14-18 maggio
 

Torna il Salone Internazionale del Libro di Torino, uno dei principali appuntamenti culturali europei dedicati all’editoria e al dialogo tra letteratura, società e cultura contemporanea. Il tema della XXXVIII edizione sarà “Il mondo salvato dai ragazzini”, ispirato all’opera di Elsa Morante, con un programma che prevede oltre 2.700 eventi, incontri e conferenze con ospiti internazionali.

Luogo: Torino, Lingotto Fiere
data. 14–18 maggio 2026Programma: Salone del Libro 2026

 


 

21 aprile 2026

Il paleontologo ed evoluzionista britannico Simon Conway Morris, professore emerito presso l’Università di Cambridge, è il vincitore del Templeton Prize 2026, uno dei più importanti riconoscimenti internazionali dedicati al dialogo tra scienza, filosofia e spiritualità.

Il premio gli è stato attribuito per i suoi contributi nel campo della biologia evolutiva e per la riflessione sulle implicazioni filosofiche e antropologiche dell’evoluzione, con particolare attenzione ai temi dell’intelligibilità della natura e dell’unicità dell’essere umano.

Maggiori informazioni: Templeton Prize 2026

 


 

Roma, Centro Congressi – Ergife Palace Hotel

Conferenza internazionale dedicata al dialogo tra fede e scienza, con particolare attenzione ai temi della coscienza, della spiritualità e dell’esperienza umana. L’evento riunisce studiosi e ricercatori di diversi ambiti per promuovere un confronto interdisciplinare sulle relazioni tra conoscenza scientifica e dimensione religiosa.

Programma: https://scientificandmedical.net/events/faith-and-science-rome-2026

Roma, Università degli Studi Roma Tre

Conferenza internazionale promossa dalla European Academy of Religion, che riunisce studiosi di diverse tradizioni e discipline per esplorare il ruolo delle religioni nella società contemporanea. Il programma include numerose sessioni dedicate al dialogo tra scienza, filosofia e teologia.

Programma: https://www.europeanacademyofreligion.org/euare2026

Roma, Accademia Nazionale dei Lincei

Tommaso d’Aquino Filosofo

Roma, Accademia Nazionale dei Lincei
19–22 maggio 2026

Convegno internazionale dedicato al pensiero filosofico di Tommaso d’Aquino, con particolare attenzione al rapporto tra metafisica, ragione e scienza. L’iniziativa riunisce studiosi di diverse discipline per approfondire l’attualità del pensiero tomista nel dialogo contemporaneo tra filosofia e scienze.

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28 febbraio 2027

Call for papers | Religions
È aperta la call for papers per lo Special Issue “Theology and Society: Faith, Social Sciences, and the Unity of Knowledge” della rivista Religions, curato da Claudio Tagliapietra (Pontificia Università della Santa Croce – DISF Research Center). Sono invitati contributi interdisciplinari sul rapporto tra teologia e scienze sociali. È possibile inviare titolo e abstract (200–300 parole) al Guest Editor (c.tagliapietra@pusc.it).

 Scadenza: 28 febbraio 2027.

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2008

Ecce Homo. Accogliere la sofferenza è il segno della nostra umanità. La compassione, come risposta dell’uomo alla sofferenza

Come sapevo dalla mia esperienza scientifica, i punti deboli, le imperfezioni, i difetti favoriscono l'evoluzione di un sistema. Un sistema che è troppo rigido perchè non ha bisogno di evolvere. Questo è vero in politica ed è vero in società, nella famiglie e in natura. Un sistema che si svolge perfettamente e pienamente, senza difetti, è un sistema chiuso che può evolvere solo attraverso un sommovimento più grande: l'evoluzione avviene attraverso rivoluzioni. [...]

Succede lo stesso in ogni sistema che si evolve. Contrariamente a quanto spesso si pensa, le parti deboli e imperfette sono spesso quelle che consentono l'evoluzione senza che avvenga rivoluzione. Questo è vero per l'evoluzione della vita che è in gran parte basata sulla ricorrenza di errori di codice durante la duplicazione dell'informazione genetica. Ci si può chiedere se questo non sia vero anche per le nostre società. Noi tendiamo a tenere separati gli individui che sono adatti alla nostra vita sociale da quelli che hanno difficoltà a seguire il passo loro imposto dal nostro stile di vita. Eppure una società che separa i membri produttivi dagli altri, considerati come peso morto, persino come individui marginali o esclusi, è una società dura, caratterizzata da conflitti e spesso dal rifiuto totale delle minoranze. È triste e pessimistica. Al contrario, una società dove tutti sono ben integrati ha una struttura molto più adattabile, con un modo di vita multiforme, più facile e più conciliante. È spesso più felice e ottimista.

