Giuseppe Tanzella-Nitti
ordinario di Teologia fondamentale Direttore del Centro DISF

 

Frutto del lavoro congiunto del Dicastero della Dottrina della Fede e del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, con la data della memoria di san Tommaso d'Aquino, 28 gennaio, è stata diffusa "Antiqua et nova. Nota sul rapporto fra intelligenza artificiale e intelligenza umana”. Il documento ha una natura un po’ diversa dalle note alle quali il Dicastero della Dottrina della Fede ci aveva abituato negli ultimi decenni. Lo scopo dello scritto non è, come in varie altre occasioni, chiarire errori dottrinali, recensire prassi contrarie dalla fede cattolica, ribadire verità di fede e di morale che il contesto sociale e culturale pone in dubbio, ostacola o semplicemente scavalca. In questo caso ci viene offerto un testo principalmente finalizzato a orientare credenti e non credenti su cosa sia l’IA e sui positivi modi di impiego di questo strumento, affinché contribuisca al progresso umano rispettando la dignità della persona. Il quadro generale di riferimento è quello di un’antropologia cristiana e di una visione del progresso tecnico secondo la Rivelazione biblica, ma le riflessioni sviluppate e gli argomenti offerti confluiscono in un’etica in buona parte condivisa. Lo mostra, ad esempio, la sorprendente somiglianza fra diversi dei principi etici proposti dal Documento e le raccomandazioni sull’IA messe a punto negli ultimi anni da importati Istituzioni Internazionali, come le Raccomandazioni sull’etica dell’Intelligenza Artificiale e le Linee-guida per l'AI generativa nell'Educazione e nella Ricerca, pubblicate dall’Unesco rispettivamente nel 2021 e nel 2023, o le riflessioni Cogliere le opportunità dei sistemi di intelligenza artificiale sicuri, protetti e affidabili per lo sviluppo sostenibile, pubblicate nel marzo del 2024 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Le linee essenziali sviluppate da questi due documenti erano già presenti in nuce nei sintetici Principi di Asilomar sull’IA, pubblicati già nel 2017.

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A nessuno era sfuggito il precoce interesse del pontificato di Francesco per l’Intelligenza Artificiale. Sebbene egli abbia privilegiato i temi sociali e ambientali, ha saputo con saggezza affrontare anche alcune specifiche questioni scientifiche, sapendone cogliere le implicazioni per lo sviluppo dei popoli, la custodia del pianeta, la difesa dei più deboli e la pace. Questa medesima prospettiva risalta anche nel presente documento dei due dicasteri della Santa Sede: poiché l’IA potenzia ed estende l’azione dell’uomo, ed è in certa misura addestrata per esaltarne l’efficienza operativa, essa va orientata alla verità, al bene e allo sviluppo di tutti, come ogni altra azione morale umana. Nel solo anno 2024, Francesco aveva esplicitamente dedicato all’Intelligenza Artificiale tre importanti discorsi. Il primo, consegnato il 1 gennaio in occasione della giornata mondiale della pace, era stato intitolato Intelligenza artificiale e pace. Pochi giorni dopo, il 24 gennaio, aveva dedicato al medesimo tema l’allocuzione pronunciata per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, dal titolo assai illustrativo, Intelligenza artificiale e sapienza del cuore: per una comunicazione pienamente umana. Infine, aveva ricevuto ampia eco mediatica l’intervento tenuto lo scorso 14 giugno a Borgo Egnazia, in Puglia, per la Sessione del G7 sull’Intelligenza Artificiale, dove Francesco si era recato su invito della presidente del Consiglio della Repubblica Italiana Giorgia Meloni. Riferimenti significativi all’IA erano anche contenuti nei discorsi tenuti il 27 marzo 2023 ai partecipanti ad un incontro “Minerva dialogues”, promosso dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione, il 28 febbraio 2020 alla plenaria dell’Accademia della vita, e infine nel settembre del 2019 ai partecipanti al seminario “Il bene comune nell’era digitale”, promosso dal Dicastero per la promozione dello sviluppo integrale e dal Pontificio Consiglio per la Cultura.

La Nota Antiqua et Nova si poggia su tutti questi interventi pontifici e si adopera per raccoglierne in modo organico i contenuti, leggendoli nel solco delle preoccupazioni di papa Francesco per uno sviluppo che non lasci indietro nessuno, già ben tracciato nelle encicliche Laudato si’ (2015) e Fratelli tutti (2020). Volendo riassumere in poche idee i contenuti essenziali della Nota (cosa che non dispensa da una sua lettura integrale), potremmo enuclearli come segue.

L’IA e l’intelligenza umana sono essenzialmente diverse e la prima non potrà mai sostituire la seconda; sono la persona umana e le sue scelte libere l’agente morale che opera quanto l’IA realizza, causa o implica: quest’ultima non segue fini propri, ma esegue le finalità intenzionali assegnatele dall’essere umano, anche quando l’IA sceglie da sé modi nuovi per raggiungerle; come ogni altra azione morale, le applicazioni dell’IA devono essere conformi alla dignità della persona umana, al suo compimento integrale, e per questo orientate alla verità e al bene. L’IA è uno straordinario mezzo che aumenta le nostre capacità conoscitive e operative, ma resta pur sempre un mezzo: esso è frutto dell’ingegno dell’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Da questo punto di vista, gli sforzi per progettare e saggiamente impiegare i sistemi di IA fanno parte del compito di migliorare le condizioni di vita del genere umano: gli uomini hanno ricevuto da Dio il mandato di cooperare al piano divino sul creato per condurre la creazione verso il suo compimento mediante il lavoro umano. A questo compito e a questo piano partecipa a pieno titolo anche il progresso scientifico e tecnologico. Tale progresso riguarda tutti: l’IA, come ogni altra opera dell’uomo, deve concorrere allo sviluppo solidale e fraterno dei popoli, non generare divisioni o discriminazioni, non lasciare nessuno indietro, favorire tutti, specialmente i più bisognosi. Nel suo intento di orientare il retto impiego dell’IA nei suoi numerosi campi di applicazione, la Chiesa cattolica propone principi condivisibili che, in buona parte, sono consistenti con le raccomandazioni formulate in campo etico da importanti Organismi Internazionali. La visione dell’IA che emerge dal Documento, dunque, è equilibrata, sempre riferita all’umano ma da questo opportunamente distinta. La tecnologia che dà origine all’IA viene inquadrata nel compito che gli esseri umani hanno di migliorare la società, accompagnando la storia del mondo verso il bene e nel rispetto della verità.

