Roberto Bellarmino: la politica della prudenza in epoche di conflitto

Luca Arcangeli
Fellow member SISRI

Il 17 settembre 1621, esattamente 400 anni fa, moriva a Roma Roberto Bellarmino, cardinale gesuita, intellettuale e teologo. Era nato a Montepulciano nel 1542. Per riflettere correttamente sulla figura di Bellarmino, santo e dottore della Chiesa, è importante richiamare alcuni eventi significativi del suo tempo, che lo storico Henry Kamen definì efficacemente come “il secolo di ferro”. Solo alcuni mesi prima della sua morte si era svolta in Boemia la battaglia della Montagna Bianca, il primo grande scontro che segnava l’avvio della Guerra dei Trent’anni, la prima guerra pan-europea. Accanto e insieme all’estrema conflittualità politica e militare occorre anche ricordare che la vita di Bellarmino si giocò in quel periodo che un altro brillante storico britannico, Mark Greengrass, ha chiamato “della cristianità in frantumi”. In un’epoca in cui l’adesione confessionale si traduceva automaticamente in appartenenza politica e l’idea di uno stato nazionale secolarizzato non era ancora stata formalizzata, le battaglie teologiche si trasformavano spesso in regicidi e scontri armati.

Oggi Roberto Bellarmino viene ricordato dal grande pubblico soprattutto per il suo ruolo nella vicenda di Galileo Galilei e per il suo sostegno alla Riforma cattolica voluta dal Concilio di Trento. Tuttavia, il suo testo più famoso è probabilmente la brevissima lettera, di soli tre paragrafi, che egli indirizzò nel 1615 al frate Paolo Antonio Foscarini, con riferimento diretto al pensiero di Galilei, in cui criticava, in assenza di prove, l’interpretazione realista del copernicanesimo (qui il commento e il testo della lettera). Un destino paradossale per l’uomo che scrisse migliaia di pagine di teologia nella monumentale Disputationes de Controversiis, opera simbolo di quella stagione della Chiesa Cattolica che lo storico Paolo Prodi ha magistralmente racchiuso nel concetto di “paradigma tridentino”. Bellarmino fu infatti uno dei campioni di quella che fu non solo la reazione alla riforma protestante ma la vera e propria riforma del cattolicesimo davanti alle sfide della prima modernità.

Profondo conoscitore della teologia riformata, Bellarmino in quanto consultore del Sant’Uffizio possedeva un’intera “biblioteca proibita” di testi ritenuti eretici, su cui forgiò la propria battaglia dialettica in difesa del cattolicesimo. Educato al militarismo spirituale dei gesuiti, Bellarmino condusse la sua battaglia non con spada e archibugi ma con le armi della parola e della retorica. A differenza della grande stagione umanistica, in cui i classici venivano riscoperti grazie alla giovane scienza filologica e contrapposti alla “buia” epoca medievale, i gesuiti come Bellarmino si alimentavano alle perenni fonti di Cicerone e Demostene, non con interessi archeologici ma per raffinare le loro armi di persuasione. La battaglia contro il protestantesimo si giocava infatti anche sul terreno delle coscienze, cercando di conquistare le menti e i cuori con la testimonianza di un agire irreprensibile e con la riformulazione di un linguaggio espressivo che potesse attrarre e commuovere.

Lo spirito scientifico moderno ha vissuto i tumulti del periodo storico in cui vide gli albori, agli inizi del XVII secolo. In queste complesse vicende Roberto Bellarmino è oggi comunemente visto dalla parte sbagliata della storia, ma leggere gli eventi con il senno del poi e con giudizi morali non aiuta mai a produrre visioni oggettive e rigorose. Prima di tornare alla famosa e breve missiva anti-copernicana del 1615, vorrei richiamare due fatti della vita di Bellarmino, di cui devo la conoscenza grazie al poderoso studio che lo storico Franco Motta ha dedicato alla figura del santo.

