L’ideale di un lavoro scientifico «per costruire un mondo più umano»

Claudio Tagliapietra
Professore associato di Teologia fondamentale, Pontificia Università della Santa Croce - vicedirettore Centro DISF

«Spero che il suo nuovo istituto possa offrire alle giovani generazioni l’opportunità di contribuire a promuovere l’uso della scienza per costruire un mondo più umano». Così scriveva Werner Heisenberg al gesuita Enrico Cantore in una delle sue ultime lettere (20 febbraio 1974).

Lo scorso giugno ci siamo riuniti, insieme agli altri membri del direttivo del DISF, per ricordare il centenario della nascita di Enrico Cantore: gesuita e filosofo, pioniere dell’umanesimo scientifico e una delle voci ispiratrici della missione del Centro.[1]

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cantore

Cantore aveva intessuto per quasi dieci anni un fitto rapporto epistolare con il celebre premio Nobel, che – oltre a essere il fondatore della meccanica quantistica – era anche un pensatore interdisciplinare e uno di quei maestri che ogni studente e ricercatore vorrebbe poter annoverare tra i propri.[2] Sostenendolo di fronte a ogni ostacolo, Heisenberg lo aveva incoraggiato a fondare un centro di ricerca in cui filosofi e scienziati potessero collaborare alla promozione e alla diffusione di un umanesimo sapienziale-scientifico, fondato su un’idea allora pionieristica: il lavoro scientifico promuove la dignità umana, sia di chi lo esercita sia di chi ne beneficia – la società intera –, ed è conforme al desiderio di Dio sulla creazione. Un ideale espresso dal Concilio Vaticano II, e che affonda le sue radici nell’antichissima tradizione sapienziale dell’oriente mesopotamico ed egizio, confluita poi nella sapienza del popolo d’Israele. Questa, infatti, contemplava la natura come uscita dalle mani di Dio e a Lui sempre connessa.

L’appello di Heisenberg a Cantore arriva dritto al cuore ideale del Centro DISF, ed è un messaggio urgente e attuale, come testimonia la recente enciclica di Leone XIV. Nell’incipit della Magnifica Humanitas – la sua prima enciclica, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale – il Pontefice scrive: «Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa».[3]

Insieme ai ricordi della collaborazione con Giuseppe Tanzella-Nitti e Alberto Strumia, abbiamo ascoltato una registrazione della voce di Enrico Cantore risalente al novembre del 2011, poco prima del suo trasferimento nell’infermeria di Gallarate, dove avrebbe concluso la sua vita terrena il 27 marzo 2014, di un male simile a quello che aveva colpito Heisenberg. Nel vivo del racconto di una delle sue conversazioni con Heisenberg, Cantore osserva:

La sua esperienza di scienziato è, implicitamente, un’esperienza religiosa. Heisenberg dice – lo ha scritto, ma lo ha anche detto di persona – che, nel fare ricerca scientifica, ordinariamente ci accorgiamo che siamo noi a farla: costruiamo delle formule, le aggiustiamo e cerchiamo di verificare che corrispondano agli esperimenti. Qualche volta, però, ci si accorge – possiamo dire all’improvviso – che è come se una luce straordinaria ci avvolgesse: la realtà ci si presenta illuminata da una luce straordinaria. E allora comprendiamo che ciò che cerchiamo di fare è raccogliere un piccolo frammento di questa luce, che tuttavia resta lì, sempre più ricca di quanto noi possiamo racchiudere nelle nostre formule. Anche se in quel passo Heisenberg non parla esplicitamente di religione, si tratta di un’esperienza religiosa fondamentale. Perché? Perché la scienza è nata, anche storicamente, dalla consapevolezza che, per conoscere Dio, bisogna conoscere le sue opere, e conoscerle sempre più in profondità. E questo non lo dico io: lo ha affermato ripetutamente Tommaso d’Aquino nelle sue opere, pur non disponendo del concetto preciso di scienza moderna.

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cantore lettera

Nel dialogo tra scienza e fede Cantore aveva prediletto la porta antropologica anziché quella epistemologica – la quale, tra gli anni Sessanta e Ottanta, vedeva il pensiero analitico soppiantare lentamente la filosofia continentale nelle facoltà di Filosofia. A Cantore, più che il dibattito accademico, interessava l’approfondimento dell’essere umano, soggetto dell’esperienza scientifica: un’idea – in realtà una «vocazione» specifica, che aveva avvertito fin da giovane – che lo spingeva a sanare la «frattura tra le due culture», quella filosofica e quella scientifica, attraverso lo studio e la volontà concreta di fondare un istituto dedicato a questa missione: l’Institute for Scientific Humanism, a New York, presso la Fordham University. Il fatto che il progetto si rivolgesse principalmente a un pubblico di scienziati e filosofi universitari, tuttavia, mal si conciliava con una collocazione in un ambiente accademico allora poco ricettivo. Lo stesso Heisenberg aveva suggerito altre arene, di respiro extra-accademico e internazionale. Dopo una lunga battaglia e qualche ulteriore tentativo, purtroppo, l’esperienza dell’Istituto si esaurì rapidamente. Cantore si ritirò nel New Jersey, dove svolse il proprio ministero sacerdotale in una scuola e continuò a coltivare il proprio pensiero in solitudine, in attesa di un suo sviluppo futuro.