Questo per quanto riguarda le idee-guida del Documento. Cosa possiamo dire, invece, circa la sua struttura e i giudizi nei riguardi dei temi più dibattuti? Proverò a metterne in luce, per quanto mi è possibile, gli elementi a mio avviso più importanti.

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I due capitoli che seguono immediatamente l’Introduzione (cap. I), intitolati “Che cos’è l’Intelligenza Artificiale?” (cap. II) e “L’intelligenza nella tradizione filosofica e teologica” (cap. III) gettano le basi sulle quali il documento svilupperà le sue successive argomentazioni. Sottolineare la differenza fra l’intelligenza umana e la cosiddetta intelligenza artificiale – espressione che la Nota, riprendendo un’affermazione di Francesco, definisce fuorviante (cf. n. 35) – non è per nulla superfluo. L’intenso ritmo di vita che conduciamo, che continuamente ci obbliga a scelte rapide e pragmatiche, così come la nostra consolidata abitudine a delegare alle macchine molte delle nostre decisioni – cosa che finisce col modificare il modo con cui affrontano i problemi e valutiamo (o non valutiamo) le loro conseguenze – rende oggi necessario illuminare questa distinzione. «Le sue caratteristiche avanzate – afferma la Nota – conferiscono all’IA sofisticate capacità di eseguire compiti, ma non quella di pensare. Una tale distinzione è di importanza decisiva, poiché il modo in cui si definisce l’“intelligenza” va inevitabilmente a delimitare la comprensione del rapporto che intercorre tra il pensiero umano e tale tecnologia» (n. 12). L’intelligenza artificiale viene pertanto inquadrata all’interno della sfera dei mezzi, non in quella dei fini. Si tratta di uno strumento dalle capacità straordinarie, destinate ad aumentare in modo considerevole, ma pur sempre di uno strumento. Da questo punto di vista la differenza fra intelligenza umana e la cosiddetta intelligenza artificiale resta una differenza di sostanza, non di grado. «Alla luce di quanto detto, le differenze tra l’intelligenza umana e gli attuali sistemi di IA appaiono evidenti. Sebbene sia una straordinaria conquista tecnologica in grado di imitare alcune operazioni associate alla razionalità, l’IA opera soltanto eseguendo compiti, raggiungendo obiettivi o prendendo decisioni basate su dati quantitativi e sulla logica computazionale» (n. 30; cf. nn. 31-32). Compiere assai meglio degli esseri umani specifiche operazioni e analisi – cosa che l’IA già fa e farà sempre di più – non equivale a “sorpassare” l’intelligenza umana, rendendola obsoleta, come un treno ad alta velocità che ci fa spostare molto più in fretta di quanto faremmo con le nostre gambe non rende obsoleto che sia qualcuno a decidere dove il treno debba dirigersi e quali città esso debba collegare. A differenza, poi, di quella “artificiale”, l’intelligenza umana è un’intelligenza incarnata. La crescita del cervello umano e dell’intelligenza che, grazie ad esso, gli umani sviluppano, è modellata da esperienze incarnate, da input sensoriali, da risposte emotive, da interazioni sociali il cui contesto è unico e irripetibile: tutte queste esperienze plasmano e formano l'individuo nella sua storia personale (cf. n. 31).

«Una corretta concezione dell’intelligenza umana, quindi – osserva la Nota – non può essere ridotta alla semplice acquisizione di fatti o alla capacità di eseguire certi compiti specifici; invece, essa implica l’apertura della persona alle domande ultime della vita e rispecchia un orientamento verso il Vero e il Buono. Espressione dell’immagine divina nella persona, l’intelligenza è in grado di accedere alla totalità dell’essere, cioè di considerare l’esistenza nella sua interezza che non si esaurisce in ciò che è misurabile, cogliendo dunque il senso di ciò che è arrivata a comprendere […]. Da ciò deriva che l’intelligenza umana possiede un’essenziale dimensione contemplativa, cioè un’apertura disinteressata a ciò che è Vero, Buono e Bello al di là di ogni utilità particolare» (n. 29).

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Come lo stesso titolo della Nota suggerisce, qualificandosi come un approfondimento sul rapporto fra intelligenza umana e intelligenza artificiale, uno dei risultati positivi dell'attuale dibattito sulla cosiddetta IA consiste (e consisterà) proprio nel far risaltare la specificità e l'unicità dell'intelligenza umana e, di conseguenza, l'unicità della creatura umana nel panorama della creazione e nel contesto della tecnologia che essa, con la sua libertà e razionalità, è in grado di produrre: «L’intelligenza umana non consiste primariamente nel portare a termine compiti funzionali, bensì nel capire e coinvolgersi attivamente nella realtà in tutti i suoi aspetti; ed è anche capace di sorprendenti intuizioni. Dato che l’IA non possiede la ricchezza della corporeità, della relazionalità e dell’apertura del cuore umano alla verità e al bene, le sue capacità, anche se sembrano infinite, sono incomparabili alle capacità umane di cogliere la realtà. Da una malattia si può imparare tanto, così come si può imparare tanto da un abbraccio di riconciliazione, e persino anche da un semplice tramonto. Tante cose che viviamo come essere umani ci aprono orizzonti nuovi e ci offrono la possibilità di raggiungere una nuova saggezza. Nessun dispositivo, che lavora solo con i dati, può essere all’altezza di queste e di tante altre esperienze presenti nelle nostre vite» (n. 33).