Nell’estate del 1590, al seguito di una legazione pontificia in missione diplomatica, Bellarmino si trovava rinchiuso in una Parigi assediata dalle truppe di Enrico di Navarra. Le condizioni erano talmente miserabili che la carne del cavallo dell’ambasciatore di Spagna, che venne ucciso per cibarsene, era considerata un dono preziosissimo. Nel frattempo, a Roma, papa Sisto V aveva inserito parte dell’opera di Bellarmino all’Indice e aveva mandato in stampa una nuova edizione della Vulgata colma di errori. Cosa stava succedendo? Bellarmino nella controversia De Summo Pontefice aveva negato che il papa avesse un potere temporale diretto, concedendo invece una potestas indirecta. Il fine del potere ecclesiale è reggere le anime e i cuori, il fine del potere civile garantire pace anche attraverso l’uso della forza sui corpi, il pontefice è il sovrano spirituale di tutti i cristiani (anche dei re e imperatori), dunque esercita il suo dominio non con il possesso diretto di regni ma indirizzando le coscienze, si tratta di un “impero delle anime”. Sisto V, richiamandosi alla tradizione del potere diretto papale che risale alla bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII del 1302, voleva invece condannare la teoria della potestas indirecta screditando di fatto Bellarmino, uno dei massimi teologi a servizio della Chiesa del tempo. Inoltre, non contento della revisione del testo latino della Vulgata, la versione latina della Bibbia, operata dal cardinal Carafa, papa Sisto nel giro di pochi mesi portò a termine una revisione con interventi decisi in assoluta autonomia, senza alcun confronto con le lezioni correnti e con il lavoro di anni svolto dallo stesso Carafa. Si calcola che furono operate sul testo biblico circa seimila variazioni di forma e un centinaio di contenuto. Nell’estate del 1590 la Chiesa cattolica rischiò di condannare una delle sue più preziose menti e di diffondere una versione della Bibbia riveduta con un metodo eccentrico e non rigoroso. Come talvolta accade, la morte improvvisa di un papa liberò da molti imbarazzi. Nel 1592 con un nuovo papa, Clemente VIII, finalmente si pubblicò una versione della Vulgata correttamente emendata (la cosiddetta “sisto-clementina”) con una prefazione di Bellarmino stesso che giustificava il ritardo nell’uscita dell’edizione dovuto a “vizi di stampa”.

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Nel biennio 1570-1572 Bellarmino insegnò Filosofia naturale e Astronomia all'Università di Lovanio

Se con papa Sisto V Bellarmino rischiò molto, nondimeno con Papa Clemente VIII arrivò allo scontro diretto. Siamo al termine dell’anno 1601 e all’interno del mondo cattolico si trascinava ormai da anni la polemica sul tema della Grazia sufficiente ed efficace, nata con la pubblicazione nel 1588 di un’opera del teologo gesuita Luis De Molina, in cui si tentava una concordia tra il libero arbitrio e il dono della Grazia divina. La polemica divideva due tra gli ordini più potenti e influenti della Chiesa, domenicani e gesuiti, e investiva concetti teologici fondamentali come la predestinazione e la Grazia. In un’epoca come questa un tale conflitto dottrinale in seno alla Chiesa non poteva essere letto che con elevata preoccupazione. Alla fine del 1601 papa Clemente VIII aveva preso la decisione di avocare a sé la questione con un proprio giudizio senza affidarsi alle mediazioni consuete degli organi di curia come la Congregazione del Sant’Uffizio o altre commissioni speciali. Il consiglio che Bellarmino rivolge al papa in questo delicatissimo frangente è assai interessante e merita di essere citato direttamente:

 

La via che ha presa riesce molto lunga, e molto laboriosa a Vostra Beatitudine. I santi predecessori suoi non messero il principale loro fondamento nel penetrare per forza d’ingegno e di studio la profondità de’ dogmi, ma in cercare il sentimento commune della Chiesa, e massime de’ vescovi e dottori: e per questo per ordinario li Sommi pontifici si sono serviti de’ concilii per determinare la verità di fede”

 

Il Sommo Pontefice è il giudice ultimo delle controversie, l’unico che possa decidere dello stato d’eccezione. Questa funzione apicale non significa che il papa possa gestirla in maniera arbitraria ed impegnarla in dibattiti controversi e divisivi. Addirittura, Bellarmino evoca lo scenario di un concilio: è un altro paradosso storico che il massimo difensore dell’auctoritas papale contro i protestanti abbia poi dovuto difenderne l’autorevolezza dell’incarico petrino rispetto al papa stesso. L’esito di questo confronto con Clemente VIII porterà ad un temporaneo esilio di Bellarmino da Roma, spedito nella diocesi di Capua avrà modo di incarnare gli ideali del vescovo riformatore del cattolicesimo nello stile di San Carlo Borromeo: costante contatto con il popolo, cura della formazione del clero ed esigenza nella moralità.

Ho voluto richiamare brevemente questi due aneddoti della vita di Bellarmino per mostrare che anche una figura di massimo rilievo come la sua ha subito le contraddizioni e le fatiche della Chiesa del suo tempo. Lungi dall’essere inattaccabile, Bellarmino mise in gioco la sua carriera ecclesiastica pur di perseguire ciò che riteneva giusto nella difesa della Chiesa.

