Roma
Segnaliamo la tavola rotonda sul tema "Parlare di Dio nella Società Secolare" che si terrà mercoledì 2 dicembre nella Pontificia Università della Santa Croce in occasione della pubblicazione dell'opera di Giuseppe Tanzella-Nitti Teologia fondamentale in contesto scientifico.

Teologia Fondamentale in contesto scientifico è un'opera che propone una Teologia della Credibilità (2 voll.) ed una Teologia della Rivelazione (2 voll.) la cui esposizione si snoda accettando il "contrappunto" della razionalità scientifica e filosofica.
Il piano del Trattato prevede i seguenti volumi: La teologia fondamentale e la sua dimensione di apologia (vol. 1); La credibilità del Cristianesimo (vol. 2); Religione e rivelazione (vol. 3); Fede, Tradizione e Religzioni (vol. 4). I primi due volumi sono già disponibili.
Programma:
17.30: Introduzione e saluti
17.45: Interventi dei relatori:
Lluís Oviedo, ordinario di antropologia teologica e teologia fondamentale, Pontificia Università Antonianum
Marcello Pera, già presidente del Senato della Repubblica, filosofo della scienza
MODERA
Robert Cheaib, docente di teologia fondamentale, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma
18.45: Dialogo con il pubblico
19.15: Cocktail e incontro con l'autore
Sede:
Pontificia Università della Santa Croce
Aula Alvaro del Portillo
Piazza sant’Apollinare, 49, Roma
Informazioni:
Per conferma: eventi@pusc.it
Ufficio stampa Città Nuova
Tel. 06.965.22.200 - Cell. 347.4554043
e-mail: ufficio stampa@cittanuova.it 
La locandina della tavola rotonda:

28 febbraio 2027

Call for papers | Religions
È aperta la call for papers per lo Special Issue “Theology and Society: Faith, Social Sciences, and the Unity of Knowledge” della rivista Religions, curato da Claudio Tagliapietra (Pontificia Università della Santa Croce – DISF Research Center). Sono invitati contributi interdisciplinari sul rapporto tra teologia e scienze sociali. È possibile inviare titolo e abstract (200–300 parole) al Guest Editor (c.tagliapietra@pusc.it).

 Scadenza: 28 febbraio 2027.

Maggiori informazioni

 

 


 

2008

Ecce Homo. Accogliere la sofferenza è il segno della nostra umanità. La compassione, come risposta dell’uomo alla sofferenza

Come sapevo dalla mia esperienza scientifica, i punti deboli, le imperfezioni, i difetti favoriscono l'evoluzione di un sistema. Un sistema che è troppo rigido perchè non ha bisogno di evolvere. Questo è vero in politica ed è vero in società, nella famiglie e in natura. Un sistema che si svolge perfettamente e pienamente, senza difetti, è un sistema chiuso che può evolvere solo attraverso un sommovimento più grande: l'evoluzione avviene attraverso rivoluzioni. [...]

Succede lo stesso in ogni sistema che si evolve. Contrariamente a quanto spesso si pensa, le parti deboli e imperfette sono spesso quelle che consentono l'evoluzione senza che avvenga rivoluzione. Questo è vero per l'evoluzione della vita che è in gran parte basata sulla ricorrenza di errori di codice durante la duplicazione dell'informazione genetica. Ci si può chiedere se questo non sia vero anche per le nostre società. Noi tendiamo a tenere separati gli individui che sono adatti alla nostra vita sociale da quelli che hanno difficoltà a seguire il passo loro imposto dal nostro stile di vita. Eppure una società che separa i membri produttivi dagli altri, considerati come peso morto, persino come individui marginali o esclusi, è una società dura, caratterizzata da conflitti e spesso dal rifiuto totale delle minoranze. È triste e pessimistica. Al contrario, una società dove tutti sono ben integrati ha una struttura molto più adattabile, con un modo di vita multiforme, più facile e più conciliante. È spesso più felice e ottimista.

