico della teoria proposta, per corroborare la quale e renderla più chiara, si aggiungono progressivamente nuovi casi empirici. Darwin stesso è consapevole che vi sono questioni che continuano ad essere irrisolte e pongono dubbi circa una efficace spiegazione della teoria della selezione naturale. Alcune difficoltà riguardano la possibilità di rintracciare una precisa “catena” che colleghi un organismo con quello che lo ha preceduto nello schema proposto, e di identificare con precisione le modificazioni sorte nel passaggio da una specie a un’altra, sia attraverso l’osservazione contemporanea, sia con l’aiuto dei reperti fossili. All’interno della sua teoria, che Darwin propone come un quadro interpretativo di ampia portata, trovano posto l’enigmatico tema dell’istinto animale, questioni legate alla successione delle ere geologiche, alla distribuzione geografica delle specie, e al discusso problema della classificazione degli esseri viventi e dei criteri che andrebbero seguiti per una sua efficace sistematica.

 

Il retaggio culturale dell'opera darwiniana

Anche se vi erano già stati degli antecedenti meno fortunati in Lamarck e in altri autori, occorre riconoscere che la teoria dell’evoluzione trova nella trattazione offerta da Charles Darwin la sua espressione più plausibile e in certo modo più completa. Sarà determinante qualche anno dopo la formulazione delle leggi dell’eredità genetica formulata da Mendel (della quale si avrà però notizia solo alla fine del secolo). La congiunzione di ambedue le teorie, quella delle selezione naturale e quella delle leggi dell’ereditarietà, avrebbe risolto negli anni successivi la maggior parte dei problemi proposti dalla visione evoluzionista della realtà, dando origine a quanto sarà poi conosciuto come la “sintesi moderna” del darwinismo. Nella seconda metà del XX secolo alcuni biologi saranno protagonisti di una sorta di “movimento neo-darwinista”, nel tentativo di approfondire le applicazioni dell’evoluzionismo alla luce del progresso delle conoscenze scientifiche. Ma sarà proprio il neo-darwinismo contemporaneo a diventare, probabilmente assai di più di quanto non voleva essere il darwinismo originario, uno strumento euristico di comprensione globale della realtà, forse una vera e propria ideologia, per spiegare quasi ogni aspetto della realtà, incluso importanti processi che avvengono in campo sociale (si parla, ad esempio, di “darwinismo sociale”). A parte i tentativi più radicali del “nuovo biologismo”, che cerca d’imporre una visione quasi assolutista del reale in termini di funzioni e processi legati allo sviluppo e alla sopravvivenza degli esseri viventi, uomo compreso, il modello inaugurato da Darwin aveva in sé una carica filosofica capace di divenire, col tempo, una sorta di “modello standard” in una moltitudine di discipline, proponendosi, come appunto intendeva, di spiegare tanti fenomeni sottoposti alla logica del tempo e della storia: dalle scienze sociali, alla storia delle idee, dall’epistemologia – anche scientifica – fino alla stessa fenomenologia dell’homo religiosus, che non sfuggirebbe neanch’essa ad una certa “logica evolutiva”. In molti contesti diversi siamo oggi abituati a pensare in chiave “evolutiva”, e cioè in termini dinamici, secondo una logica aperta a sviluppi di variazione e selezione, che implicano l’esclusione e il superamento di quei cambiamenti che hanno già fatto il loro tempo e non reggono più alle nuove circostanze nelle quali ora ci si trova.

Conviene comunque notare che il dibattito su quale sia la migliore interpretazione delle grandi intuizioni darwiniane continua ancor oggi. In esso si registrano tendenze “moderate”, che allargano gradatamente la comprensione del meccanismo di selezione naturale, o lo fanno coesistere con altre forme di selezione “non utilitariste”; esistono poi tendenze più radicali, che riducono le spiegazioni del successo di certe variazioni nei confronti di altre alla semplice legge del “vantaggio riproduttivo”. Restano tuttavia, nella vita umana, dei fenomeni che ancora si fatica a spiegare in un quadro puramente darwiniano, come potrebbero essere l’altruismo, in particolare il perdono e l’amore al nemico, o atteggiamenti “non riproduttivi”, da quelli propri della società secolarizzata (esclusione della prole, contraccezione, aborto) fino a quelli di consolidata tradizione religiosa (celibato e verginità).

