Sapete cos’è un chiliagono? Il chiliagono è una figura piana, un poligono, con mille lati. Probabilmente, nessuno dei lettori ne ha mai visto uno (neppure chi scrive). Però, dire che si tratta di un poligono di mille lati è del tutto comprensibile e trasparente a chi possiede le nozioni basilari di geometria. Riuscireste ad immaginarlo? Vale a dire, a formarvi un’immagine di un chiliagono in cui potete, per così dire, distinguere i mille lati, e a sapere che sono mille e non milleuno o novecentonovantanove? Penso proprio di no. Comprenderlo sì, immaginarlo no. Interessante, non vi pare?
La trovata non è mia, ma niente meno che di Renato Cartesio, che usa il caso del chiliagono quasi all’inizio della sesta delle sue Meditazioni di filosofia prima (1641) proprio per distinguere l’immaginazione, da una parte, dalla “concezione” o “puro intelletto” – ossia, grossomodo, la “comprensione” che menzionavo poc’anzi – dall’altra. L’immaginazione gioca un ruolo nient’affatto secondario nelle Meditazioni di Cartesio: la parola e i suoi derivati sono usati decine di volte nel breve corso di questo testo così fondamentale (nel bene o nel male) per il pensiero moderno. E viene usata in almeno due accezione diverse. In primo luogo, quando Cartesio stesso immagina le tante situazioni che nel corso dell’opera inducono il lettore a riflettere sulle questioni che l’autore affronta: in questo senso è Cartesio che immagina quelli che oggi potrebbero esser chiamati degli “esperimenti mentali” nei quali egli coinvolge il lettore per suscitare meditazione. In secondo luogo, più in profondità, “immaginazione” rappresenta una delle facoltà della … “cosa che pensa” – vale a dire, dell’essere umano stesso, per come Cartesio lo concepisce in quanto res cogitans. Lo dice esplicitamente nel fulcro della seconda Meditazione (ribadendolo poi quasi verbatim all’inizio della terza): “Ma cosa dunque sono io? Una cosa che pensa. Cos’è una cosa che pensa? È una cosa che dubita, concepisce, afferma, nega, vuole, non vuole, immagina anche e sente” (corsivo aggiunto).
Eppure, così rilevante da essere parte della definizione stessa della res cogitans, l’immaginazione è un po’ bistrattata da Cartesio. Già nella seconda Meditazione si trova infatti questa affermazione: “E anche questi termini, “fingere” ed “immaginare”, mi avvertono del mio errore”. E la ragione di questo accostamento di immaginazione ed errore ci viene chiarita in maniera piuttosto netta quasi in conclusione d’opera, all’inizio della sesta ed ultima Meditazione:
Noto inoltre che tale facoltà immaginativa che è in me, non è in nessun modo necessaria alla mia natura o alla mia essenza (cioè all’essenza del mio spirito), in quanto differisce dalla facoltà concettuale. Anche se non l’avessi affatto, infatti, senza dubbio rimarrei lo stesso che sono ora.
Ebbene, in questo editoriale – primo del 2026, ma anche primo di chi scrive nella veste di Direttore del Centro di Ricerca DISF – vorrei invece proprio esaltare la “facoltà immaginativa” un po’ denigrata da Cartesio, rendendola quasi auspicio, come vedremo, per i nostri lettori (e non solo), e conferendole anche un certo valore programmatico.
In primo luogo, vorrei dire, senza immaginazione non esisterebbe la scienza per come la conosciamo (e ce ne gioviamo) oggi. Infatti, contro l’idea che la conoscenza del mondo sia passiva ricezione della realtà si scaglia una certa parte della storia della filosofia, nonché ciò che si ricava da uno sguardo attento alla storia delle idee, e della scienza stessa. La conoscenza scientifica non è un mero rispecchiamento del mondo o di sue porzioni, e il suo obiettivo non è quello di “fotografare” la realtà. Al contrario, la scienza intende comprendere, prevedere, spiegare e persino fornire guide per una interazione proficua col reale – ed è da quest’ultimo aspetto che sgorga la tecnologia. Per far questo, non basta fermarsi alla superficie, alle apparenze, ai “fenomeni”. Bisogna andare in profondità: toccare la costituzione intima della realtà. Ma questa non si svela di per sé, non appare immediatamente insieme ai comportamenti “di superficie”. È necessario ipotizzarla. E, in un senso importantissimo, ipotizzare significa immaginare. Newton dovette immaginare i corpuscoli di luce (con ben precise proprietà) per formulare la sua ottica emissiva alla fine del XVII secolo. Mendel, negli anni precedenti al 1865, dovette immaginare i suoi “determinanti” per i caratteri ereditari, quelli che sarebbero poi divenuti i geni (un tema, questo, approfondito in un nostro precedente editoriale). Nessuna teoria scientifica, soprattutto al momento della sua prima formulazione, è determinata dai dati a disposizione, e nessun insieme di dati per quanto esteso e dettagliato sia è compatibile con una ed una sola teoria – per i filosofi della scienza, questo è il tema della sotto-determinazione delle teorie rispetto ai fatti. Ecco (anche) perché ipotesi e teorie devono essere immaginate. Sono tentativi di cogliere la costituzione della realtà, costituzione che in un senso “è data” – perché è indipendente da ciò che noi ne pensiamo – ma, in un altro, non “si dà” completamente, non si concede spoglia al nostro sguardo conoscitivo.
