Quando la costruzione del futuro si fa incerta e il presente deve fare i conti con problematiche complesse, guardare al passato non è segno di fuga o di sconfitta, ma segno di saggezza. Le riflessioni dei grandi autori che ci hanno preceduto spesso illuminano il panorama in cui viviamo, suggerendoci quali sono i nodi delle situazioni che oggi attraversiamo. Sono trascorsi 16 secoli dalla stesura dell’opera La città di Dio (426) di Agostino di Ippona (354-430) e molti dei problemi che essa affrontava sono oggi di inaspettata attualità: il fondamento dell’autorità dello Stato, i rapporti fra potere politico e vita civile, il ruolo della religione – del cristianesimo in particolare – nella costruzione della società umana.
Il lettore mediamente informato sull’attuale dibattito socio-culturale, che abita e si sforza di comprendere le circostanze “politiche” del nostro tempo, nel senso più alto del termine, non potrà non trovare interessanti suggestioni nei testi agostiniani e nei commenti qui presentati, di cui queste righe intendono fornire un breve invito alla lettura.
La voce Agostino di Ippona, redatta da Vito Reale nel 2002 per il Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede offre una visione riassuntiva del rapporto fra fede e ragione del più grande autore cristiano dell'antichità, sul cui pensiero hanno lavorato a lungo – e tuttora lavorano – laici e credenti [1]. La sapienza e la scienza hanno per Agostino un rapporto costitutivo con la fede. Anzi, la fede, che è un pensare acconsentendo, non è mai senza ragione, perché è la ragione a dirci a chi dobbiamo credere [2].
Dell’intera opera De civitate Dei, questo sito ospita da tempo uno studio critico, firmato dallo scrivente, riproposto in questo Speciale, che introduce il lettore ai contenuti e all’articolazione di quest’opera, sottolineando il ruolo da essa occupato nella letteratura apologetica dei primi secoli cristiani. Trattandosi di un’opera voluminosa, il lettore che non la conosce e volesse affrontarla, potrà giovarsi di questo studio per scegliere, fra gli argomenti trattati dall’Ipponate, la porta di accesso in maggiore sintonia con la propria sensibilità.
Appartiene proprio a La Città di Dio uno dei due brani agostiniani che presentiamo nello Speciale, tratto dal Libro VI, di cui il testo di Joseph Ratzinger, Verità del cristianesimo?, oggetto di una nota conferenza alla Sorbona a Parigi nell’anno 1999, offre un qualificato e incisivo commento. Dei tre modi con cui la civiltà del tempo soleva parlare di Dio e del divino – in riferimento alla filosofia naturale nell’ambito del cosmos, in riferimento alla poesia nell’ambito del mythos, e in riferimento all’autorità divina dello Stato e dell’imperatore nell’ambito della polis – i cristiani scelsero il primo e rifiutarono gli altri due. Di Dio si poteva parlare solo partendo dalla realtà conoscibile anche dalla ragione, cioè dal cosmo, non dalle favole mitiche del teatro, né da un’autorità che attribuiva dignità divina a chi palesemente non la possedeva.
Entra nel vivo del rapporto fra cristianesimo e politica l’articolo firmato da Benedetto Ippolito. Dopo aver riepilogato le ragioni per le quali Agostino decise di scrivere il De civitate Dei – rispondere alle critiche di coloro che vedevano nell’abbandono degli dèi protettori dell’Urbe e nell’accoglienza del cristianesimo l’origine dei mali e del declino dell'Impero – l’Autore commenta la “logica delle due città”, mostrando come esse non rappresentino due “luoghi” diversi bensì due “sorgenti interiori” di motivazione per l’azione sociale e politica: si può edificare una società consapevole che il suo fondamento risieda in una giustizia trascendente, ultimamente in Dio, oppure edificarla su un potere umano affermato e stabilito su basi meramente terrene e quindi, ultimamente, su una logica di conflitto e di superbia. Nel primo caso si resterebbe in qualche modo aperti al riconoscimento di doveri comuni di giustizia, nel secondo caso il diritto verrebbe stabilito su basi individualistiche e riaffermato continuamente, senza escludere l’uso della forza. Negata la relazione fondativa che lega l’essere umano a Dio, tutto diventa precario e instabile. La visione di Agostino, osserva Ippolito, trova però un suo completamento nel pensiero di Tommaso d’Aquino, più ottimista nei riguardi della natura umana: abbandonata a sé stessa quest’ultima non tenderebbe alla superbia e all’amor sui, ma resterebbe pur sempre aperta all’amor Dei, perché intrinsecamente relazionale (politica, direbbe Aristotele) e orientata alla costruzione di una società terrena buona. Entrambi, Agostino e Tommaso, sono comunque d’accordo che la ragione ultima della giustizia e della pace vada riposta nella relazione con Dio – da riconoscere esplicitamente per Agostino, da assumere almeno implicitamente per Tommaso – senza della quale nessuna società umana potrebbe essere edificata.