Dal punto di vista teologico, il quadro darwiniano potrebbe risultare estremamente sconcertante, specie quando si parte da una rappresentazione “classica” del reale. Non mi riferisco tanto alla questione immediata che confrontava – e tuttora in alcuni ambienti continua a confrontare – creazione ed evoluzione, chiedendosi in quale misura una delle due prospettive implichi il superamento dell’altra, non senza conseguenze per una cosmovisione credente. Tale problema possiede già da tempo una soluzione in quelle proposte teologiche che si sforzano di integrare le due visioni, affermando cioè che la creazione presuppone l’evoluzione e che Dio “crea” servendosi degli stessi meccanismi evolutivi. Dobbiamo inoltre qui chiarire che in passato il problema sorgeva in ambito esclusivamente scientifico, come confronto fra trasformazione fra le specie (evoluzionismo) e linearità all’interno di una singola specie (fissismo), e che oggi, in alcuni influenti ambienti che si rifanno ad un fondamentalismo biblico presso alcune Chiese cristiane di tradizione riformata, il problema risorge in modo teologicamente poco corretto come opposizione fra creazionismo (creazione immediata delle varietà viventi presenti nella realtà) ed evoluzionismo (loro spiegazione in termini di evoluzione e trasformazione temporale). Il possibile sconcerto della teologia, a cui mi riferivo, riguardava e probabilmente riguarda un problema più generale, che si pone “più a monte”. La teologia era abituata a guardare il mondo creato come soggetto di “ordine” e di una “volontà di bene”. Il quadro evolutivo sottolineava piuttosto il disordine, la casualità, segnalando uno “spreco” immenso di variazioni per poter poi finalmente giungere a situazioni di ordine e di “perfezione”, situazioni che risultano tuttavia sempre molto precarie, provvisorie, perché chiamate ad essere rimpiazzate col tempo da altre forme “più adatte”. Lo schema teologico fondato sulla percezione di una armonia prestabilita nel creato ne veniva fortemente sconvolto, e sfidato ad una profonda revisione.

 

Le sfide per la teologia

La prima sfida teologica è proprio quella di ripensare entro questo nuovo modello l’opera di Dio ed i suoi rapporti con il mondo creato; un modello, quello evolutivo, che risulta molto meno statico, ordinato e armonico, presieduto dalla tensione e dalla transitorietà. L’opera di Dio andrebbe pertanto ripensata entro la cornice di una forte instabilità presente del mondo reale, capace di provvedere alle proprie trasformazioni e diversificazioni in modo completamente autonomo, senza necessità di interventi ad esso “esterni”.

Ma assumere in pieno questa sfida non vorrebbe forse dire che stiamo concedendo troppo alle proposte della biologia? Non tutti i biologi, infatti, sono convinti che le cose stiano proprio così, e che il processo evolutivo, almeno nella sua accezione tradizionale, non nasconda ancora molti punti oscuri. Tanto per cominciare, certe soglie di complessità, come quelle che richiedono l’origine della vita a partire dalla materia inanimata ed alcuni “salti di qualità”, non pare possano essere spiegati soltanto da una teoria della variazione fortuita e dalla selezione naturale. Tale problema non fu affrontato da Darwin, che ne lasciò piuttosto aperte le porte. Furono i suoi divulgatori ad andare più in là, proponendo attraverso il darwinismo “spiegazioni” compiute dell’origine della vita e di tutta la sua complessa fenomenologia. Esistono poi oggi alcuni autori, fra gli stessi biologi, che sostengono la convenienza di chiamare in causa altri meccanismi non darwiniani per spiegare la trasformazione delle specie fino, in alcuni casi, ad invocare persino la possibilità di un “disegno intelligente” presente nel mondo dei viventi, in grado di guidare il processo dell’evoluzione, di collegare certi salti inspiegabili, e anche di risparmiare un po’ di forze e di mutazioni, perché tutto giunga verso un compimento quasi prestabilito. Tale disegno – come ha segnalato qualche autore di recente – potrebbe prendere la forma di input di informazione, una sorta di “programma” inserito più volte e in più ambienti naturali, che poi permette di orientare lo sviluppo dei viventi.

Nonostante tutto, una sfida per la teologia sembra esserci. Se non vengono forniti ulteriori elementi di approfondimento, pare trovarsi di fronte a due schemi cognitivi troppo diversi: uno insisterebbe nel vedere ovunque ordine, finalità e volontà di bene; l’altro sottolineerebbe invece disordine, accidentalità, precarietà e assenza di una causa finale. Soltanto il cieco criterio della mera sopravvivenza guiderebbe il vantaggio di certi esseri sugli altri. Alcune soluzioni teologiche, un po’ affrettate e forse rinunciatarie, si arrendono a questo secondo quadro cognitivo e sottopongono anche l’idea di Dio allo stesso processo evolutivo che interessa il mondo naturale. Dio e il suo agire vengono sovrapposti alle dinamiche evolutive e la “vita” di Dio ne dipenderebbe in qualche modo. L’immagine di Dio che ne emerge non pare essere più in accordo con quanto conosciamo dalla Rivelazione. Soluzioni meno radicali giocano la carta di una sorta di “statuto di autonomia” che Dio concederebbe alla realtà, proprio in nome dell’amore. Ne viene però implicato il modo di comprendere la dinamica dell’amore, che punterebbe non tanto alla protezione e alla cura premurosa dell’altro, quanto a procurare spazi e possibilità di libertà, di auto-espressione e di creatività. In questa prospettiva, amare vorrebbe piuttosto dire far essere e far crescere la creatura secondo le proprie capacità. La teologia dimostra in questo modo la propria flessibilità e la disponibilità a cercare nuovi canoni, servendosi di una concezione a metà strada tra la teologia e l’antropologia.