È necessario approfondire ulteriormente. Una società che sia composta esclusivamente di individui uniformi, senza alcuna eterogeneità, è una società più rigida e più dura. Ho fatto esperienza di queste comunità sulle navi oceanografiche, dove ho trascorso buona parte della vita. Per la maggior parte del tempo c'erano a bordo solo uomini giovani e di mezza età: l'equipaggio formava una comunità piuttosto rude. Bastava la presenza di una sola donna oceanografica per cambiare completamente l'atmosfera.

Quando si esamina un qualunque sistema è pertanto necessario studiarlo come un tutto. Il suo funzionamento è determinato dalla interazione di tutte le parti. L' eliminazione di parti che possono apparire meno efficienti può cambiare in modo significativo il funzionamento globale e può effettivamente impedirgli di funzionare del tutto! [...]

La specie umana è situata nel lignaggio delle società animali sessuate che nella loro evoluzione hanno investito enormi quantità di energia nella riorganizzazione della società intorno alla loro prole allo scopo di proteggerla, educarla e portarla all'età adulta. Un aspetto essenziale che conduce agli esseri umani è il prolungamento della fase iniziale di crescita e di conseguenza dell' apprendimento, con la concomitante riduzione dei comportamenti innati. Ma il prolungamento della fase di crescita fetale e infantile comporta di conseguenza neonati del tutto immaturi, totalmente impotenti. Questo lungo periodo di dipendenza non sarebbe stato possibile senza lo sviluppo di relazioni affettive privilegiate tra bambini e genitori. Sigmund Freud ci ha aiutati a comprendere l'importanza delle relazioni figli-genitori nella costruzione delle nostre personalità, importanza così cruciale da condizionare la nostra sopravvivenza. Non si deve dimenticare che una porzione significativa del nostro cervello è preposta all'elaborazione delle nostre emozioni. Lo sviluppo molto grande del cervello degli antenati pre-umani all'Homo Sapiens riflette per una buona parte l'accresciuto posto assunto da questo tipo di processo. L'infanzia costituisce così un evidente polo di fragilità e vulnerabilità intorno a cui le società umane si sono strutturate.

Ma questo non è l'unico polo, perché le società umane dedicano un grande sforzo nel prendere in considerazione nella loro organizzazione sofferenza e morte, che costituiscono così un secondo polo di fragilità e vulnerabilità. Il dolore fisico, come la paura, sono meccanismi di allarme che giocano un ruolo decisivo nel processo decisionale necessario alla sopravvivenza degli individui, tanto negli animali quanto nell'uomo. Essi svolgono pure un importante ruolo a livello della comunità. Oltre il dolore fisico c'è la sofferenza interiore. Per esempio, la rottura, dovuta alla morte o alla partenza, di una relazione di dipendenza molto forte tra due individui può portare a un deperimento per l'affiliazione o persino alla morte. Questa è la ragione per cui sono dette umane. In francese, come in italiano, la parola "umano" ha un doppio significato: esprime l'appartenenza al genere umano (human in inglese) ed anche l'umanità (human in inglese), cioè la qualità di una persona capace di compassione, che è sensibile alla sofferenza del suo prossimo e cerca di alleviarla. Un essere umano infatti può comportarsi in modo non umano! Allo stesso modo, una società è umana nella misura in cui si prende cura delle vite di coloro che soffrono di più, senza rifiutarli né metterli al margine. [...]

