A. ROCCA, Il codice Schrödinger. Come la meccanica quantistica ha cambiato la nostra visione del mondo, Edizioni Dedalo, Torino 2025, pp. 240, € 20,00, ISBN 978-88-2206-359-5.
Primogenito di sei figli, Enrico Cantore nasce a san Mauro Torinese il 19 luglio 1926 ed entra nella Compagnia di Gesù a Cuneo il 31 agosto 1943, città ove rimane fino al 1948. Si reca presso il Centro filosofico Aloisianum della Compagnia a Gallarate, ove svolge il triennio di filosofia. Nel 1951 continua gli studi teologici a Torino, dove si iscrive alla Facoltà di Matematica e Fisica, laureandosi 4 anni dopo. Nel 1955 si sposta a Chieri per ottenere la licenza in teologia presso lo studio teologico della “Casa sant’Antonio” della Compagnia di Gesù. Rivolge il suo interesse alla Sacra Scrittura, in particolare alla figura del sapiente, come delineato nella letteratura sapienziale di Israele. A Chieri viene ordinato sacerdote il 13 luglio 1958. Nel 1960 svolge l’anno speciale di probazione previsto dalla Compagnia, in Austria, con il p. Peter Heimejer come istruttore.
Nel 1961 lo troviamo a Roma dove insegna alla Pontificia Università Gregoriana, mentre al tempo stesso si dedica allo studio della filosofia della scienza. Trasferitosi negli Stati Uniti, continua ad occuparsi di filosofia della scienza all’università di Santa Clara in California (1962-1963) e poi a Chicago (1963-1964). Nel 1964 è destinato dalla Compagnia di Gesù nuovamente a Roma per l’insegnamento all’Università Gregoriana, dove conclude la laurea specialistica in filosofia. Poco dopo deciderà di tornare negli USA dove avvia importanti contatti con ricercatori dell’ambiente scientifico, maturando progressivamente l’idea di approfondire e promuovere una riflessione umanistica sull’attività scientifica. Nel 1967 insegna Filosofia della scienza alla Fordham University occupandosi di filosofia della meccanica quantistica e preparando il volume Atomic Order. An Introduction to the Philosophy of Microphysics, pubblicato poi a Boston-Cambridge, presso il Massachussets Institute of Technology nel 1969. Si trattiene per un biennio in Europa (Inghilterra-Germania-Italia), trascorrendo un periodo di ricerca accanto ad Heisenberg, su invito di quest’ultimo. Tornato in USA nel 1969, si stabilisce a New York, dove resterà fino al 1992 prima presso uno studentato dei padri Gesuiti e poi come cappellano di una High School tenuta dai Christian Brothers nel popolare quartiere del Bronx. A New York dà vita nel 1974, insieme ad altri intellettuali all’Institute for Scientific Humanism, pubblicando l’opera Scientific Man. The Humanistic Significance of Science (1977), che sarà poi tradotta in italiano e pubblicata dalle edizioni Dehoniane di Bologna nel 1987, nonché oggetto di una recente ristampa nel 2021. Prodigatosi con grande generosità nell’avvio dell’Istituto, l’iniziativa dovette poi interrompersi alcuni anni dopo per la mancanza di risorse e, probabilmente, anche per l’assenza di un’organizzazione sufficientemente strutturata. Nel 1980 si reca per alcuni mesi in India per tenere conferenze organizzate dai padri gesuiti. Nel 1992 si trasferisce a Oradell, New Jersey, come cappellano della Berger Catholic School, dove resterà fino all’estate del 2006. In questo periodo Cantore mantiene contatti con uomini di scienza, soprattutto negli Stati Uniti, e continua a riflettere sui temi dell’umanesimo scientifico, soprattutto in ambito storico ed epistemologico, in corrispondenza con Gualberto Gismondi, francescano e anch’egli docente alla Gregoriana, che in Italia sviluppa temi analoghi dalla prospettiva etica, e con Gianluigi Pizzamiglio, che insegna storia della scienza all’Università Cattolica di Brescia.