Giungiamo finalmente alla missiva del 1615. Bellarmino ha ormai settantatré anni e i suoi scritti sono prevalentemente di carattere contemplativo e mistico. In quell’anno il frate Paolo Antonio Foscarini aveva dato alle stampe un’opera in cui veniva proposta una filosofia naturale ed una cosmologia biblica rilette alla luce del copernicanesimo, ritenuto una descrizione reale del cosmo e non semplicemente un’ipotesi matematica. Su questo punto la lettera del Bellarmino fa subito leva, ritenendo che il copernicanesimo vada inteso in senso ipotetico-convenzionale, come modello matematico per facilitare i calcoli astronomici, e non in senso assoluto-realista. Nell’avanzare questa proposta Bellarmino aveva dalla sua una millenaria concezione dell’astronomia (risalente ad Aristotele) come scienza media, indirizzata a calcolare i moti dei corpi celesti ma non a descrivere la struttura reale del cosmo. Bisogna sottolineare che Bellarmino non era affatto ignorante di queste tematiche, avendo da giovane tenuto dei corsi su questioni astronomiche all’Università di Lovanio ed avendo un collegamento diretto con i dotti gesuiti del Collegio Romano, a cui pochi anni prima aveva chiesto lumi sulle sensazionali scoperte galileiane ottenute con il cannocchiale.

Il nocciolo teorico dell’argomentazione bellarminiana contro l’interpretazione realista del copernicanesimo è legato alla tradizione: la visione consolidata sia della filosofia scolastica che dell’esegesi del testo biblico è geocentrica e non eliocentrica. Per proporre una riforma di una visione consolidata dalla tradizione del pensiero occorrono dimostrazioni e ragioni fondate, cosa che per il copernicanesimo Bellarmino ancora non vede. Su questo punto l’argomentazione di Bellarmino è solida: al suo tempo non era ancora disponibile una teoria rigorosa che potesse supportare la rivoluzione copernicana; Galilei arriverà successivamente a proporre la teoria delle maree come prova del moto terrestre, che oggi sappiamo essere infondata. L’osservazione delle fasi del pianeta Venere, poi, era interpretabile anche con sistemi non copernicani, come quello di Tycho Brahe. Galilei riuscì a costruire una cinematica, cioè una fisica del movimento dei corpi ma non una dinamica che potesse comprendere anche le forze in gioco. Sappiamo che il quadro completo arriverà solo con Newton più di 70 anni dopo la lettera bellarminiana.

Altro punto nodale è l’autorità delle Scritture. Galilei cercò strenuamente di allontanare la disputa copernicana dal pericoloso terreno esegetico e teologico per mantenerlo su un piano di sola filosofia naturale. Bellarmino però risponde che, dal momento in cui l’accettazione realista del copernicanesimo comporta una revisione dell’interpretazione consolidata del testo biblico, la questione, anche se non riguarda contenuti oggettivi di fede, ricade comunque nel dominio della fede. Rivediamo qui in gioco il medesimo schema concettuale della potestas indirecta: come il potere temporale è autonomo nei limiti del suo esercizio ma richiede l’intervento del potere spirituale laddove emergano questioni che riguardano l’anima, così la questione copernicana diviene oggetto dell’auctoritas spirituale nella misura in cui tocca il testo biblico, anche se oggettivamente non è materia di fede.

La breve lettera si chiude di fatto con un invito alla prudenza, come già fu il memorandum consegnato a Clemente VIII e che sembra essere la cifra dell’azione di questo santo, insieme all’esercizio della persuasione e all’amore alla Chiesa al di là e contro i suoi interessi personali. Alcune interpretazioni di questa breve lettera a Foscarini hanno voluto vedere in Bellarmino un epistemologo ante-litteram, che insegnò a Galilei cosa è la scienza. Su queste interpretazioni vorrei fare un “bellarminiano” appello alla prudenza. Durante la prima modernità la nascita della fisica matematica era agli albori e il suo statuto epistemico non chiaramente collocabile tra i saperi, inoltre il termine “scienza” non era usato con il medesimo significato con cui lo usiamo oggi. Infine, l’analisi storico-critica del testo biblico non era ancora utilizzata ed era consolidata l’abitudine ad usare le Scritture in senso concordista. In un contesto di questo tipo interpretare Bellarmino con schemi dell’epistemologia post-moderna è un’operazione antistorica e che non rende giustizia al nostro personaggio.

L’anniversario che ricordiamo può essere in ogni caso un’occasione per non dimenticare un tassello importante della vicenda di Galileo, che può aiutare a inquadrarla comprendendone meglio alcune motivazioni, specie da parte del sant’Uffizio (per un’approfondita analisi del ruolo di Bellarmino nel decreto anti-copernicano della Congregrazione dell’Indice del 1616 si veda il contributo di Annibale Fantoli). Bellarmino muore 12 anni prima del giudizio finale comminato a Galileo nel 1633, sotto Urbano VIII, dopo la pubblicazione del Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo. Tensioni, ironie e risentimenti personali giocarono un ruolo non trascurabile in quella condanna. Cosa sarebbe successo se Roberto Bellarmino fosse stato ancora in vita, operativo a Roma? La domanda non è senza interesse, ma questo sarebbe fantastoria e la lasciamo ai romanzieri.