Una volta chiarite le differenze rispetto all'intelligenza umana, il Documento entra più specificamente nella "questione etica", affrontando nel suo cap. IV “Il ruolo dell'Etica nel guidare lo sviluppo e l'uso dell'IA". Essendo solo l'essere umano soggetto di libertà e di autodeterminazione, l'IA non pone da sé i fini del suo operare, ma questi le vengono assegnati da chi la progetta, la costruisce e la sviluppa. Ciò è vero anche quando l’IA è programmata per apprendere dall’ambiente o dai suoi errori, quando essa esplora nuove strade oppure offre soluzioni inedite. «Va richiamata l’attenzione – puntualizza subito la nota – sull’importanza della responsabilità morale fondata sulla dignità e sulla vocazione della persona. Questo principio è valido anche per le questioni riguardanti l’IA. In tale ambito, la dimensione etica assume primaria importanza poiché sono le persone a progettare i sistemi e a determinare per quali scopi essi vengano usati» (n. 39).

I Principi etici si applicano al comportamento umano perché è questo, in ultima analisi, ciò che determina come le macchine debbano operare, anche quando queste ultime prenderanno da sé alcune decisioni. La dimensione etica, dunque, riguarda solo l’operare umano, la sua intelligenza, volontà e libertà. Infatti, «i prodotti tecnologici riflettono la visione del mondo dei loro sviluppatori, proprietari, utenti e regolatori, e con il loro potere plasmano il mondo e impegnano le coscienze sul piano dei valori» (n. 41). In accordo con quanto altri documenti internazionali avevano già segnalato, anche la Nota vaticana insiste sull'accountability, ovvero sulla capacità di associare sempre ad un agente umano lo specifico percorso, esecutivo o generativo, che un sistema di IA ha effettuato. Ad ogni operazione compiuta da un sistema di IA deve essere sempre associata una responsabilità, non solo nel senso di una “imputabilità”, ma anche ogni operazione richiede un “uso responsabile” (cf. n. 48). Aggirare questa responsabilità o permettere che essa non sia identificabile è già frutto di una scelta moralmente qualificabile. «Occorre prestare attenzione alla natura dei processi di attribuzione di responsabilità (accountability) in contesti complessi e con elevata automazione, laddove i risultati sono spesso osservabili solo nel medio-lungo termine. Per questo, è importante che colui che compie decisioni sulla base dell’IA sia ritenuto responsabile per le stesse e che sia possibile rendere conto dell’uso dell’IA in ogni fase del processo decisionale» (n. 44). Anche gli utenti dei sistemi di IA devonoe sercitare la loro specifica responsabilità: essi «dovrebbero fare attenzione a non diventare eccessivamente dipendenti dall’IA per le proprie decisioni, accrescendo il già alto grado di subalternità alla tecnologia che caratterizza la società contemporanea» (n. 46).

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Si può quindi giungere a definire un principio-guida che regoli l'uso dell'IA. Questo potrebbe essere così formulato: occorre che l’IA sempre sostenga e promuova il valore supremo della dignità di ogni essere umano e la pienezza della sua vocazione; tale criterio interessa gli sviluppatori, i proprietari, gli operatori e i regolatori, così come gli utenti finali, e rimane valido per ogni impiego della tecnologia in tutti i livelli di utilizzo (cf. n. 43). In sostanza, si richiede che «sia i fini che i mezzi usati in una data applicazione dell’IA, così come la visione generale che essa incorpora, debbano essere valutati per assicurarsi che rispettino la dignità umana e promuovano il bene comune» (n. 42).

Il capitolo V, intitolato “Questioni specifiche”, applica i precedenti orientamenti etici ad alcuni campi specifici, che vengono offerti in scansione. Questi coprono di fatto quasi tutti i terreni ove l’operare umano, i singoli e le comunità, sono chiamati a prendere decisioni. I terreni spaziano dalle implicazioni dell’IA sulla vita sociale e le relazioni interpersonali (cf. nn. 50-63), al notevole influsso che tali tecnologie hanno sull’economia e sul lavoro umano (cf. nn. 64-70); dalle opportunità che l’IA rende oggi possibili negli ambiti della salute pubblica (cf. nn. 71-76) a quelle oggi generate nei campi dell’educazione e della formazione (cf. nn. 77-84), entrambe presentate dalla Nota congiuntamente ad importanti precisazioni e opportuni distinguo. Si passa quindi ad esaminare l’impiego dell’IA nei mezzi di comunicazione (nn. 85-89), nella sicurezza sociale e nel diritto alla privacy (cf. nn. 90-94), nella nostra cura per il creato (cf. nn. 95-97).

Non mancano riflessioni sulle questioni che l’IA pone nell’ambito dei conflitti bellici e dell’impiego delle armi. I sistemi d’arma autonomi letali, si afferma, in grado di identificare e colpire obiettivi senza l’intervento diretto dell'uomo, sono motivo di grave preoccupazione, poiché mancano della capacità umana unica di giudizio morale e di decisione etica. Gli atti orribili commessi nella storia dell'umanità sono sufficienti a sollevare profonde preoccupazioni sul potenziale di uso improprio dell'IA. Per proteggere l'umanità dall'autodistruzione, la Chiesa, radicata nell'impegno per la pace, la responsabilità e la salvaguardia delle vite innocenti, prende una posizione ferma contro tutte quelle applicazioni della tecnologia che minacciano l'esistenza umana e chiede un attento discernimento dell'uso dell'IA nelle applicazioni di difesa per rispettare la dignità umana e il bene comune (cf. nn. 98-103).