Sono questi gli anni in cui Cantore matura una più intensa preoccupazione per la missione della Chiesa nei riguardi dell’ambiente scientifico, preparando scritti, memorie e conferenze allo scopo di orientare l’apostolato cristiano in ambito intellettuale e valorizzare il ruolo degli scienziati, in modo particolare l’apertura alla trascendenza che egli ritiene intrinseca ad un’attività scientifica realizzata con sincerità e senza derive ideologiche. Già anni addietro, il gesuita piemontese aveva coinvolto nella missione di evangelizzazione della cultura scientifica due monasteri di carmelitane alla cui preghiera affidava il suo apostolato intellettuale, uno situato a Valmadonna, in provincia di Alessandria, presso il quale viveva una sua sorella, suor Maria Angelica, al secolo Giuseppina, l’altro a Quart, in provincia di Aosta, una nuova fondazione benedetta nel 1989 da Giovanni Paolo II, ove erano confluite alcune monache presenti a Valmadonna.[1]
Per chi scrive, a partire dal 1999 la biografia di p. Cantore può pescare nei ricordi personali. Ebbi infatti il desiderio di entrare in rapporto epistolare con lui dopo la lettura del suo volume L’uomo scientifico, chiedendogli di preparare la voce Umanesimo scientifico per il Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, la cui edizione stavo dirigendo insieme ad Alberto Strumia, opera pubblicata poi a Roma nel 2002. Autore dal pensiero ricco ma anche complesso, ricordo di aver dovuto chiedere più volte a Cantore il significato di alcuni neologismi, la cui resa in lingua italiana non risultava sempre facile. Nel 2004 potei trascorrere un periodo di studio e di feconde conversazioni con lui a Oradell, negli Stati Uniti, avviando una più intensa collaborazione finalizzata a un duplice intento: da una parte, sviluppare riflessioni che aiutassero gli uomini di scienza a valorizzare le dimensioni umanistiche e filosofico-sapienziali della loro attività; dall’altra, promuovere un maggior interesse della Chiesa cattolica verso l’ambiente scientifico. Entrambi avvertivamo, come sacerdoti, la necessità di una specifica pastorale rivolta agli scienziati e, come teologi, condividevamo l’idea di promuovere un attento impiego dei risultati delle scienze nell’elaborazione teologica.
Nell’estate del 2006, padre Cantore ritorna in Italia, stabilendosi presso la Residenza del Gesù a Roma, in via degli Astalli, dove continua a studiare e a scrivere, nonostante l’età avanzata, sui temi sui quali aveva lavorato per tutta la vita. Durante gli anni romani segue e ispira un gruppo di ricerca interdisciplinare che Alberto Strumia ed io avevamo avviato insieme un anno prima, nel 2005, rivolto soprattutto a giovani laureati in materie scientifiche, poi confluito in modo strutturato nella SISRI, Scuola Internazionale Superiore per la Ricerca Interdisciplinare, istituita nel 2013. In questo periodo della sua vita Cantore si dedica soprattutto a redigere memorie e schede con idee e suggerimenti per la missione della Chiesa nell’ambiente scientifico, seguendo con interesse le attività svolte dalla SISRI, nella quale vedeva idealmente confluire gli ideali scientifici ed ecclesiali che avevano dato vita all’Institute for Scientific Humanism, sebbene quest’ultimo fosse diretto a senior scientists e non a giovani in formazione. Nel dicembre del 2012, le sue precarie condizioni di salute e la diagnosi di un tumore al rene suggeriscono un trasferimento all’infermeria della Compagnia di Gesù, a Gallarate. Qui morirà poco più di un anno dopo, il 27 marzo 2014, giorno della memoria del Beato Francesco Faà di Bruno, sacerdote e scienziato, piemontese come lui. Sempre di buon umore, di spirito assai giovanile, profondo conoscitore della Scrittura, di animo raccolto e sobrio, Enrico Cantore ha accettato con ottimismo e buona volontà di dover lavorare per la maggior parte dei suoi anni quasi in solitudine, pregando, scrivendo e studiando, ma anche ispirando ed incoraggiando coloro che venivano in contatto con lui.
Attualità del pensiero di Cantore e sviluppi per l’epoca presente
Non esistono, al momento, studi dedicati espressamente all’analisi del pensiero di Enrico Cantore. Una tesi di dottorato di filosofia sostenuta nel 2018 da Miriam Savarese, intitolata Le dimensioni personalistiche della ricerca tecnico-scientifica, ne esamina però alcuni aspetti importanti in dialogo con la filosofia di Maurice Blondel e Michael Polanyi.[2] La sua opera principale Scientific Man ottenne un certo numero di recensioni[3] e guadagnò alcune citazioni presso autori, come ad esempio Gualberto Gismondi, che condivisero la prospettiva dell’umanesimo scientifico come avanzata dal pensatore gesuita.[4] La lettura dei saggi raccolti nel presente volume, propedeutica a quella del suo studio principale Scientific Man, la cui traduzione italiana è ora disponibile in ristampa,[5] consente di farsi un’idea sufficiente delle tesi principali sviluppate da Cantore e della loro rilevanza nel dibattito contemporaneo. Proviamo a riepilogarne solo alcune, senza pretese di esaustività e senza moltiplicare citazioni testuali, che il lettore potrà facilmente ritrovare scorrendo i titoli e i contenuti degli articoli raccolti nel volume.
