A 100 anni dalla nascita di Thomas Kuhn: le dimensioni storica e personale della scienza

Ivan Colagè
Vice-Direttore del Centro DISF

È vero che tutti i cigni sono bianchi? E i corvi sono tutti neri? Per quanto semplici, persino banali possano sembrare, questo tipo di domande occupano la filosofia della scienza da secoli. Il punto non è certo sull’ornitologia quanto sul fatto che quelle domande contengono (o riguardano) asserzioni universali, vale a dire, affermazioni che hanno la pretesa di valere per tutti gli individui di una certa classe (nel nostro caso, quella dei cigni o quella dei corvi). La filosofia della scienza riflette su questo tipo di affermazioni perché esse sono essenziali all’impresa scientifica. Qualsiasi teoria in qualsiasi disciplina scientifica formula o implica affermazioni di questo tipo. E non può fare altrimenti: le affermazioni scientifiche hanno una “pretesa di universalità”. Esse vogliono valere per tutti gli individui di una certa classe, in ogni regione dello spazio e del tempo. Una teoria sugli elettroni intende affermare qualcosa su tutti gli elettroni, ovunque essi si trovino e in qualsiasi momento della storia dell’universo.

Ora, data la centralità di questo tipo di asserzioni per la scienza, una parte importante della filosofia della scienza si interroga su quali ragioni, quali giustificazioni, possiamo avere per accettarle; come possiamo “provarne” la verità. Un punto di svolta della filosofia della scienza del Novecento è stato certamente la pubblicazione de La logica della scoperta scientifica di Karl R. Popper (pubblicato in tedesco nel 1934 e poi in inglese nel 1959). Con questo importantissimo libro si impone all’attenzione di tutti coloro che a vario titolo e da vari punti di vista si occupano di conoscenza e di scienza l’idea che le affermazioni universali non possono mai essere provate definitivamente, non possono mai essere verificate. Al più, possono essere falsificate: dimostrate false. Verificare l’affermazione “tutti i cigni sono bianchi” richiederebbe di controllare tutti i cigni, in ogni luogo e in ogni tempo (anche futuro …) – il che è impossibile. Falsificare quell’affermazione, al contrario, è in teoria facilissimo: basta trovare un cingo nero, o meglio, un cigno “non-bianco” (sia esso nero, giallo, verde o turchese). In realtà, in scienza (ornitologia compresa …) le cose sono un po’ più complicate. Dalle teorie (insieme con altri elementi sia teorici che empirici, su cui non è necessario soffermarsi ora) vengono ricavate previsioni. Queste previsioni sono poi confrontate con i dati reali. Se le previsioni non corrispondono (neppure entro certi margini di imprecisione accettati) ai dati, la teoria ne risulta falsificata (sarebbe come aver trovato un cigno turchese).

Da questa situazione – presentata qui in maniera assai semplificata – Popper ricava una indicazione metodologica molto chiara: alla prima smentita sperimentale (una previsione che non si accorda con i dati), la teoria dalla quale la previsione è stata ricavata deve essere considerata falsificata e quindi abbandonata dagli scienziati.

È proprio su questo sfondo che si innesta il contributo del fisico, storico e filosofo americano Thomas Samuel Kuhn (Cincinnati, OH, 1922 – Cambridge, MA, 1996) alla filosofia della scienza del XX secolo – e tuttora assai influente e discusso. Per dirla in breve, Kuhn si rende conto che gli scienziati, nella loro professione, … “non sono popperiani”: non abbandonano una teoria alla prima smentita sperimentale. Più precisamente, anche sulla base di dettagliati studi storici, Kuhn realizza che più o meno in qualsiasi momento della storia della scienza le teorie di riferimento in una certa disciplina non sono mai esenti da problemi. Ci sono sempre “conti che non tornano”, fenomeni che resistono ad essere previsti e/o spiegati da quelle teorie. Le eccezioni sono quasi la regola. Eppure, gli scienziati continuano caparbiamente a lavorare con quelle teorie – non le abbandonano “a cuor leggero”.

Per l’esattezza, questo è ciò che accade durante quelli che lo stesso Kuhn – nella sua opera teorica principale: La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962, nel seguito citeremo le pagine dell’edizione italiana Einaudi del 1999) – chiama periodi di “scienza normale”. In questi periodi, l’attività degli scienziati (in un certo campo di ricerca) è regolata da un paradigma scientifico. “Paradigma” è un altro termine chiave del pensiero kuhniano, che è stato definito in vari modi nella sua produzione ed è oggetto di ampie discussioni accademiche. Per ciò che ci riguarda in questa sede, forse il modo migliore per catturarne il significato di base è dire che esso costituisce “l’ambiente intellettuale” in cui gli scienziati svolgono il loro lavoro e che stabilisce i problemi rilevanti per quel campo di studi e i tipi di soluzioni accettabili per quei problemi. Ora, nei periodi di scienza normale gli scienziati – pace Popper – sono sempre alla prese con problemi da risolvere; non tutto è chiaro, compiutamente spiegato o precisamente previsto. Anzi, il lavoro degli scienziati in questa fase è proprio quello di risolvere questi problemi, che Kuhn chiama “rompicapo” (puzzles). Il punto che mi preme sottolineare qui è che gli scienziati affrontano questi problemi avendo fiducia nelle risorse del paradigma. Vale a dire, non mettendo affatto in discussione il paradigma ma confidando saldamente che proprio grazie ad esso quei rompicapo saranno risolti.