Di notevole interesse, infine, le considerazioni svolte su come l’IA possa entrare anche nel rapporto fra noi e Dio Creatore, come i sistemi di IA possano favorirlo, ostacolarlo, o addirittura tentare di sostituirlo (cf. nn. 104-107). Interessante, da questo punto di vista, la decisione con cui il Documento avverte che l’impiego dei sistemi di IA non deve trasformarsi in idolatria. «La presunzione di sostituire Dio con un’opera delle proprie mani è idolatria, dalla quale la Sacra Scrittura mette in guardia (ad es. Es 20,4; 32,1-5; 34,17). Inoltre, l’IA può risultare ancora più seducente rispetto agli idoli tradizionali: infatti, a differenza di questi che "hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono" (Sal 115,5-6), l’IA può “parlare”, o, almeno, dare l’illusione di farlo (cf. Ap 13,15). […] Ricercando in essa un “Altro” più grande con cui condividere la propria esistenza e responsabilità, l’umanità rischia di creare un sostituto di Dio. In definitiva, non è l’IA a essere divinizzata e adorata, ma l’essere umano, per diventare, in questo modo, schiavo della propria stessa opera» (n. 105).

Ritengo che un elemento di grande interesse di Antiqua et nova riguardi la visione globale della tecnologia che la Nota lascia intravedere. Pur non tacendo i rischi e le preoccupazioni che un impiego improprio dell’IA reca con sé, la prospettiva di fondo con cui il Documento presenta l’attività scientifico-tecnologica è senza dubbio positiva. Nel solco del Concilio Vaticano II, che aveva tematizzato con intelligenza il ruolo dell’attività umana e del progresso tecnico all’interno del mistero pasquale di Gesù Cristo (cf. Gaudium et spes, nn. 33-39), Antiqua et Nova non ha difficoltà a riconoscere l’attività tecnico-scientifica quale frutto della dimensione spirituale dell’essere umano, espressione delle potenzialità inscritte da Dio nell’intelligenza umana (cf. n. 37). Tale giudizio viene addirittura formulato, con sorprendente chiarezza, in apertura: «La Chiesa – si afferma – incoraggia i progressi nella scienza, nella tecnologia, nelle arti e in ogni altra impresa umana, vedendoli come parte della collaborazione dell’uomo e della donna con Dio nel portare a perfezione la creazione visibile […]. Le abilità e la creatività dell’essere umano provengono da Lui e, se usate rettamente, a Lui rendono gloria, in quanto riflesso della Sua saggezza e bontà. Pertanto, quando ci domandiamo cosa significa “essere umani”, non possiamo escludere anche la considerazione delle nostre capacità scientifiche e tecnologiche» (n. 2).

Al tempo stesso la Chiesa riconosce che non tutto il progresso tecnologico è, ipso facto, progresso umano. Incoraggiando gli uomini e le donne del nostro tempo a sviluppare una tecnologia rispettosa della dignità trascendente della vita umana, la Chiesa ricorda che la progettazione, la realizzazione e l’impiego dei sistemi di IA, come tutte le altre attività umane, devono essere ordinati alla persona umana, finalizzati a raggiungere una maggiore giustizia, una più ampia fraternità e un ordine più umano di relazioni sociali. Di fatto, osserva il Documento, le preoccupazioni per le implicazioni etiche dello sviluppo tecnologico non sono limitate alla Chiesa, ma sono condivise da molti, tra cui scienziati, tecnologi e associazioni professionali, accomunati dalla persuasione che sia necessaria una riflessione etica per guidare il progresso in modo responsabile (cf. n. 38). «Pertanto, l’IA, come ogni tecnologia, può essere parte di una risposta consapevole e responsabile alla vocazione dell’umanità al bene. Tuttavia, come discusso in precedenza, essa deve essere diretta dall’intelligenza umana per allinearsi a tale vocazione, assicurando il rispetto della dignità della persona» (n. 48).

Compiuta l’opzione per una visione equilibrata della tecnica, ritenuta espressione della dimensione spirituale dell’essere umano, del suo mandato di servire la comunità e di custodire il creato, non sorprende che la Nota dei due Dicasteri indugi sui molteplici benefici derivanti da un impiego saggio e illuminato dell’IA, non limitandosi a menzionarne soltanto i rischi .

«L'IA – si afferma al n. 51 citando alcuni precedenti interventi di Francesco – potrebbe introdurre importanti innovazioni nell’agricoltura, nell’istruzione e nella cultura, un miglioramento del livello di vita di intere nazioni e popoli, la crescita della fraternità umana e dell’amicizia sociale, e quindi essere utilizzata per promuovere lo sviluppo umano integrale. Essa potrebbe inoltre aiutare le organizzazioni a identificare le persone che si trovano in stato di necessità e a contrastare i casi di discriminazione ed emarginazione. In questi e altri modi analoghi, l’IA potrebbe contribuire allo sviluppo umano e al bene comune».