L’eredità di Cantore non consisteva soltanto in un patrimonio di intuizioni scientifico-filosofiche e in un Istituto che in pochi anni era misteriosamente svanito nel nulla: ancora oggi i suoi scritti conservano una forte spinta evangelizzatrice nei confronti del mondo scientifico.[4] La portata scientifica e apostolica di questa impresa, e l’intuizione spirituale che l’animava – persistente lungo tutta la vita del gesuita –, potrebbero perfino spingerci a definirlo quasi un «fondatore mancato». Ma, di nuovo: «fondatore» di che cosa? L’umanesimo scientifico di Cantore restava piuttosto un seme destinato a maturare altrove, in attesa di eredi e di contesti nuovi.

La lettura di Scientific Man porta Giuseppe Tanzella-Nitti a scoprirne il pensiero e suscita in lui il desiderio di coinvolgerlo nell’avventura del Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede (2002), per il quale Cantore scrive la voce «Umanesimo scientifico». Quella tra Tanzella-Nitti e Cantore è una frequentazione di oltre dodici anni, fatta di lettere, di visite alla Berger School (nel New Jersey), dove il gesuita era cappellano, e poi di collaborazione e amicizia dopo il suo trasferimento a Roma, in via degli Astalli, negli ultimi anni della sua vita — prima dell’ultimo spostamento a Gallarate.

Cantore matura il proprio pensiero e la propria missione apostolica nell’onda lunga del dibattito tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Ottanta, quando la scienza godeva di un’autorità sociale quasi indiscussa e la minaccia da fronteggiare era la secolarizzazione veicolata dallo scientismo. Quel mondo non sembra esistere più. Oggi la scienza pare attraversare una crisi di autorevolezza, e nelle battaglie culturali è difficile incontrare interlocutori che si definiscono esplicitamente «scientisti» o «riduzionisti»: il baricentro si è spostato altrove, verso quel «paradigma tecnocratico» e quel «potere digitale» evocati da Magnifica Humanitas. Riproporre tale e quale la battaglia culturale dell’umanesimo scientifico potrebbe forse sembrare anacronistico. Eppure il pensiero di Cantore ci stimola a riflettere e a ricalibrare la sua proposta sugli stili di vita e sui modelli di oggi, rivendicando la centralità della ricerca scientifica anche – e proprio – in un mondo dominato dalla tecnologia. È cambiato lo scenario, ma non il soggetto che svolge l’attività scientifica, né la dignità e il potenziale umanizzatore del suo lavoro.

Potremmo allora chiederci in che cosa consista un passaggio di generazione, anche nella consegna di un ideale. Pure le eredità intellettuali devono essere sovrainterpretate creativamente da chi le riceve, perché si possa liberare quell’«eccedenza» capace di sprigionarne il potenziale inespresso. Diversamente, anche le eredità intellettuali più grandi rischiano di esaurirsi in un lavoro storico-filologico. La cultura cresce, infatti, per fertilizzazione di intuizioni, anche quando sono gli stessi fondatori a dubitarne o a non portarle a compimento. È proprio la storia, allora, a suggerire come raccogliere la progettualità di un ideale per rimetterla al lavoro in uno scenario che, nel frattempo, è cambiato sotto i nostri piedi. Così si è fatto anche con l’eredità intellettuale delle grandi figure della storia del pensiero, come Tommaso d’Aquino, che in un suo manoscritto Cantore stimava come «il vero sapiente»: nessun vero tomista può dirsi tale solo perché ripete quel che Tommaso ha scritto, ma piuttosto perché pensa come Tommaso penserebbe oggi (Lonergan).

Quello di Cantore è dunque un messaggio sempre da attualizzare. Si potrebbe forse iniziare dal recupero e dalla contaminazione delle categorie portanti del suo pensiero con le altre sfide poste dalla contemporaneità – fraternità universale, ecologia, attenzione sociale, custodia della Terra, responsabilità globale –, passando così dall’umanesimo scientifico a un umanesimo planetario, nel senso indicato per esempio dal filosofo recentemente scomparso Edgar Morin e dal suo allievo Mauro Ceruti nel volume Per una civiltà della terra, da poco pubblicato insieme a Francesco Bellusci. Questo sguardo planetario è reso possibile, paradossalmente (o forse provvidenzialmente), proprio da una scienza che è sempre e comunque generata da un «uomo scientifico».

 

Note.

[1] Si rinvia al profilo biografico di Enrico Cantore offerto sul nostro portale.

[2] L’epistolario è raccolto in Tagliapietra C., Pursuing Scientific Humanism. Letters between Werner Heisenberg and Enrico Cantore, 1967-1976, Wipf & Stock, Eugene OR 2025.

[3] Leone XIV, Lettera enciclica Magnifica Humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale (15 maggio 2026), n. 15.

[4] Cantore E., Umanesimo Scientifico e Mistero di Cristo: Raccolta di Scritti (1956-2002), a cura di C. Tagliapietra, EDUSC, Roma 2023.