È necessario approfondire ulteriormente. Una società che sia composta esclusivamente di individui uniformi, senza alcuna eterogeneità, è una società più rigida e più dura. Ho fatto esperienza di queste comunità sulle navi oceanografiche, dove ho trascorso buona parte della vita. Per la maggior parte del tempo c'erano a bordo solo uomini giovani e di mezza età: l'equipaggio formava una comunità piuttosto rude. Bastava la presenza di una sola donna oceanografica per cambiare completamente l'atmosfera.

Quando si esamina un qualunque sistema è pertanto necessario studiarlo come un tutto. Il suo funzionamento è determinato dalla interazione di tutte le parti. L' eliminazione di parti che possono apparire meno efficienti può cambiare in modo significativo il funzionamento globale e può effettivamente impedirgli di funzionare del tutto! [...]

La specie umana è situata nel lignaggio delle società animali sessuate che nella loro evoluzione hanno investito enormi quantità di energia nella riorganizzazione della società intorno alla loro prole allo scopo di proteggerla, educarla e portarla all'età adulta. Un aspetto essenziale che conduce agli esseri umani è il prolungamento della fase iniziale di crescita e di conseguenza dell' apprendimento, con la concomitante riduzione dei comportamenti innati. Ma il prolungamento della fase di crescita fetale e infantile comporta di conseguenza neonati del tutto immaturi, totalmente impotenti. Questo lungo periodo di dipendenza non sarebbe stato possibile senza lo sviluppo di relazioni affettive privilegiate tra bambini e genitori. Sigmund Freud ci ha aiutati a comprendere l'importanza delle relazioni figli-genitori nella costruzione delle nostre personalità, importanza così cruciale da condizionare la nostra sopravvivenza. Non si deve dimenticare che una porzione significativa del nostro cervello è preposta all'elaborazione delle nostre emozioni. Lo sviluppo molto grande del cervello degli antenati pre-umani all'Homo Sapiens riflette per una buona parte l'accresciuto posto assunto da questo tipo di processo. L'infanzia costituisce così un evidente polo di fragilità e vulnerabilità intorno a cui le società umane si sono strutturate.

Ma questo non è l'unico polo, perché le società umane dedicano un grande sforzo nel prendere in considerazione nella loro organizzazione sofferenza e morte, che costituiscono così un secondo polo di fragilità e vulnerabilità. Il dolore fisico, come la paura, sono meccanismi di allarme che giocano un ruolo decisivo nel processo decisionale necessario alla sopravvivenza degli individui, tanto negli animali quanto nell'uomo. Essi svolgono pure un importante ruolo a livello della comunità. Oltre il dolore fisico c'è la sofferenza interiore. Per esempio, la rottura, dovuta alla morte o alla partenza, di una relazione di dipendenza molto forte tra due individui può portare a un deperimento per l'affiliazione o persino alla morte. Questa è la ragione per cui sono dette umane. In francese, come in italiano, la parola "umano" ha un doppio significato: esprime l'appartenenza al genere umano (human in inglese) ed anche l'umanità (human in inglese), cioè la qualità di una persona capace di compassione, che è sensibile alla sofferenza del suo prossimo e cerca di alleviarla. Un essere umano infatti può comportarsi in modo non umano! Allo stesso modo, una società è umana nella misura in cui si prende cura delle vite di coloro che soffrono di più, senza rifiutarli né metterli al margine. [...]