Ciò non dispensa dalla vigile attenzione di tutti, in particolare quella di coloro che hanno la responsabilità di guidare l’organizzazione politico-sociale e trasmettere formazione agli altri, affinché i rischi di un cattivo uso della tecnologia, che può condurre intere classi sociali alla marginalizzazione o instaurare processi dannosi per la dignità della persona umana, la sua incolumità e la sua piena realizzazione, siano conosciuti, attentamente valutati e responsabilmente evitati. Tali rischi sono evidenti a tutti nel campo della diffusione dell’informazione e nell’ambito delle relazioni fra umani e artefatti dell’IA, proprio per l’intrinseca caratteristica dell’IA di imitare l’intelligenza umana, rendendo sempre più sfumata la differenza fra l’umano e il non umano. La necessità di una tale vigilanza è resa particolarmente esplicita nel n. 59 del Documento: «Proprio perché la vera saggezza presuppone l’incontro con la realtà, i progressi dell’IA lanciano un’ulteriore sfida: poiché essa è in grado di imitare efficacemente le opere dell’intelligenza umana, non si può più dare per scontata la capacità di capire se si sta interagendo con un essere umano oppure con una macchina. Sebbene l’IA “generativa” sia in grado di produrre testi, discorsi, immagini e altri output avanzati, che di solito sono opera di esseri umani, essa va considerata per quello che è: uno strumento, non una persona. Tale distinzione spesso è oscurata dal linguaggio utilizzato dagli operatori del settore, il quale tende ad antropomorfizzare l’IA e offusca così la linea di demarcazione tra ciò che è umano e ciò che è artificiale».

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Ci troviamo in un momento importante della nostra storia, osserva Antiqua et nova quasi in chiusura. Le questioni suscitate dall’IA ci obbligano oggi a pensare in modo critico il nostro rapporto con la tecnologia (cf. n. 108). Esse ci spingono anche a riscoprire la dimensione relazionale e comunitaria della società umana, le sue interconnessioni, le reciproche implicazioni fra le parti e il tutto (cf. n. 110). Ancora, l’IA e le sue potenzialità ci conducono a riflettere meglio su cosa sia l’intelligenza umana, sulla sua vera natura e sulla ricchezza delle sue dimensioni, oltre ogni riduzionismo. Citando Berdjaev e Bernanos, ciò equivale allora a meglio comprendere cosa voglia dire, per l’essere umano, essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio, quale dignità e quali responsabilità tale privilegio rechi con sé (cf. 111-112). Infine, osserva la Nota nelle sue “Conclusioni” citando ancora papa Francesco, la persona umana è chiamata ad affrontare questo cambiamento d’epoca esercitando un’autentica saggezza del cuore: «Poiché ciò che misura la perfezione delle persone è il loro grado di carità, non la quantità di dati e conoscenze che possono accumulare, il modo in cui si adotta l’IA per includere gli ultimi, cioè i fratelli e le sorelle più deboli e bisognosi, è la misura rivelatrice della nostra umanità. Questa saggezza può illuminare e guidare un uso di tale tecnologia che sia centrato sull’essere umano, che come tale può aiutare a promuovere il bene comune, ad aver cura della “casa comune”, ad avanzare nella ricerca della verità, a sostenere lo sviluppo umano integrale, a favorire la solidarietà e la fraternità umana, per poi condurre l’umanità al suo fine ultimo: la felice e piena comunione con Dio» (n. 116).

Vi è una frase che, a mio avviso, potrebbe ben riassumere i chiarimenti e le raccomandazioni della Nota Antiqua et nova che qui abbiamo brevemente commentato. È il motto che il Beato Francesco Faà di Bruno (1825-1888) – scienziato, innovatore, promotore di opere sociali e sacerdote cattolico, di cui ricorre quest’anno il secondo centenario della nascita – scelse come programma di vita: “Dio, la scienza, i poveri”. Francesco ci ha aiutato a capire che questi tre termini possono e devono stare bene insieme. Riconoscerne l’intimo legame è segno di dignità per l’uomo, non separarli è garanzia di autentico sviluppo.

 

© 2025 Documentazione interdisciplinare di scienza e fede

 

1982

Dichiarazione di Erice (1982) e l'Addendum del 2023

Il Manifesto di Erice, redatto nel 1982, rappresentava un appello urgente della comunità scientifica internazionale contro il rischio di un conflitto nucleare globale. In un contesto di Guerra Fredda e di una corsa agli armamenti senza precedenti, gli scienziati sottolinearono il ruolo fondamentale della scienza come strumento di pace e cooperazione, anziché di distruzione.

L’ Addendum del Manifesto, pubblicato nel 2023, evidenzia come i rischi legati alla proliferazione nucleare e allo sviluppo di nuove tecnologie militari siano ancora molto attuali. Nonostante i progressi fatti nel disarmo dopo la fine della Guerra Fredda, il mondo si trova ad affrontare nuove sfide, come la crisi climatica, le pandemie globali e i conflitti regionali.

Il messaggio centrale è che la scienza deve continuare a essere un faro di speranza e un catalizzatore per la collaborazione internazionale. Gli scienziati di tutto il mondo sono chiamati a unire le forze per affrontare le grandi sfide del nostro tempo, promuovendo il dialogo, la cooperazione e la ricerca di soluzioni pacifiche.

Il Manifesto di Erice e il suo Addendum sottolineano l'importanza cruciale della scienza come strumento per costruire un futuro migliore per l'umanità. Gli scienziati hanno il dovere morale di utilizzare le loro conoscenze e competenze per promuovere la pace, la giustizia e la sostenibilità ambientale.

La Dichiarazione di Erice

È senza precedenti nella storia dell'umanità che l'umanità abbia accumulato una tale potenza militare da poter distruggere, in un sol colpo, tutti i centri di civiltà del mondo e di compromettere alcune proprietà vitali del pianeta.Il pericolo di un olocausto nucleare non è la conseguenza inevitabile del grande sviluppo della Scienza pura.

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Erice
Il prof. Zichichi rivolge a Giovanni Paolo II il discorso di benvenuto a nome della comunità scientifica di Erice.