Raccogliere la sfida vuol dire invitare la teologia a spiegare meglio e in qual modo la natura possa, in questo stato di cose, conservare ancora una certa capacità di “rivelazione”. Non chiudere il Liber naturae vuol dire essere disposti ad apprendere anche un nuovo codice di lettura, una nuova lingua, se necessario. Malgrado i suoi limiti, l’insegnamento di Darwin contiene delle verità che sarebbe difficile contestare. Il recente Magistero cattolico ha voluto infatti, implicitamente, tornare sul tema, aiutando i credenti a distinguere quelle espressioni riduttive e totalitarie della teoria dell’evoluzione, che la trasformano piuttosto in un’ideologia (alcuni di questi interventi, come il Messaggio di Giovanni Paolo II alla Pontificia Accademia delle Scienze (1996) e l’interessante testo di una Catechesi del mercoledì (1986) sono disponibili in questo Portale). Resta ancora tutto da fare il lavoro di assimilare teologicamente quegli aspetti di verità e quelle certezze contenuti in questa nuova visione, sapendo mostrare come poter osservare la realtà continuando a risalire, attraverso di essa, al divino. La visione teologica non cancella né si pone necessariamente in alternativa nei confronti di altre visioni, scientifiche, o anche artistiche, ma vi affianca uno sguardo in grado di riconoscere l’opera misteriosa di Dio anche in mezzo a processi che possono presentarsi indeterminati, casuali o, comunque, privi di un senso di finalità chiaro ed immediato.

Certo, l’impatto della visione darwiniana richiede assai probabilmente di rinunciare ad alcune visioni teologiche, anche di certa tradizione, che hanno puntato in passato di più sul carattere statico ed essenzialista della realtà. Ma una tale rinuncia, o meglio, correzione di mira, non equivale ad affermare in modo alcuno che la teologia non possieda altre risorse per continuare a riconoscere nella natura la volontà provvidente e salvifica di Dio, dove altri vedono solo il susseguirsi di opportunità fortuite più o meno realizzate. Il pensiero di autori rimasti un po’ in ombra nella tradizione teologica occidentale, come Duns Scoto, potrebbe fornire, a questo riguardo, delle risorse interessanti. Come i processi di secolarizzazione di certi ambiti della realtà contemporanea non implicano necessariamente una “crisi religiosa” a tutto campo, così pure la “secolarizzazione del mondo vivente”, promossa da Darwin, non implica che la visione credente debba necessariamente ritirarsi dall’ambito della natura, anche se la obbliga ad alcune ricomprensioni.

Alcuni autori, infine, hanno recentemente segnalato che anche in ambito religioso si debba dare una sorta di “processo evolutivo”, ovvero una variazione, selezione ed estinzione, che discriminerebbero tra forme religiose più o meno adatte alla sopravvivenza nella società attuale e futura. Lo stesso cristianesimo verrebbe così inteso come la dottrina meglio adattatasi all’interno di un lungo processo evolutivo di carattere religioso. Ma una tale spiegazione non può non destare forti perplessità, in particolare perché relativizza il contenuto della fede e apre le porte a un suo possibile superamento da parte di “forme più adatte”. Fare teologia cristiana significa invece mantenere intatta la distinzione tra una visione evolutiva delle cose, che ne rileva la maggiore o minore capacità di sopravvivenza e di adattamento, e una visione tesa a chiarire ove sia presente una maggiore o una minore salvezza, dove la sopravvivenza si proietta oltre la vita fisica. La sfida che la teologia deve raccogliere sta proprio nel mantenere tale necessaria distinzione, quella tra sopravvivenza fisica e sopravvivenza totale, definitiva. Le condizioni che regolano la sopravvivenza fisica sono diverse da quelle che regolano la “selezione” per la vita eterna; e proprio qui si trova uno dei cardini della teologia cristiana: in un mondo che la visione evoluzionista ha reso completamente provvisorio, effimero e chiamato a costante sostituzione, si rende sempre più necessaria una visione in grado di ancorare in modo stabile la realtà e la sua verità, mantenendo un principio di stabilità e, in definitiva, di eternità. Occorrerà riuscire a rendere entrambe le visioni fra loro compatibili.

 

 

Brani antologici proposti:

Il ruolo di un ipotetico Creatore si armonizza con l'evoluzione delle specie biologiche

Se le stesse specie sono state create più di una volta: riflessioni di Darwin sull’evoluzione

Lluís Oviedo
Pontificio Ateneo Antonianum, Roma