Qualche anno prima della redazione de La Città di Dio, e subito dopo il sacco di Roma ad opera dei Visigoti guidati da Alarico (410), Agostino si era diretto al funzionario imperiale Marcellino anticipando già in nuce – nella Epistola n. 138, anch’essa offerta dallo Speciale che stiamo presentando – le argomentazioni che svilupperà in seguito nella sua opera maestra: l’Impero romano sta cadendo a causa della corruzione dei suoi costumi e della incapacità di costruire relazioni vere e virtuose, non a motivo della fede in Gesù Cristo che avrebbe sostituito quella degli dèi pagani. L’Impero non è stato in grado di educare i suoi cittadini e ne paga le conseguenze: «ci diano tali provinciali, tali mariti, tali sposi, tali genitori, tali figli, tali padroni, tali servi, tali re, tali giudici, infine tali contribuenti e tali esattori del fisco, quali prescrive che siano la dottrina cristiana, e poi osino chiamarla nemica dello Stato e non esitino piuttosto a confessare che, se essa fosse osservata, sarebbe la potente salvezza dello Stato». Parole forti, che rilette a distanza di 16 secoli mantengono inalterata la loro provocazione.
Rocco Buttiglione, infine, ci offre una breve e stimolante riflessione sulla causa della fede di Agostino, capace di sostenere non solo la sua visione teologica, ma anche quella sociale e politica. Sant’Agostino si sente fondato e radicato nella Chiesa, nei santi e negli autori che lo hanno preceduto: è sulla loro autorità e in compagnia di essi, che il vescovo di Ippona compie la sua opzione per il cristianesimo, confortato dalla ragione e accompagnato dagli insegnamenti della storia.
Cosa può dire a noi, di fronte alle circostanze in cui versa il presente, la lettura di questi testi? In primo luogo, la loro attualità deriva dal fatto che il cuore e la coscienza dell’essere umano sono sempre gli stessi. Ieri come oggi, tutti possiamo costruire la nostra vita su due amori, l’amore solo per sé stessi oppure l’amore per gli altri, in definitiva l’amore per Dio. In secondo luogo, la ricerca di un fondamento per le nostre leggi, la giustizia e la pace, non è per nulla terminata: è un viaggio lungo, cominciato con le nostre origini sulla terra. La domanda circa questo fondamento ci accompagna e va conservata: essa esprime la nostra dignità. Risolverla in modo convenzionale, autoritario o frettoloso o, peggio, delegittimarla, non contribuisce alla causa della giustizia, ma la mina e non può portare alla vera pace. Quella fra gli uomini e quella con sé stessi.
[1] Non sfugge, ad esempio, l’interesse tributato da Marcello Pera all’opera di Agostino, nei suoi recenti volumi: M. Pera, Lo sguardo della caduta. Agostino e la superbia del secolarismo, Morcelliana, Brescia 2022, seguito da dibattito con Dario Antiseri, pubblicato in D. Antiseri, M. Pera, Europa senz’anima? Politica, cristianesimo, scienza, Scholé - Morcelliana, Brescia 2024 e da una nuova edizione del volume M. Pera, Critica della ragione secolare. La modernità e il cristianesimo di Kant, Le Lettere, Bagno a Ripoli (FI) 2025.
[2] Credere est cum assentione cogitare (cf. De praedestinatione sanctorum, II, 5); è la ragione a farci ponderare ogni cosa: cum consideratur cui credendum sit (cf. De vera Religione, 24, 45).