La storia della vita sulla Terra mostra che l'uomo è inserito nel flusso della vita. e che non c'è una radicale rottura né nella struttura genetica né nel comportamento passando dai primati agli esseri umani. Aristotele scrisse che tutto quello che è comune all'uomo e all'animale non è specifico dell'uomo. Con le scoperte della scienza, il dominio di ciò che è comune agli uomini e agli animali è andato crescendo nel tempo. Minacciato nella sua identità, l'essere umano cerca di stabilire una separazione tra se stesso e il resto degli esseri viventi definendosi, secondo Cartesio, come essere capace di ragione. Come affermato da Damasio, definire l'esistenza sulla base del pensiero fu l'errore di Cartesio: "Io penso, dunque sono". Gli studi scientifici moderni ci hanno portati ad asserire il contrario: "Io sono, dunque penso". Tutto quello che noi siamo e il modo in cui noi pensiamo e reagiamo al mondo circostante dipende dai nostri sentimenti e dalle nostre emozioni, fra le qual svolgono un ruolo maggiore quelle che sono collegate al dolore e alla sofferenza. La ragione non è una entità autonoma separata dal nostro corpo. Può essere compresa solo entro il complesso sistema di interazioni del nostro corpo con l'ambiente.
Giovanni Paolo Il nel suo libro "Varcare la soglia della speranza" critica in modo simile il razionalismo puro di Descartes "che ha, in un certo senso, separato il pensiero dall'esistenza vista nella sua integralità e lo ha identificato con la ragione stessa". Giovanni Paolo II aggiunge: "Quanto è diverso da san Tommaso d'Aquino per il quale non è il pensiero che determina l'esistenza, ma al contrario è l'esistenza, il fatto di esserci, che determina il pensiero. lo penso come penso perché sono ciò che sono" Per scoprire chi egli è, l'essere umano non dovrebbe temere di ricollocarsi nel flusso della vita e riconoscere la comune eredità che condivide con gli esseri viventi contemporanei. È nella misura in cui riconosce le somiglianze che sarà in grado di identificare le sue specificità.
Un grande numero di ricerche cerca oggi di valutare il ruolo della capacità altruistica nel funzionamento delle società umane.La maggior parte delle teorie proposte considerano la benevolenza nient'altro che una forma mascherata di interesse personale. Qualunque siano le motivazioni di questo comportamento altruistico, il riconoscimento del "prossimo", nella sua sofferenza o nella sua morte, come un altro "se stesso" può condurre al rifiuto dell'altro, rifiuto che accentua il nostro isolamento aumentando la nostra paura dell'altro. O può portarci ad accettarlo con le sue ferite, consentendoci così di trascendere la nostra sofferenza, di trascendere la morte. Trascendere la nostra paura del dolore, mentre accogliamo la persona sofferente e la poniamo nel cuore della nostra comunità, e trascendere la nostra paura della morte mentre coltiviamo il ricordo dei nostri morti sono stati a mio parere i fattori più importanti della nostra umanizzazione. Il confronto con la sofferenza e con la morte, viste come specchi della propria sofferenza e della propria morte, obbliga l'uomo a un superamento altruistico che diviene superamento metafisico, artistico, poetico. Questa è stata probabilmente l'origine della metafisica, dell'arte e della poesia, che ci danno la capacità di proiettarci oltre la realtà immediata delle difficoltà della nostra vita.
Ma qual è la sorgente di questo prodigioso sforzo? Non è altro che la persona ferita, sofferente, handicappata, morente o anche morta. Questa persona sofferente è il fermento per la trasformazione di uomini e donne, e oltre questi dell'intera società umana. Qui si tocca il profondo mistero che circonda sofferenza e morte. Tutto capita come se l'umanizzazione sia comparsa con la progressiva scoperta da parte degli esseri umani della propria fragilità e vulnerabilità mentre andavano crescendo la loro coscienza riflessiva e la loro capacità di proiettare se stessi nel passato e nel futuro. Gli esseri umani diventavano più umani nella misura in cui essi andavano scoprendo il loro prossimo sofferente come "loro propria carne".
Fattori fisiologici come la progressiva retro-inclinazione del cranio o fattori tecnologici come la capacità di fare utensili sono spesso privilegiati quando si considera l'evoluzione che porta alla comparsa dell'Homo Sapiens, mentre i fattori psicologici non sono in genere neppure considerati. Eppure è possibile dubitare che fattori psicologici abbiano svolto un ruolo importante in questa evoluzione? Vivendo in una società eterogenea, con quelli che lo precedono e annunciano il suo futuro come pure con quelli che lo seguono e che egli dovrà lasciare, colpito dal dolore e dalla scomparsa di coloro con cui condivide la sua vita, l'essere umano ha una necessità vitale di trascendere questo brutale confronto con la fragilità e la vulnerabilità degli altri che lo rimandano alla propria angoscia esistenziale mentre è immerso nell'oscuro mondo delle sue paure.
Questo non significa che le società umane diventino sempre più umane con il passar del tempo. Per essere umana una società deve tenere in conto il valore unico di ciascuno dei suoi membri, e più particolarmente di coloro che sono troppo deboli per difendersi. Chiaramente, le società umane non hanno mai realizzato in modo perfetto questo obiettivo. Alcune sono state particolarmente dure e l'evoluzione della umanizzazione non è stata lineare. Ci sono stati alti e bassi nella lunga storia dell'Homo Sapiens, alti e bassi che possono essere identificati considerando come furono presi in conto questi due poli di fragilità legati all'infanzia, alla infermità, all'handicap, all'invecchiamento e alla morte.