Fra i contributi più evidenti di Cantore vi è quello da lui fornito al superamento della “divisione fra le due culture”, quella scientifica e umanistica, problema segnalato tempo addietro da Charles P. Snow,[6] la cui radice è però già presente nell’irriducibilità ermeneutica fra scienze umane e scienze naturali sancita da Wilhelm Dilthey. Le soluzioni fornite dallo stesso Snow o quelle suggerite da Guardini nella sua riflessione sulla tecnica,[7] così come la terapia delineata nella Idea di Università (1852) di John Henry Newman,[8] andavano nella linea di curare una formazione integrale del soggetto, affinché egli potesse porre in dialogo, fin dagli anni degli studi universitari, quanto le scienze umane e le scienze naturali avevano da dire. È l’ideale del gentleman di Newman, persona colta o anche specializzata ma ugualmente versata nelle arti liberali; sono il letterato e lo scienziato auspicati da Snow, il primo buon conoscitore anche della storia della scienza, il secondo intellettuale che non disdegna di formarsi leggendo i grandi romanzi. È la sensibilità umanistica che Guardini si augura possa operare in coloro che sono oggi chiamati a guidare la potente macchina del progresso tecnico-scientifico, affinché questa serva l’essere umano e non si rivolti contro di lui, proponendo nelle sue Lettere dal lago di Como (1925) l’immagine di un potente motoscafo guidato con la sensibilità e la cura con cui si naviga su una barca a vela. Cantore certamente ingloba queste prospettive, le impiega e ne riconosce la validità, ma in certo modo le supera. Egli sostiene infatti che la conoscenza scientifica sia essa stessa fonte di pensiero filosofico e sorgente di umanizzazione. La prospettiva umanistica non viene accostata a quella scientifica, per poi integrarsi in essa, bensì riconosciuta di casa nell’attività scientifica. Quest’ultima pone l’essere umano di fronte a sé stesso e suscita le stesse domande che illuminarono la nascita del pensiero filosofico. La conoscenza scientifica accresce la dignità dell’uomo perché gli rivela il suo posto nel cosmo, gli svela ciò che egli è in grado di fare, la solidarietà che è chiamato ad esercitare.[9] Tutte queste dimensioni di indole umanistica non vengono praticate nonostante la scienza o la mentalità scientifica, ma proprio a partire dalla scienza. La scienza non è, da sola, un umanesimo, bensì promuove l’umanesimo portando a compimento ciò che è umano. Non sostituzione, dunque, dell’umanesimo classico con uno pseudo-umanesimo adatto ai nostri tempi, ma rivelazione del contributo della scienza all’unico e vero umanesimo, quello che si esprime nelle tante manifestazioni della cultura umana e indirizza le grandi domande filosofiche sull’esistenza.[10]
La prospettiva appena citata consente a Cantore di proporre una visione più convincente del confronto fra scienza e umanesimo, in vario modo percepito nel dibattito contemporaneo, specie dopo Hiroshima. È oggi piuttosto frequente una visione neutra, ovvero funzionale, della scienza. La scienza, di per sé, non sarebbe fonte di pensiero umanistico, ma svolgerebbe solo il ruolo di un semplice strumento, che l’essere umano può impiegare per il bene o per il male, trattandosi, appunto, di uno strumento neutro. Così facendo, molti ritengono sia più facile smarcare la scienza dai problemi etici che essa suscita, separando lo scienziato dalle applicazioni (che in fondo egli stesso progetta). Secondo questa visione, la direzione e le mete del progresso scientifico e tecnologico andrebbero decise in ambito etico-politico, ad esempio sulla base di un consenso democratico anche non esperto, essenzialmente distinto dall’attività delle scienze e dallo scienziato. In tal modo, la prassi scientifica verrebbe orientata in modo sostanzialmente pragmatico e ultimamente eteronomo; lo scienziato è e resta un operatore tecnico: perché sa di più, è chiamato a rendere pragmaticamente di più. Negli ultimi decenni ha guadagnato gradualmente strada una visione della scienza come “terza cultura”: il “nuovo” umanesimo sarebbe appunto costituito dalla scienza, chiamata a risolvere problemi e prendere decisioni grazie all’efficienza del metodo scientifico, rimpiazzando così la riflessione filosofica, perché poco attendibile su basi sperimentali. A guidare la società, in sostanza, non sarebbero gli umanisti né gli scienziati tradizionalmente intesi, bensì gli uomini di scienza promossi al ruolo di guide morali, potendosi adesso proporre come politici e governanti. Lo scienziato, perché sa di più, può giudicare di tutto e di più. A differenza delle due precedenti