In secondo luogo, vorrei proseguire, senza immaginazione non ci sarebbe arte, di nessun tipo: pittura, scultura, letteratura, teatro, cinema, musica, danza e le loro reciproche contaminazioni. Un pittore è capace di rappresentare cose che non ha mai visto; uno scrittore di inventare personaggi, biografie e interi mondi, remoti o futuri. Gli artisti sono in grado di combinare forme, colori, eventi, suoni, figure, ritmi e melodie in maniera inedita. Immaginano di continuo. Mi sia concesso, a questo proposito, di segnalare al lettore un editoriale di poco più di un anno fa, proprio a proposito di come letteratura e poesia siano legate a doppio filo con l’immaginazione e l’immaginario.
In terzo luogo, intendo insistere, senza immaginazione non esisterebbero la miriade di istituzioni sociali che plasmano l’esistenza umana quotidianamente. Anche queste, in un senso non banale, debbono essere immaginate prima di essere implementate. Rispondono a delle finalità che non sono date. Qualche esempio? La scuola e l’università, le istituzioni finanziarie, quelle sanitarie, il welfare (questioni sulle quali rimandiamo ad un’altra pagina del nostro portale) – per rimanere ad alcune tutto sommato recenti. Molto più in generale, l’intera evoluzione culturale umana è costellata di invenzioni, innovazioni, e novità dapprima timidamente “pro-poste” e poi accettate, stabilizzate, sviluppate e promosse. Molte forme simboliche preistoriche (uso di pigmenti, ornamenti, uso simbolico degli spazi, etc.) hanno avuto ripercussioni sociali e istituzionali enormi, contribuendo a conformare la stessa forma di vita umana. Ma queste sono state dapprima immaginate nei loro caratteri e nelle loro funzioni (sebbene probabilmente in un processo non istantaneo e non strettamente individuale). Le istituzioni vengono “poste” (ecco perché, tra l’altro, com’è noto, si parla ad esempio di diritto positivo), e per esserlo devono prima essere in qualche modo pensate, andando al di là di ciò che esiste già. Ecco perché è necessario immaginarle. La riflessione filosofica e interdisciplinare sulla cosiddetta ontologia degli enti sociali suggerisce chiaramente che molte manifestazioni culturali sono costituite dalle comunità che le esibiscono, e vengono poi sancite esplicitamente da norme e regole di vario genere. Non sono prodotti né spontanei né scontati dell’esistenza umana – segno ne sono la loro variabilità nel tempo e nello spazio, e la loro continua evoluzione.
L’immaginazione, allora, non sembra così inessenziale all’essere umano. Scienza, arte, istituzioni sociali e culturali: tutto ciò sembra richiederla – non che essa ne sia condizione sufficiente, ma probabilmente ne è condizione necessaria. D’altra parte, l’esistenza e la vita umana sembrano proprio in qualche modo chiamate a trasformare il mondo, a non lasciarlo proprio così com’è, più o meno a nessun livello – e il lettore interessato potrà trovare alcuni spunti interessanti in tal senso in un recente editoriale. E per trasformarlo bisogna … immaginare come, di volta in volta, in relazione al contesto e alle condizioni locali e momentanee, e secondo le motivazioni e i desideri degli attori di questo processo.