In effetti, la Scienza è lo studio delle Leggi Fondamentali della Natura.
La Tecnologia è lo studio di come aumentare il potere dell'umanità.
La tecnologia può essere per la pace e per la guerra. La scelta tra pace e guerra non è una scelta scientifica. È una scelta culturale: la cultura dell'amore produce tecnologia pacifica. La cultura dell'odio produce strumenti di guerra. Amore e odio esistono da sempre. Nell'età del bronzo e del ferro, notoriamente pre-scientifica, l'umanità inventò e costruì strumenti per la pace e strumenti di guerra. Nella cosiddetta "era moderna" è imperativo che vinca la cultura dell'amore.
Un grande numero di scienziati divide il proprio tempo tra la ricerca scientifica pura e le applicazioni militari. Questa è una causa principale per la corsa agli armamenti.
È necessario che si sviluppi una nuova tendenza, all'interno della comunità scientifica e su base internazionale.
È di vitale importanza identificare i fattori fondamentali necessari per avviare un processo efficace per proteggere la vita umana e la cultura da una terza guerra mondiale, senza precedenti e catastrofica. Per fare questo è necessario trasformare il movimento per la pace da un'azione unilaterale a una vera e propria azione internazionale che coinvolga proposte basate su una comprensione reciproca e sincera.

Ecco le nostre proposte:

Gli scienziati che desiderano dedicare tutto il loro tempo, pienamente, allo studio teorico o sperimentale delle leggi fondamentali della Natura, non dovrebbero in nessun caso soffrire per questa loro libera scelta, quella di dedicarsi solo alla scienza di base.

Tutti i Governi dovrebbero fare ogni sforzo per ridurre o eliminare le restrizioni al libero flusso di informazioni, idee e persone. Tali restrizioni aumentano il sospetto e la conflittualità.

Tutti i Governi dovrebbero fare ogni sforzo per ridurre il segreto nella tecnologia della difesa. La pratica del segreto genera odio e sfiducia. Dare vita ad un divieto nei segreti militari creerà una maggiore stabilità di quella offerta dalla sola deterrenza.

Tutti i Governi dovrebbero continuare la loro azione per impedire l'acquisizione di armi nucleari da parte di nuove nazioni o di gruppi non nazionali.

Tutti i Governi dovrebbero fare ogni sforzo per ridurre i loro arsenali di armi nucleari.

Tutti i Governi dovrebbero fare ogni sforzo per ridurre le cause di insicurezza delle potenze non nucleari.

Tutti i Governi dovrebbero fare ogni sforzo per vietare tutti i tipi di test nucleari nella tecnologia bellica.

 

Addendum al Manifesto di ERICE del 1982 - Erice (Italia) 11 novembre 2023

Nel 1982, il Manifesto di Erice sottolineava il ruolo della scienza e degli scienziati nel contribuire a contrastare il rischio di un olocausto nucleare derivante da un mondo polarizzato diviso in blocchi militari l'uno contro l'altro. Circa 100.000 scienziati e molti rappresentanti governativi vi aderirono. Negli anni successivi alla redazione del Manifesto, leader lungimiranti hanno elaborato accordi storici per il controllo degli armamenti e la riduzione delle testate nucleari, portando a un graduale allentamento delle tensioni che ha facilitato la fine della Guerra Fredda.

Da allora, tuttavia, il mondo ha subito profondi cambiamenti; nuovi fronti e nuove potenze sono apparsi nei contesti economico, politico e militare. L'umanità deve ora affrontare rischi crescenti di una rinnovata corsa agli armamenti in un panorama che abbraccia i piani esistenti per le armi nucleari, altre armi di distruzione di massa e armi convenzionali, e piani per l'uso malevolo delle tecnologie duali emergenti e le crescenti sfide per la sicurezza dello spazio esterno. Ora è in gioco la durata dell'architettura internazionale del disarmo, il controllo degli armamenti e la non proliferazione derivanti dalla fine della Guerra Fredda.

Pertanto, la crisi del sistema multilaterale e gli eventi degli ultimi anni riaffermano, con maggiore forza, il potere della scienza come veicolo di pace e collaborazione tra popoli e governi, in un contesto che deve implicare moderazione e un ritorno al dialogo costruttivo.

Gli effetti della pandemia causata dal COVID-19, il graduale ma inesorabile degrado dell'ambiente e i numerosi focolai di guerra (anche in Europa, che vive in pace da quasi 80 anni dalla seconda guerra post-bellica, con la sola eccezione dell'ex-Jugoslavia) dimostrano che il linguaggio della scienza – le sue scoperte al servizio dell'umanità e la collaborazione tra scienziati di diversa origine – sono mezzi per affrontare globalmente le nuove sfide che mettono in pericolo l'esistenza del genere umano. L'attuale sviluppo della scienza si basa sulla collaborazione internazionale tra un numero significativo di ricercatori e sulla loro possibilità di essere in continuo contatto, senza restrizioni. Dobbiamo riaffermare l'indipendenza e la neutralità della scienza al di là degli scopi politici strumentali o aggressivi, ponendo il bene dell'umanità al centro delle nostre preoccupazioni.

Anche nei periodi più bui della Guerra Fredda, lo scambio di idee tra scienziati di blocchi opposti non cessò mai, perché la gente aveva sempre ritenuto che la scienza superasse i credi e la politica del conflitto e dell'opposizione. Gli attuali conflitti hanno drammaticamente riacceso una crisi nelle relazioni internazionali che non appartiene allo spirito della scienza e alla condivisione globale della conoscenza. Dobbiamo invertire la rotta.

Uno sforzo scientifico globale coordinato ha permesso di salvare milioni di vite umane e di sconfiggere una pandemia particolarmente aggressiva e mortale. Tutto il mondo è ora connesso in forma sistemica e nessun paese, nemmeno le più grandi potenze mondiali, può pensare di agire efficacemente da solo.