La storia della vita sulla Terra mostra che l'uomo è inserito nel flusso della vita. e che non c'è una radicale rottura né nella struttura genetica né nel comportamento passando dai primati agli esseri umani. Aristotele scrisse che tutto quello che è comune all'uomo e all'animale non è specifico dell'uomo. Con le scoperte della scienza, il dominio di ciò che è comune agli uomini e agli animali è andato crescendo nel tempo. Minacciato nella sua identità, l'essere umano cerca di stabilire una separazione tra se stesso e il resto degli esseri viventi definendosi, secondo Cartesio, come essere capace di ragione. Come affermato da Damasio, definire l'esistenza sulla base del pensiero fu l'errore di Cartesio: "Io penso, dunque sono". Gli studi scientifici moderni ci hanno portati ad asserire il contrario: "Io sono, dunque penso". Tutto quello che noi siamo e il modo in cui noi pensiamo e reagiamo al mondo circostante dipende dai nostri sentimenti e dalle nostre emozioni, fra le qual svolgono un ruolo maggiore quelle che sono collegate al dolore e alla sofferenza. La ragione non è una entità autonoma separata dal nostro corpo. Può essere compresa solo entro il complesso sistema di interazioni del nostro corpo con l'ambiente.
Giovanni Paolo Il nel suo libro "Varcare la soglia della speranza"s critica in modo simile il razionalismo puro di Descartes "che ha, in un certo senso, separato il pensiero dall'esistenza vista nella sua integralità e lo ha identificato con la ragione stessa". Giovanni Paolo II aggiunge: "Quanto è diverso da san Tommaso d'Aquino per il quale non è il pensiero che determina l'esistenza, ma al contrario è l'esistenza, il fatto di esserci, che determina il pensiero. lo penso come penso perché sono ciò che sono" Per scoprire chi egli è, l'essere umano non dovrebbe temere di ricollocarsi nel flusso della vita e riconoscere la comune eredità che condivide con gli esseri viventi contemporanei. È nella misura in cui riconosce le somiglianze che sarà in grado di identificare le sue specificità.
Un grande numero di ricerche cerca oggi di valutare il ruolo della capacità altruistica nel funzionamento delle società umane.La maggior parte delle teorie proposte considerano la benevolenza nient'altro che una forma mascherata di interesse personale. Qualunque siano le motivazioni di questo comportamento altruistico, il riconoscimento del "prossimo", nella sua sofferenza o nella sua morte, come un altro "se stesso" può condurre al rifiuto dell'altro, rifiuto che accentua il nostro isolamento aumentando la nostra paura dell'altro. O può portarci ad accettarlo con le sue ferite, consentendoci così di trascendere la nostra sofferenza, di trascendere la morte. Trascendere la nostra paura del dolore, mentre accogliamo la persona sofferente e la poniamo nel cuore della nostra comunità, e trascendere la nostra paura della morte mentre coltiviamo il ricordo dei nostri morti sono stati a mio parere i fattori più importanti della nostra umanizzazione. Il confronto con la sofferenza e con la morte, viste come specchi della propria sofferenza e della propria morte, obbliga l'uomo a un superamento altruistico che diviene superamento metafisico, artistico, poetico. Questa è stata probabilmente l'origine della metafisica, dell'arte e della poesia, che ci danno la capacità di proiettarci oltre la realtà immediata delle difficoltà della nostra vita.
Ma qual è la sorgente di questo prodigioso sforzo? Non è altro che la persona ferita, sofferente, handicappata, morente o anche morta. Questa persona sofferente è il fermento per la trasformazione di uomini e donne, e oltre questi dell'intera società umana. Qui si tocca il profondo mistero che circonda sofferenza e morte. Tutto capita come se l'umanizzazione sia comparsa con la progressiva scoperta da parte degli esseri umani della propria fragilità e vulnerabilità mentre andavano crescendo la loro coscienza riflessiva e la loro capacità di proiettare se stessi nel passato e nel futuro. Gli esseri umani diventavano più umani nella misura in cui essi andavano scoprendo il loro prossimo sofferente come "loro propria carne".
Fattori fisiologici come la progressiva retro-inclinazione del cranio o fattori tecnologici come la capacità di fare utensili sono spesso privilegiati quando si considera l'evoluzione che porta alla comparsa dell'Homo Sapiens, mentre i fattori psicologici non sono in genere neppure considerati. Eppure è possibile dubitare che fattori psicologici abbiano svolto un ruolo importante in questa evoluzione? Vivendo in una società eterogenea, con quelli che lo precedono e annunciano il suo futuro come pure con quelli che lo seguono e che egli dovrà lasciare, colpito dal dolore e dalla scomparsa di coloro con cui condivide la sua vita, l'essere umano ha una necessità vitale di trascendere questo brutale confronto con la fragilità e la vulnerabilità degli altri che lo rimandano alla propria angoscia esistenziale mentre è immerso nell'oscuro mondo delle sue paure.
Questo non significa che le società umane diventino sempre più umane con il passar del tempo. Per essere umana una società deve tenere in conto il valore unico di ciascuno dei suoi membri, e più particolarmente di coloro che sono troppo deboli per difendersi. Chiaramente, le società umane non hanno mai realizzato in modo perfetto questo obiettivo. Alcune sono state particolarmente dure e l'evoluzione della umanizzazione non è stata lineare. Ci sono stati alti e bassi nella lunga storia dell'Homo Sapiens, alti e bassi che possono essere identificati considerando come furono presi in conto questi due poli di fragilità legati all'infanzia, alla infermità, all'handicap, all'invecchiamento e alla morte.