 

X. Le Pichon, Ecce Homo. Accogliere la sofferenza è il segno della nostra umanità. La compassione, come risposta dell’uomo alla sofferenza. Conferenze tenute all’Istituto Cottolengo di Torino, dicembre 2008, in «Magis - Quaderno di Spiritualità», Casa Mater Unitatis, Druento 2009, pp. 6-9 e 16-18.

17 aprile 2026

Signor Gran Cancelliere,
cari fratelli nell’Episcopato,
Signor Rettore,
illustri membri del corpo docente,
cari studenti,
distinte Autorità,
Signore e Signori!

È per me una grande gioia rivolgermi a voi in questa Università Cattolica dell’Africa Centrale, luogo di eccellenza per la ricerca, la trasmissione del sapere e la formazione di tanti giovani. Esprimo la mia gratitudine alle Autorità accademiche per la loro calorosa accoglienza e per il loro costante impegno al servizio dell’educazione. È motivo di speranza che questa istituzione, fondata nel 1989 dall’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale, sia un faro al servizio della Chiesa e dell’Africa, nella sua ricerca della verità e nella promozione della giustizia e della solidarietà.

Oggi più che mai è necessario che le Università, a maggior ragione gli Atenei cattolici, divengano vere e proprie comunità di vita e di ricerca, che introducano studenti e docenti a una fraternità nel sapere, «per fare esperienza comunitaria della gioia della Verità e per approfondirne il significato e le implicazioni pratiche. Ciò che il Vangelo e la dottrina della Chiesa sono chiamati oggi a promuovere, in generosa e aperta sinergia con tutte le istanze positive che fermentano la crescita della coscienza umana universale, è un’autentica cultura dell’incontro, una cultura anzi, possiamo ben dire, dell’incontro tra tutte le autentiche e vitali culture, grazie al reciproco scambio dei propri rispettivi doni nello spazio di luce dischiuso dall’amore di Dio per tutte le sue creature. Come ha sottolineato Papa Benedetto XVI, la verità è “logos” che crea “dia-logos” e quindi comunicazione e comunione»(Francesco, Cost. ap. Veritatis gaudium, 4b).

Difatti, mentre molti nel mondo sembrano perdere i propri punti di riferimento spirituali ed etici, trovandosi imprigionati nell’individualismo, nell’apparenza e nell’ipocrisia, l’Università è per eccellenza un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione. Alle sue origini, nel Medioevo, i suoi iniziatori le diedero come meta la Verità. Ancora oggi, docenti e studenti sono chiamati a proporsi come fine e, al tempo stesso, come stile di vita, la ricerca comune della verità, poiché, come ha scritto San John Henry Newman, «tutti i principi veri traboccano di Dio, tutti i fenomeni conducono a Lui» (S. J.H. Newman, L’idée d’université, Genève 2007, 97).