Proprio quest’ultimo punto – quello delle motivazioni e dei desideri – mi consente di smussare una possibile “deriva” di quanto ho detto sin qui, perché finora il discorso si è tenuto su un livello tutto sommato “comunitario”: la scienza, l’arte, le istituzioni e la società – quasi “in astratto”. Non vorrei dare l’impressione di trascurare la dimensione personale. D’altra parte, l’immaginazione è, persino per Cartesio, una facoltà della persona. Sebbene possa essere, e spesso è, immersa in dinamiche collettive dalle quali e difficile, se non impossibile, svincolarla completamente (e lo vedremo meglio tra poco), è l’immaginazione delle singole persone a nutrire il processo innovativo, trasformativo, “positivo”, e creativo. Da un certo punto di vista, si potrebbe persino dire che la dimensione sociale, finanche quella istituzionale, pur conservando sempre un certo valore in se stessa, scaturisce da quella personale e trova il suo senso ultimo nella promozione delle persone che la vivono. Anche questo aspetto, proprio enfatizzando la rilevanza dell’immaginazione per il cambiamento sociale, è stato trattato in un editoriale del 2025.
C’è di più, però. Non solo scienza, arte e società, e i contributi personali a queste dimensioni della forma di vita umana, ma anche la stessa libertà sembra implicare l’immaginazione come suo momento costitutivo. Quantomeno, questo è ciò che vorrei condividere con i nostri lettori – e che ho discusso in un contributo all’ultimo volume della collana della SISRI [1]. Molto spesso, quando si parla di libertà si intende – più o meno implicitamente – la libertà di scelta. Fuor di dubbio che questa costituisca un aspetto importantissimo della libertà, ma non la esaurisce. Anzi, rischia da un certo punto di vista, secondo me, di perderne la parte migliore, “più alta”. Infatti, la libertà di scelta spesso comporta l’assunto che le opzioni siano già date, lì, pronte perché noi si possa sceglierne una. In molti casi, forse, è così. Ma, cosa dire a proposito della libertà che ognuno di noi ha – inviolabilmente – di decidere che persona essere, che vita vivere, quali obiettivi di fondo perseguire, a cosa dedicarsi, e di cosa aver cura? Pensate ai “pionieri”, in qualsiasi campo o contesto, o ai “fondatori” di qualsiasi cosa. Ciò che hanno perseguito, direi per definizione, non esisteva già. E come hanno fatto, allora, a “sceglierlo”? Io trovo una sola risposta a questa domanda: hanno dovuto dapprima … immaginare. Quindi, l’esercizio della libertà nella sua forma più alta, quella che riguarda la vita di una persona in quanto tale, può, forse deve, coinvolgere un passo immaginativo. Che poi, in realtà, non è “un passo” ma un processo che può talvolta perdurare … una vita intera.
Solo un piccolo inciso prima di concludere. Quanto ho appena detto non dovrebbe far pensare che, stando così le cose, allora ognuno di noi possa “immaginarsi” in totale autonomia. La nostra immaginazione richiede elementi di partenza: non “crea” dal nulla. Ecco allora che l’enfasi che sto ponendo sull’immaginazione non è alternativa o antitetica rispetto all’importanza di modelli, esempi, e insegnamenti. Ed è proprio qui che quella mutua e ciclica interazione tra singola persona e dimensione collettiva e sociale assume tutta la sua rilevanza. Il tema sarebbe assai complesso e altrettanto interessante, ma non possiamo sviscerarlo qui. Mi basta farlo presente.
Dunque, perorata la causa dell’immaginazione, non mi resta che concludere col mio augurio a tutti i nostri lettori (e non solo) per questo 2026 (… e non solo): quello di riscoprire l’importanza di immaginarci, di non fermarci acriticamente ai modelli che ci vengono forniti ma di immetterli in un processo immaginativo – creativo. Oggi viviamo in un’epoca potenzialmente grandiosa da questo punto di vista, perché ognuno di noi ha la possibilità di accedere a quantità di informazioni enormi, impensabili già solo pochi lustri fa. Questo ci regala la possibilità di avere molti più elementi per nutrire la nostra immaginazione, da combinare creativamente, a cui dare una forma nuova – non solo per inventare qualcosa ma prima di tutto per immaginare noi stessi e le nostre vite. La mia esortazione all’immaginazione vorrebbe cercare di mitigare il rischio che con tutta questa informazione, questi modelli e questi cliché a disposizione, ci accontentassimo supinamente senza metterci del nostro.
Buon 2026 – e ora, vi lascio ai vostri tentativi di … immaginare il chiliagono ...
[1] I. Colagè, “Libertà tra immaginazione, assenso e azione. Una proposta interdisciplinare”, in C. Calì, P. Iadaresta (a cura di), Aperti al mondo e liberi di scegliere, EDUSC, Roma 2025