 

X. Le Pichon, Ecce Homo. Accogliere la sofferenza è il segno della nostra umanità. La compassione, come risposta dell’uomo alla sofferenza. Conferenze tenute all’Istituto Cottolengo di Torino, dicembre 2008, in «Magis - Quaderno di Spiritualità», Casa Mater Unitatis, Druento 2009, pp. 6-9 e 16-18.

17 aprile 2026

Signor Gran Cancelliere,
cari fratelli nell’Episcopato,
Signor Rettore,
illustri membri del corpo docente,
cari studenti,
distinte Autorità,
Signore e Signori!

È per me una grande gioia rivolgermi a voi in questa Università Cattolica dell’Africa Centrale, luogo di eccellenza per la ricerca, la trasmissione del sapere e la formazione di tanti giovani. Esprimo la mia gratitudine alle Autorità accademiche per la loro calorosa accoglienza e per il loro costante impegno al servizio dell’educazione. È motivo di speranza che questa istituzione, fondata nel 1989 dall’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale, sia un faro al servizio della Chiesa e dell’Africa, nella sua ricerca della verità e nella promozione della giustizia e della solidarietà.

Oggi più che mai è necessario che le Università, a maggior ragione gli Atenei cattolici, divengano vere e proprie comunità di vita e di ricerca, che introducano studenti e docenti a una fraternità nel sapere, «per fare esperienza comunitaria della gioia della Verità e per approfondirne il significato e le implicazioni pratiche. Ciò che il Vangelo e la dottrina della Chiesa sono chiamati oggi a promuovere, in generosa e aperta sinergia con tutte le istanze positive che fermentano la crescita della coscienza umana universale, è un’autentica cultura dell’incontro, una cultura anzi, possiamo ben dire, dell’incontro tra tutte le autentiche e vitali culture, grazie al reciproco scambio dei propri rispettivi doni nello spazio di luce dischiuso dall’amore di Dio per tutte le sue creature. Come ha sottolineato Papa Benedetto XVI, la verità è “logos” che crea “dia-logos” e quindi comunicazione e comunione»(Francesco, Cost. ap. Veritatis gaudium, 4b).

Difatti, mentre molti nel mondo sembrano perdere i propri punti di riferimento spirituali ed etici, trovandosi imprigionati nell’individualismo, nell’apparenza e nell’ipocrisia, l’Università è per eccellenza un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione. Alle sue origini, nel Medioevo, i suoi iniziatori le diedero come meta la Verità. Ancora oggi, docenti e studenti sono chiamati a proporsi come fine e, al tempo stesso, come stile di vita, la ricerca comune della verità, poiché, come ha scritto San John Henry Newman, «tutti i principi veri traboccano di Dio, tutti i fenomeni conducono a Lui» (S. J.H. Newman, L’idée d’université, Genève 2007, 97).