In questa luce, intendiamo rilanciare l'attuale rilevanza e validità del Manifesto di Erice per riavviare e incoraggiare il dialogo e la cooperazione tra scienziati di tutto il mondo, come strumento di pace, progresso e risoluzione delle crisi planetarie come alternativa al confronto e alla polarizzazione che caratterizzano sempre più i nostri tempi.

Traduzione in italiano a cura della redazione dal testo inglese orginale

23 dicembre 1954

Russell-Einstein Manifesto

Il Manifesto Russell-Einstein del 1955 nasce in un contesto di crescente preoccupazione per il pericolo rappresentato dalle armi nucleari, emerso dopo la Seconda Guerra Mondiale e l'uso delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. La Guerra Fredda, che stava dividendo il mondo tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, esacerbava i timori di un conflitto nucleare globale.

Nel 1954, un episodio significativo contribuì alla nascita del manifesto. Bertrand Russell, filosofo e attivista pacifista, rilasciò un'intervista alla BBC il 23 dicembre 1954, in cui esprimeva le sue preoccupazioni sulla crescente minaccia di una guerra nucleare. Russell parlò apertamente dei pericoli legati alla corsa agli armamenti atomici e della follia di una guerra nucleare, sostenendo che l'umanità fosse ormai al limite della propria sopravvivenza a causa della capacità distruttiva delle armi nucleari. La sua intervista attirò l'attenzione internazionale e contribuì a sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema del disarmo.

Russell, insieme ad altri intellettuali e scienziati, tra cui Albert Einstein, sentiva la necessità di lanciare un forte appello a favore della pace. Il risultato di queste preoccupazioni fu il Manifesto Russell-Einstein, pubblicato nel luglio del 1955, pochi mesi dopo la morte di Einstein, avvenuta il 18 aprile di quell’anno. Questo documento invitava i governi a collaborare per prevenire una guerra nucleare, sottolineando i rischi esistenziali delle armi atomiche. I firmatari del manifesto, tra cui anche scienziati come Niels Bohr e Linus Pauling, chiedevano un impegno globale per il disarmo nucleare e una soluzione pacifica ai conflitti internazionali.

Il manifesto non solo denunciava il pericolo di una guerra atomica, ma anche l'inadeguatezza delle politiche di deterrenza e la necessità di un controllo internazionale sulle armi nucleari. Esso si concludeva con un appello all'umanità per una riflessione profonda sulla propria responsabilità nel prevenire una catastrofe globale.

Nella tragica situazione che affronta l'umanità, riteniamo che gli scienziati dovrebbero riunirsi in conferenza per valutare i pericoli sorti a seguito dello sviluppo delle armi di distruzione di massa e per discutere una risoluzione nello spirito della seguente bozza.

In questa occasione, non parliamo come membri di questa o quella nazione, continente o credo, ma come esseri umani, membri della specie Uomo, la cui continua esistenza è in dubbio. Il mondo è pieno di conflitti...

Quasi tutti coloro che sono politicamente consapevoli hanno forti sentimenti su uno o più di questi problemi; ma vogliamo che voi, se potete, mettiate da parte tali sentimenti e vi consideriate solo come membri di una specie biologica che ha avuto una storia straordinaria e la cui scomparsa nessuno di noi può desiderare.

Cercheremo di non dire una sola parola che possa fare appello a un gruppo piuttosto che a un altro. Tutti, allo stesso modo, sono in pericolo e, se il pericolo è compreso, c'è speranza che possano collettivamente evitarlo.

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Dobbiamo imparare a pensare in un nuovo modo. Dobbiamo imparare a chiederci, non quali passi possono essere compiuti per dare la vittoria militare a qualsiasi gruppo preferiamo, perché non ci sono più tali passi; la domanda che dobbiamo porci è: quali passi possono essere compiuti per prevenire un concorso militare il cui risultato deve essere disastroso per tutte le parti?

Il grande pubblico, e persino molti uomini in posizioni di autorità, non hanno realizzato cosa vorrebbe dire essere coinvolti in una guerra con bombe nucleari. Il grande pubblico pensa ancora in termini di cancellazione delle città. Si capisce che le nuove bombe sono più potenti delle vecchie e che, mentre una bomba A ha potuto eliminare Hiroshima, una bomba H può cancellare le città più grandi come Londra, New York e Mosca.

Senza dubbio, in una guerra con bombe H, le grandi città sarebbero cancellate. Ma questo è uno dei disastri minori che dovrebbero essere affrontati. Se tutti a Londra, New York e Mosca fossero sterminati, il mondo potrebbe, nel corso di qualche secolo, riprendersi dal colpo. Ma ora sappiamo, soprattutto dopo il test di Bikini, che le bombe nucleari possono gradualmente diffondere la distruzione su un'area molto più ampia di quanto si fosse supposto.

È affermato da autorità molto valide che ora può essere fabbricata una bomba che sarà 2.500 volte più potente di quella che ha distrutto Hiroshima. Tale bomba, se esplosa vicino al suolo o sott'acqua, invia particelle radioattive nell'alta atmosfera. Affondano gradualmente e raggiungono la superficie della terra sotto forma di una polvere o pioggia mortale. È stata questa polvere che ha infettato i pescatori giapponesi e il loro pescato.

Nessuno sa quanto ampiamente tali particelle radioattive letali possano essere diffuse, ma le migliori autorità sono unanimi nel dire che una guerra con bombe H potrebbe molto probabilmente porre fine alla razza umana. Si teme che se molte bombe H verranno usate ci sarà una morte universale - improvvisa solo per una minoranza, ma per la maggioranza una lenta tortura di malattia e disintegrazione.  