L’altro concetto che proprio Kuhn ha introdotto in filosofia della scienza è quello di “rivoluzione scientifica”. Una rivoluzione scientifica, in sostanza, è quel processo storico che porta al cambiamento di paradigma scientifico – è un periodo di “scienza straordinaria”, secondo la terminologia del nostro autore.

Ma: come si innesca una rivoluzione scientifica se gli scienziati si fidano del paradigma nonostante i rompicapo che lo affliggono? L’idea di Kuhn – ancora una volta suffragata dai suoi studi storici – è che ciò avviene quando ai rompicapo si aggiungono quelle che il nostro autore chiama vere e proprie anomalie. Una anomalia consiste nel “riconoscimento che la natura ha in certo modo violato le aspettative suscitate dal paradigma che regola la scienza normale” (p. 76). L’insorgere delle anomalie fa sì che la comunità scientifica di riferimento perda gradualmente fiducia nel paradigma vigente e quindi  inizi ad esplorare soluzioni alternative (vale a dire, che esulano da quelle indicate dal paradigma). Il “vecchio” paradigma entra dunque in crisi e, prima o poi, ne emerge uno nuovo. Questa è una rivoluzione scientifica, compiuta la quale si entrerà in un nuovo periodo di scienza normale, regolato ora dal nuovo paradigma. L’esito, la soluzione di una rivoluzione scientifica è dunque il cambio di paradigma. Con le parole dello stesso Kuhn, ciò consiste nel:

   

decidere tra forme alternative di fare attività scientifica e, date le circostanze, una tale decisione deve essere basata più sulle promesse future che sulle conquiste passate. Colui che abbraccia un nuovo paradigma fin dall’inizio lo fa spesso a dispetto delle prove fornite dalla soluzione di problemi. Egli deve cioè aver fiducia che il nuovo paradigma riuscirà in futuro a risolvere i molti vasti problemi che gli stanno davanti, sapendo soltanto che il vecchio paradigma non è riuscito a risolverne alcuni. Una decisione di tal genere può essere presa solamente sulla base della fede (p. 190, corsivi aggiunti).

 

E ancora, qualche riga dopo:

   

ciò che si verifica [con una rivoluzione] non è tanto un’unica conversione di gruppo, quanto un progressivo spostamento della distribuzione della fiducia degli specialisti” (p. 191, corsivi aggiunti).

 

Questi due passaggi dall’opera principale di Kuhn sottolineano due aspetti importanti che, a mio avviso, costituiscono forse gli apporti più fini e ricchi di conseguenze che il nostro autore ha dato alla filosofia della scienza contemporanea. Il primo è l’aver messo al centro della filosofia della scienza una prospettiva profondamente storica – al punto che spesso Kuhn è ritenuto l’iniziatore della cosiddetta “svolta storica” in filosofia della scienza. Il secondo è l’aver posto l’accento su alcuni aspetti “personalisti” della ricerca scientifica (aspetti, vale a dire, legati alla persone che fanno scienza e alle loro attitudini).

La teoria kuhniana non è comprensibile se non alla luce della storia della scienza. Non soltanto perché la storia costituisce una delle sorgenti di dati su cui alcuni aspetti della sua teoria (come la perseveranza degli scienziati nel non abbandonare una teoria paradigmatica nonostante i rompicapo) si fondano. Ma soprattutto perché la struttura delle rivoluzioni scientifiche così come proposta da Kuhn implica la natura strettamente storica dell’impresa scientifica. Un nuovo paradigma – indipendentemente dalla questione dell’incommensurabilità dei paradigmi su cui non posso soffermarmi qui – non ha senso se non in quanto alternativa ad un paradigma precedente e in quanto soluzione ad alcuni dei problemi (le anomalie) che lo affliggevano. Inoltre, come i passi richiamati suggeriscono chiaramente, questa natura storica della scienza, nel pensiero di Kuhn, si estende anche al futuro. Evidenza, quindi, il carattere futuribile e progressivo della ricerca scientifica, al punto che la “promessa” di un paradigma diventa uno dei criteri per la sua valutazione e la sua scelta.