D’altra parte, quella che Newman chiamava “luce gentile”, ossia «la luce della fede, in quanto unita alla verità dell’amore, non è aliena al mondo materiale, perché l’amore si vive sempre in corpo e anima; la luce della fede è luce incarnata, che procede dalla vita luminosa di Gesù. Essa illumina anche la materia, confida nel suo ordine, conosce che in essa si apre un cammino di armonia e di comprensione sempre più ampio. Lo sguardo della scienza riceve così un beneficio dalla fede: questa invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile. La fede risveglia il senso critico, in quanto impedisce alla ricerca di essere soddisfatta nelle sue formule e la aiuta a capire che la natura è sempre più grande. Invitando alla meraviglia davanti al mistero del creato, la fede allarga gli orizzonti della ragione per illuminare meglio il mondo che si schiude agli studi della scienza»(Francesco, Lett. enc. Lumen fidei, 34).

Carissimi, l’Africa può contribuire in modo fondamentale ad allargare gli orizzonti troppo angusti di un’umanità che fatica a sperare. Nel vostro magnifico Continente la ricerca è particolarmente sfidata ad aprirsi a prospettive interdisciplinari, internazionali e interculturali. E oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede all’interno degli scenari culturali e delle sfide attuali, così da farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti, specialmente in quelli più segnati da ingiustizie, diseguaglianze, conflitti, degrado materiale e spirituale.  

La grandezza di una Nazione non può essere valutata solo in base all’abbondanza delle sue risorse naturali e neppure per la ricchezza materiale delle sue istituzioni. Infatti, nessuna società può prosperare se non si fonda su coscienze rette, educate alla verità. In questo senso, il motto della vostra Università: «Al servizio della verità e della giustizia», vi ricorda che la coscienza umana, intesa come il santuario interiore ove uomini e donne si scoprono interpellati dalla voce di Dio, è il terreno su cui poggiare le fondamenta giuste e stabili per ogni società. Formare coscienze libere e santamente inquiete è condizione affinché la fede cristiana appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare una ricerca di Dio sempre ulteriore, mai sazia.

È infatti nella coscienza che si elabora il discernimento morale, con il quale liberamente cerchiamo quel che è vero e onesto. Quando la coscienza ha cura di essere illuminata e retta, diventa fonte di un agire coerente, orientato verso il bene, la giustizia e la pace.

Nelle società contemporanee, e quindi anche in Camerun, si osserva una erosione dei punti di riferimento morali che un tempo guidavano la vita collettiva. Ne deriva che oggi si tende ad approvare in modo superficiale alcune pratiche un tempo considerate inaccettabili. Questa dinamica si spiega in parte con i mutamenti sociali, i vincoli economici e le dinamiche politiche che influenzano i comportamenti individuali e collettivi. I cristiani, e in modo del tutto speciale i giovani cattolici africani, non devono avere paura delle “cose nuove”. In particolare, la vostra Università può formare pionieri di un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale, di cui il continente africano conosce bene non soltanto gli aspetti ammalianti, ma anche il lato oscuro delle devastazioni ambientali e sociali procurate dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare. Non guardate dall’altra parte: è un servizio alla verità e all’intera umanità. Senza questa fatica educativa, l’adattamento passivo alle logiche dominanti verrà scambiato per competenza, e la perdita di libertà per progresso.

Ciò vale tanto più in rapporto alla diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale, che organizzano sempre più pervasivamente i nostri ambienti mentali e sociali. Come ogni grande trasformazione storica, anche questa richiede non solo competenze tecniche, ma una formazione umanistica capace di rendere visibili le logiche economiche, i pregiudizi incorporati e le forme di potere che modellano la percezione del reale. Negli ambienti digitali, strutturati per persuadere, l’interazione viene ottimizzata fino a rendere superfluo l’incontro reale, l’alterità delle persone in carne e ossa viene neutralizzata e la relazione ridotta a risposta funzionale. Carissimi, voi invece siete persone reali! Anche la creazione ha un corpo, un respiro, una vita da ascoltare e da custodire. «Geme e soffre» (cfr Rm 8,22) come ognuno di noi.