Molti avvertimenti sono stati pronunciati da eminenti uomini di scienza e da autorità in strategia militare. Nessuno di loro dirà che i peggiori risultati sono certi. Quello che dicono è che questi risultati sono possibili e nessuno può essere sicuro che non si realizzeranno. Non abbiamo ancora scoperto che le opinioni degli esperti su questa questione dipendono in qualche modo dalla loro politica o dai loro pregiudizi. Dipendono solo, per quanto le nostre ricerche hanno rivelato, dall'estensione della conoscenza del particolare esperto. Abbiamo scoperto che gli uomini che ne sanno di più sono i più pessimisti.

Ecco, quindi, il problema che vi presentiamo, crudo, terribile e ineluttabile: dobbiamo porre fine alla razza umana o l'umanità deve rinunciare alla guerra? La gente non affronterà questa alternativa perché è così difficile abolire la guerra.

L’ abolizione della guerra richiederà limitazioni sgradevoli della sovranità nazionale. Ma ciò che forse ostacola la comprensione della situazione più di ogni altra cosa è che il termine "umanità" sembra vago e astratto. La gente difficilmente si rende conto nell'immaginazione che il pericolo è per se stessi, per i propri figli e per i propri nipoti, e non solo per un'umanità vagamente percepita. Non riescono a capire che loro, individualmente, e coloro che amano sono in imminente pericolo di perire in modo agonizzante. E così sperano che forse la guerra possa continuare a condizione che le armi moderne siano proibite.  

Questa speranza è illusoria. Qualunque accordo per non usare le bombe H fosse stato raggiunto in tempo di pace, non sarebbe più stato considerato vincolante in tempo di guerra, ed entrambe le parti si sarebbero messe al lavoro per fabbricare bombe H non appena scoppiata la guerra, perché, se una parte avesse fabbricato le bombe e l'altra no, il lato che le avesse fabbricate sarebbe inevitabilmente stato vittorioso.

Sebbene un accordo per rinunciare alle armi nucleari come parte di una generale riduzione degli armamenti non offrisse una soluzione definitiva, servirebbe a certi importanti scopi. Primo: qualsiasi accordo tra Est e Ovest è positivo in quanto tende a diminuire la tensione. Secondo: l'abolizione delle armi termonucleari, se ciascuna parte credesse che l'altra l'avesse portata a termine sinceramente, ridurrebbe il timore di un improvviso attacco nello stile di Pearl Harbor, che attualmente mantiene entrambe le parti in uno stato di apprensione nervosa. Dovremmo quindi accogliere con favore un tale accordo, anche se solo come primo passo.

La maggior parte di noi non è neutrale nel sentimento, ma come esseri umani, dobbiamo ricordare che, se le questioni tra Est e Ovest devono essere decise in qualsiasi modo che possa dare qualsiasi possibile soddisfazione a chiunque, sia comunista o anticomunista, sia asiatico o europeo o americano, sia bianco o nero, allora queste questioni non devono essere decise dalla guerra. Vorremmo che questo fosse capito, sia in Oriente che in Occidente.

Davanti a noi, se scegliamo, c'è un progresso continuo nella felicità, nella conoscenza e nella saggezza. Sceglieremo invece la morte, perché non possiamo dimenticare i nostri litigi? Facciamo appello, come esseri umani, agli esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se lo fai, la via è aperta a un nuovo Paradiso; se non puoi, ti aspetta il rischio di una morte universale.

Risoluzione:

Invitiamo questo Congresso e, attraverso di esso, gli scienziati del mondo e il grande pubblico, a sottoscrivere la seguente risoluzione: "Considerato che in qualsiasi futura guerra mondiale saranno certamente impiegate armi nucleari e che tali armi minacciano la continuazione dell'esistenza dell'umanità, esortiamo i governi del mondo a rendersi conto e a riconoscere pubblicamente che il loro scopo non può essere ulteriormente perseguito da una guerra mondiale, e li esortiamo, di conseguenza, a trovare mezzi pacifici per risolvere tutte le questioni controverse tra loro".  

Professore Max Born (Professore di Fisica Teorica a Berlino, Francoforte e Gottinga, e di Filosofia Naturale, Edimburgo; Premio Nobel per la fisica). Professore P. W. Bridgman (Professore di Fisica, Harvard University; Premio Nobel per la fisica). Professore Albert Einstein. Professore L Infeld (Professore di Fisica Teorica, Università di Varsavia). Professore J. F. Joliot-Curie (Professore di Fisica al Collège de France; Premio Nobel per la chimica). Professore H. J. Müller (Professore di Zoologia all'Università dell'Indiana; Premio Nobel per la fisiologia e la medicina). Professore Linus Pauling (Professore di Chimica, California Institute of Technology; Premio Nobel per la chimica). Professore C. F. Powell (Professore di Fisica, Bristol University; Premio Nobel per la fisica). Professore J. Rotblat (Professore di Fisica, Università di Londra; Medical College of St Bartholomew's Hospital). Bertrand Russell. Professore Hideki Yukawa (Professore di Fisica Teorica, Università di Kyoto; Premio Nobel per la fisica). 23 dicembre 1954.

 

1. Il professor Joliot-Curie desidera aggiungere le parole: "come mezzo per risolvere le divergenze tra gli Stati".

2. Il professor Joliot-Curie desidera aggiungere che queste limitazioni devono essere concordate da tutti e nell'interesse di tutti.

3. Il professor Müller fa la riserva che ciò debba essere inteso come "una riduzione concomitante ed equilibrata di tutti gli armamenti".

 


https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000017291

Impact of science on society Unesco, Vol 26, No. 1/2, January-April, 1976, pp. 15-16.

traduzione a cura della Redazione