D’altra parte, quella che Newman chiamava “luce gentile”, ossia «la luce della fede, in quanto unita alla verità dell’amore, non è aliena al mondo materiale, perché l’amore si vive sempre in corpo e anima; la luce della fede è luce incarnata, che procede dalla vita luminosa di Gesù. Essa illumina anche la materia, confida nel suo ordine, conosce che in essa si apre un cammino di armonia e di comprensione sempre più ampio. Lo sguardo della scienza riceve così un beneficio dalla fede: questa invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile. La fede risveglia il senso critico, in quanto impedisce alla ricerca di essere soddisfatta nelle sue formule e la aiuta a capire che la natura è sempre più grande. Invitando alla meraviglia davanti al mistero del creato, la fede allarga gli orizzonti della ragione per illuminare meglio il mondo che si schiude agli studi della scienza»(Francesco, Lett. enc. Lumen fidei, 34).

Carissimi, l’Africa può contribuire in modo fondamentale ad allargare gli orizzonti troppo angusti di un’umanità che fatica a sperare. Nel vostro magnifico Continente la ricerca è particolarmente sfidata ad aprirsi a prospettive interdisciplinari, internazionali e interculturali. E oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede all’interno degli scenari culturali e delle sfide attuali, così da farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti, specialmente in quelli più segnati da ingiustizie, diseguaglianze, conflitti, degrado materiale e spirituale.  

La grandezza di una Nazione non può essere valutata solo in base all’abbondanza delle sue risorse naturali e neppure per la ricchezza materiale delle sue istituzioni. Infatti, nessuna società può prosperare se non si fonda su coscienze rette, educate alla verità. In questo senso, il motto della vostra Università: «Al servizio della verità e della giustizia», vi ricorda che la coscienza umana, intesa come il santuario interiore ove uomini e donne si scoprono interpellati dalla voce di Dio, è il terreno su cui poggiare le fondamenta giuste e stabili per ogni società. Formare coscienze libere e santamente inquiete è condizione affinché la fede cristiana appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare una ricerca di Dio sempre ulteriore, mai sazia.

È infatti nella coscienza che si elabora il discernimento morale, con il quale liberamente cerchiamo quel che è vero e onesto. Quando la coscienza ha cura di essere illuminata e retta, diventa fonte di un agire coerente, orientato verso il bene, la giustizia e la pace.

Nelle società contemporanee, e quindi anche in Camerun, si osserva una erosione dei punti di riferimento morali che un tempo guidavano la vita collettiva. Ne deriva che oggi si tende ad approvare in modo superficiale alcune pratiche un tempo considerate inaccettabili. Questa dinamica si spiega in parte con i mutamenti sociali, i vincoli economici e le dinamiche politiche che influenzano i comportamenti individuali e collettivi. I cristiani, e in modo del tutto speciale i giovani cattolici africani, non devono avere paura delle “cose nuove”. In particolare, la vostra Università può formare pionieri di un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale, di cui il continente africano conosce bene non soltanto gli aspetti ammalianti, ma anche il lato oscuro delle devastazioni ambientali e sociali procurate dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare. Non guardate dall’altra parte: è un servizio alla verità e all’intera umanità. Senza questa fatica educativa, l’adattamento passivo alle logiche dominanti verrà scambiato per competenza, e la perdita di libertà per progresso.

Ciò vale tanto più in rapporto alla diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale, che organizzano sempre più pervasivamente i nostri ambienti mentali e sociali. Come ogni grande trasformazione storica, anche questa richiede non solo competenze tecniche, ma una formazione umanistica capace di rendere visibili le logiche economiche, i pregiudizi incorporati e le forme di potere che modellano la percezione del reale. Negli ambienti digitali, strutturati per persuadere, l’interazione viene ottimizzata fino a rendere superfluo l’incontro reale, l’alterità delle persone in carne e ossa viene neutralizzata e la relazione ridotta a risposta funzionale. Carissimi, voi invece siete persone reali! Anche la creazione ha un corpo, un respiro, una vita da ascoltare e da custodire. «Geme e soffre» (cfr Rm 8,22) come ognuno di noi.

Quando la simulazione diventa norma, l’umana capacità di discernimento si atrofizza e i nostri legami sociali si chiudono in circuiti autoreferenziali che non ci espongono più al reale. Viviamo allora come dentro bolle impermeabili le une alle altre, ci sentiamo minacciati da chiunque sia diverso e ci disabituiamo all’incontro e al dialogo. Così dilagano polarizzazione, conflitti, paure, violenza. Non è in gioco un semplice rischio di errore, ma una trasformazione del rapporto stesso con la verità.