Quando la simulazione diventa norma, l’umana capacità di discernimento si atrofizza e i nostri legami sociali si chiudono in circuiti autoreferenziali che non ci espongono più al reale. Viviamo allora come dentro bolle impermeabili le une alle altre, ci sentiamo minacciati da chiunque sia diverso e ci disabituiamo all’incontro e al dialogo. Così dilagano polarizzazione, conflitti, paure, violenza. Non è in gioco un semplice rischio di errore, ma una trasformazione del rapporto stesso con la verità.

È proprio in quest’ambito che l’Università cattolica ha il dovere di assumere una responsabilità di primo piano. Non si limita, infatti, a trasmettere conoscenze specialistiche, ma forma menti capaci di discernimento e cuori disposti all’amore e al servizio. Prepara soprattutto i futuri dirigenti, i funzionari pubblici, i professionisti e gli altri futuri attori sociali a svolgere con rettitudine gli incarichi che saranno loro affidati, a esercitare le loro responsabilità con probità, a inserire la loro azione in un’etica al servizio del bene comune.

Cari figli e figlie del Camerun, cari studenti, di fronte alla comprensibile tendenza migratoria, che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui. Ecco la ragion d’essere della vostra Università, fondata trentacinque anni fa per formare i pastori d’anime e i laici impegnati nella società: sono questi i testimoni di saggezza e di equità dei quali il continente africano ha bisogno.

A proposito, vorrei ricordare un’espressione di San Giovanni Paolo II: l’Università cattolica è «nata dal cuore della Chiesa» (S. Giovanni Paolo II, Cost. ap. Ex corde Ecclesiae, 1) e partecipa alla sua missione di annunciare la verità che libera. Questa affermazione rimanda anzitutto a un’esigenza intellettuale e spirituale: ricercare la verità in tutte le sue dimensioni, con la convinzione che fede e ragione non si oppongono ma si sostengono a vicenda. Inoltre, richiama il fatto che docenti e studenti dell’Università sono coinvolti nel compito della Chiesa di «annunciare la buona novella di Cristo a tutti, dialogando con le diverse scienze al servizio di una comprensione sempre più profonda e di un’attuazione della verità nella vita personale e sociale» (Francesco, Cost.. ap, Veritatis gaudium, 5).

Di fronte alle sfide del nostro tempo, l’Università cattolica occupa un posto unico e insostituibile. Ripensiamo in proposito ai pionieri di questa Istituzione, che hanno posto le fondamenta su cui voi costruite oggi, uno per tutti, ricordo il Reverendo Barthélemy Nyom, Rettore per quasi tutti gli anni Novanta. Sul loro esempio, siate sempre ben consapevoli del fatto che, insieme alla trasmissione del sapere e all’abilitazione delle competenze professionali, questa Università mira a contribuire alla formazione integrale della persona umana. L’accompagnamento spirituale e umano costituisce una dimensione essenziale dell’identità dell’Università cattolica. Attraverso la formazione spirituale, le iniziative della pastorale universitaria e i momenti di riflessione, gli studenti sono invitati ad approfondire la loro vita interiore e a orientare il loro impegno nella società alla luce di valori autentici e solidi. In questo modo, cari studenti, imparate a diventare costruttori del futuro dei vostri rispettivi Paesi e di un mondo più giusto e più umano.