Il secondo aspetto è ancor più interessante. Dal punto di vista strettamente epistemologico, Kuhn pone l’accento sul fatto che la ricerca scientifica, nel suo incedere storico, trova nella dimensione personale un momento centrale e decisivo e non solo collaterale (o magari persino tanto negativo da dover essere limitato il più possibile). L’impresa scientifica non può ridursi a procedure meccaniche, puramente logiche. E non può esservi ridotta non soltanto dal punto di vista dell’escogitazione delle ipotesi e teorie scientifiche (dove entra in gioco la creatività), ma neppure dal punto di vista della valutazione e della scelta delle teorie sulla quali puntare per i futuri sviluppi. L’enfasi sulla “fiducia”, evidente dai brani riportati, punta proprio a questo aspetto: è la valutazione degli scienziati (con tutto l’insieme di fattori psicologici, biografici, sociologici, valoriali, etc.) a influenzare in maniera importante il corso della storia della scienza.

Certo, la proposta complessiva di Kuhn non può dirsi perfetta – come ogni proposta che abbia l’ardire di affrontare problemi così complessi come lo statuto e il “funzionamento” della ricerca scientifica. Molte critiche e persino qualche accusa è stata levata al proposito. Sulla critiche non indugerò qui, anche perché riguardano aspetti specifici e tecnici, alcuni dei quali neppure menzionati in quanto precede.

C’è invece un’accusa, mossa già dallo stesso Popper, sulla quale mi preme soffermarmi brevemente: quella di relativismo. Infatti, proprio introducendo la prospettiva storica, l’idea di paradigmi (persino in certa misura tra loro incommensurabili) e di rivoluzioni scientifiche (intese anche come punti di rottura non cumulativa del cammino storico della conoscenza scientifica), o ancora, prendendo sul serio la dimensione personale della ricerca scientifica, la proposta di Kuhn è sembrata sminuire o incrinare quella concezione “oggettivante” della scienza come accertamento della verità per ciò che riguarda la realtà naturale che si estrinseca tramite il confronto (il più possibile “meccanico”, puramente logico e “asettico”) tra previsioni teoriche e dati empirici. Kuhn ha risposto esplicitamente a questa accusa, nel penultimo paragrafo (pp. 245-248) del “poscritto” aggiunto a La struttura delle rivoluzioni scientifiche nel 1969. La sua risposta fa leva sul fatto che, in fondo, secondo il suo punto di vista, il “criterio dominante” nella valutazione dell’operato degli scienziati e nella risoluzioni di eventuali “conflitti di valori” è la “dimostrata capacità di formulare e risolvere dei rompicapo presentati dalla natura” (p. 246, corsivo aggiunto). Il riferimento a un criterio generale (unificante) e, soprattutto, alla “natura”, certamente mitigano la possibile deriva relativista. Un altro aspetto, sottolineato dallo stesso Kuhn, è la sua convinzione circa la realtà del progresso scientifico (vale a dire, dell’idea che le teorie attuali sono migliori di quelle passate e che probabilmente quelle future saranno migliori delle attuali). Anche questo sembra incompatibile con il relativismo, soprattutto se il progresso è visto in relazione alla capacità di risolvere rompicapo presentati dalla natura.

Al di là di limiti, critiche e accuse, Thomas Kuhn ha diversi meriti che vorrei riassumere qui, in occasione dei cento anni dalla sua nascita. Prima di tutto, come abbiamo visto, quello di aver introdotto la storia nell’epistemologia e nella filosofia della scienza. In secondo luogo, quello di aver rilevato come la sociologia della scienza (le dinamiche interne alle comunità scientifiche) sia centrale all’epistemologia scientifica stessa. Non vanno poi dimenticati – pur se qui non sono stati discussi – i suoi lavori di storia della scienza: quello monumentale su La rivoluzione copernicana (1957) e quello del 1978 sulla rivoluzione quantistica (BlackBody Theory and the Quantum Discontinuity, 1894-1912).

Questi meriti sono per lo più riconosciuti al nostro autore. Ne ho voluti sottolineare altri due, certamente collegati con i precedenti: l’accento sul futuro come prospettiva rilevante persino in epistemologia scientifica, e il richiamo (più o meno esplicito nella sua opera) all’importanza della dimensione personale nella ricerca scientifica e, quindi, in filosofia della scienza. Entrambi questi meriti si traducono (o dovrebbero tradursi) in altrettante linee di ricerca filosofica e interdisciplinare le cui implicazioni e conseguenze sono ancora tutte da scoprire.

Quella delle dimensioni personali – o, più precisamente, umanistiche – della ricerca scientifica (a cui sono specificamente dedicate una voce dell’enciclopedia italiana e una di quella inglese) è un tema importante per il nostro portale, anche grazie alla figura di P. Enrico Cantore – i cui rapporti con il Centro DISF sono stati duraturi e arricchenti. Forse anche la rilettura delle opere di Kuhn attraverso gli spunti qui offerti potrà dare nuova linfa agli studi e alle ricerche su questo tema affascinante.