È proprio in quest’ambito che l’Università cattolica ha il dovere di assumere una responsabilità di primo piano. Non si limita, infatti, a trasmettere conoscenze specialistiche, ma forma menti capaci di discernimento e cuori disposti all’amore e al servizio. Prepara soprattutto i futuri dirigenti, i funzionari pubblici, i professionisti e gli altri futuri attori sociali a svolgere con rettitudine gli incarichi che saranno loro affidati, a esercitare le loro responsabilità con probità, a inserire la loro azione in un’etica al servizio del bene comune.

Cari figli e figlie del Camerun, cari studenti, di fronte alla comprensibile tendenza migratoria, che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui. Ecco la ragion d’essere della vostra Università, fondata trentacinque anni fa per formare i pastori d’anime e i laici impegnati nella società: sono questi i testimoni di saggezza e di equità dei quali il continente africano ha bisogno.

A proposito, vorrei ricordare un’espressione di San Giovanni Paolo II: l’Università cattolica è «nata dal cuore della Chiesa» (S. Giovanni Paolo II, Cost. ap. Ex corde Ecclesiae, 1) e partecipa alla sua missione di annunciare la verità che libera. Questa affermazione rimanda anzitutto a un’esigenza intellettuale e spirituale: ricercare la verità in tutte le sue dimensioni, con la convinzione che fede e ragione non si oppongono ma si sostengono a vicenda. Inoltre, richiama il fatto che docenti e studenti dell’Università sono coinvolti nel compito della Chiesa di «annunciare la buona novella di Cristo a tutti, dialogando con le diverse scienze al servizio di una comprensione sempre più profonda e di un’attuazione della verità nella vita personale e sociale» (Francesco, Cost.. ap, Veritatis gaudium, 5).

Di fronte alle sfide del nostro tempo, l’Università cattolica occupa un posto unico e insostituibile. Ripensiamo in proposito ai pionieri di questa Istituzione, che hanno posto le fondamenta su cui voi costruite oggi, uno per tutti, ricordo il Reverendo Barthélemy Nyom, Rettore per quasi tutti gli anni Novanta. Sul loro esempio, siate sempre ben consapevoli del fatto che, insieme alla trasmissione del sapere e all’abilitazione delle competenze professionali, questa Università mira a contribuire alla formazione integrale della persona umana. L’accompagnamento spirituale e umano costituisce una dimensione essenziale dell’identità dell’Università cattolica. Attraverso la formazione spirituale, le iniziative della pastorale universitaria e i momenti di riflessione, gli studenti sono invitati ad approfondire la loro vita interiore e a orientare il loro impegno nella società alla luce di valori autentici e solidi. In questo modo, cari studenti, imparate a diventare costruttori del futuro dei vostri rispettivi Paesi e di un mondo più giusto e più umano.

Cari docenti, il vostro ruolo è centrale. Perciò vi incoraggio a incarnare i valori che desiderate trasmettere, anzitutto la giustizia e l’equità, l’integrità, il senso del servizio e della responsabilità. L’Africa e il mondo hanno bisogno di persone che si impegnino a vivere secondo il Vangelo e a mettere le loro competenze al servizio del bene comune. Non tradite questo nobile ideale! Oltre che guide intellettuali, siate modelli il cui rigore scientifico e la cui personale onestà educhino la coscienza dei vostri studenti. L’Africa ha infatti bisogno di essere liberata dalla piaga della corruzione. E per un giovane tale consapevolezza deve consolidarsi fin dagli anni della formazione, grazie al rigore morale, al disinteresse e alla coerenza di vita dei propri educatori e insegnanti. Giorno dopo giorno, ponete le fondamenta indispensabili per la costruzione di una coerente identità morale e intellettuale. Testimoniando la verità, specialmente davanti alle illusioni dell’ideologia e delle mode, create un ambiente in cui l’eccellenza accademica si unisce naturalmente alla rettitudine umana.

Signore e Signori, la virtù principale che deve animare la comunità universitaria è l’umiltà. Qualunque sia il nostro ruolo e la nostra età, dobbiamo sempre ricordare che siamo tutti discepoli, cioè compagni di studio con un unico Maestro, che ha tanto amato il mondo da dare la sua vita. Vi ringrazio e di cuore vi benedico!