Cari docenti, il vostro ruolo è centrale. Perciò vi incoraggio a incarnare i valori che desiderate trasmettere, anzitutto la giustizia e l’equità, l’integrità, il senso del servizio e della responsabilità. L’Africa e il mondo hanno bisogno di persone che si impegnino a vivere secondo il Vangelo e a mettere le loro competenze al servizio del bene comune. Non tradite questo nobile ideale! Oltre che guide intellettuali, siate modelli il cui rigore scientifico e la cui personale onestà educhino la coscienza dei vostri studenti. L’Africa ha infatti bisogno di essere liberata dalla piaga della corruzione. E per un giovane tale consapevolezza deve consolidarsi fin dagli anni della formazione, grazie al rigore morale, al disinteresse e alla coerenza di vita dei propri educatori e insegnanti. Giorno dopo giorno, ponete le fondamenta indispensabili per la costruzione di una coerente identità morale e intellettuale. Testimoniando la verità, specialmente davanti alle illusioni dell’ideologia e delle mode, create un ambiente in cui l’eccellenza accademica si unisce naturalmente alla rettitudine umana.

Signore e Signori, la virtù principale che deve animare la comunità universitaria è l’umiltà. Qualunque sia il nostro ruolo e la nostra età, dobbiamo sempre ricordare che siamo tutti discepoli, cioè compagni di studio con un unico Maestro, che ha tanto amato il mondo da dare la sua vita. Vi ringrazio e di cuore vi benedico!

15-19 aprile 2026

Dal 15 al 19 aprile 2026 torna all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone il Festival delle Scienze di Roma, giunto alla XXI edizione. Il tema scelto per quest’anno, “Caos e Armonia”, attraversa scienza, arte e società per raccontare un mondo in continua trasformazione, dove ordine e disordine non sono contrari, ma forze che convivono e si alimentano a vicenda. Il Festival propone incontri, spettacoli, mostre, attività educational e iniziative per famiglie, confermandosi come uno spazio di confronto accessibile e multidisciplinare, aperto alle nuove generazioni e al dialogo tra saperi diversi.

Informazioni

Scarica il programma

 


 

1 gennaio 2026

“La pace sia con te!”.

Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» ( Gv 20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: “La pace sia con voi!”. Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. [1]

La pace di Cristo risorto

Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani (cfr Ef 2,14) è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile (cfr Gv 10,11.16): Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.

Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano. La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito “terza guerra mondiale a pezzi”, ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.

Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura. Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato. Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Egli, indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso». [2]

Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.

Una pace disarmata

Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cfr Mt 25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.

Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un particolare paradosso: «Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica». [3]

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico». [4]

Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. [5] Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.

Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace». [6] Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo. In particolare, la Costituzione Gaudium et spes portava l’attenzione sull’evoluzione della pratica bellica: «Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari, a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme peso della loro responsabilità». [7]

Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico. L’Enciclica Fratelli tutti presenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale risveglio: «In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti». [8] È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica.

Una pace disarmante

La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfr Lc 2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cfr At 2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità». [9]

Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità». [10]

È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». [11] Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.

D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde». [12]È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.

Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». [13] Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori», [14] a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi ( Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata ( Prov 18,19)». [15]

Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).

Dal Vaticano, 8 dicembre 2025

LEONE PP. XIV

 



 

[1] Cfr Benedizione apostolica “Urbi et Orbi” e primo saluto, Loggia centrale della Basilica di San Pietro (8 maggio 2025).

[2] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 3.

[3] Ibid., 1.

[4] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 60.

[5] Cfr SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security (2025).

[6] Agostino d’Ippona, Discorso 357, 1.

[7] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 80.

[8] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 4.

[9] Id., Lettera al Direttore del Corriere della Sera (14 marzo 2025).

[10] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 61.

[11] Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana (17 giugno 2025).

[12] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 63.

[13] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 42.

[14] Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 15.

[15] Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891), 37.

 

5 maggio 2026

L’Associazione “Vincenzo Ferraro” ha pubblicato il bando 2026 del premio internazionale dedicato a Vincenzo C. A. Ferraro, destinato a giovani studiosi nel campo della Space Physics. Il premio, del valore di 1.000 euro lordi, è rivolto a candidati under 35 che abbiano conseguito un PhD in Physics o titolo equivalente dopo il 1° settembre 2021. Le domande devono essere inviate entro il 5 maggio 2026. La premiazione si terrà nell’ottobre 2026 nella Penisola Sorrentina.

info: https://www.premiovincenzoferraro.org/blog