visioni, il rapporto fra scienza e umanesimo delineato dall’umanesimo scientifico sapienziale di Cantore si muove su altri binari. La scienza, afferma il nostro autore, possiede una dimensione umanistica intrinseca, essa stessa è fonte di dignità morale, di risorse educative e di libertà. La conoscenza scientifica è un’esperienza di servizio e di libertà: grazie ad essa possiamo in linea di principio superare o almeno ridurre i limiti della povertà, della malattia e del sottosviluppo, ma possiamo anche liberarci dai condizionamenti dell’ignoranza e dalla superstizione. In questa ottica risulta chiaro che il ricercatore, in quanto uomo di scienza, possiede una specifica responsabilità di promozione sociale e culturale: perché sa di più, egli può e deve servire di più. Nel contesto socio-culturale in cui oggi ci muoviamo non è certamente facile né immediato mettere in pratica la visione sviluppata da Enrico Cantore, sia per la complessità della trama scienza-tecnologia-economia entro la quale risultiamo vincolati, sia perché l’autore ragiona in primis sulla scienza di base e, solo secondariamente, sulla tecnica. Risulta tuttavia evidente – e di questo occorre dargliene atto – che solo superando le visioni neutra e pragmatica dell’impresa scientifica si potranno trovare le risorse adeguate per superare le incertezze della contemporaneità.[11]
Un ulteriore esito generato della prospettiva seguita da Cantore è che il confronto fra discipline scientifiche e umanistiche – o anche il confronto fra scienze, filosofia e teologia, quando quest’ultima è chiamata in causa – può migrare con maggiore facilità dal livello epistemologico a quello antropologico. Il primo livello, questo epistemologico, resta senza dubbio necessario, perché non si potrebbe parlare di temi comuni senza chiarire i rispettivi ambiti di conoscenza, i metodi e piani formali coinvolti. Esso, tuttavia, resta insufficiente. È solo approdando al piano antropologico che si possono affrontare le questioni esistenzialmente più importanti, perché anche le scienze sono in grado di suscitarle, come ogni vera conoscenza che ci colloca di fronte al mondo e di fronte a noi stessi. Un’autentica unità del sapere non potrebbe costruirsi se non attorno all’unità intellettuale del soggetto che conosce e riflette, non cercando di unificare l’oggetto o il metodo. Non sfugge a nessuno che il dibattito fra scienze, filosofia e teologia – si pensi alle grandi domande sull’origine del cosmo e della vita – sia oggi centrato soprattutto sul piano epistemologico. Questa restrizione opera anche in ambito teologico, traducendosi non di rado in un appiattimento sul piano biblico-ermeneutico, mostrando raramente la capacità di accedere a domande di senso, perché le si considera estranee alle scienze, mentre le questioni epistemologiche e di metodo sembrerebbero accomunare più facilmente. In effetti, le domande di senso sono estranee al metodo scientifico inteso in modo impersonale e oggettivante, ma non sono estranee all’attività dello scienziato come Cantore la delinea. Il ricercatore non rinnega il metodo scientifico quando si sposta sul piano antropologico, ma semplicemente aggiunge ad esso qualcosa in più, raccogliendo come significative delle domande che nascono nella conoscenza scientifica, ma non ricevono una risposta compiuta mediante il solo metodo scientifico-sperimentale.
Una volta assicurato all’attività scientifica l’accesso a una dimensione filosofico-sapienziale riconosciuta intrinseca al lavoro dello scienziato, non come riflessione eteronoma promossa da altri soggetti esterni al lavoro delle scienze, diviene allorapiù facile innestare la dimensione religiosa e, in modo riflesso e razionalmente rigoroso, il contributo proprio della teologia. Per Cantore, la dimensione religiosa è inerente al lavoro scientifico, anzi il lavoro scientifico stesso è accompagnato da sentimenti che possono ben qualificarsi tipici del senso religioso. Cantore fonda questa tesi in modo storico-fenomenologico – lui direbbe genetico – lasciando parlare i protagonisti. Sono le citazioni dei numerosi uomini di scienza con i quali il nostro autore idealmente dialoga a portare l’attenzione del lettore sui sentimenti di stupore, di riverenza, di venerazione, riconoscendone un parallelo con l’esperienza religiosa. Soprattutto in dialogo con Planck, Heisenberg ed Einstein (i tre scienziati più citati in assoluto dal filosofo gesuita), Cantore parla dello “shock dell’inaspettato” e dell’“esperienza dei fondamenti” come le esperienze scientifiche che maggiormente esprimono l’incontro con un’Alterità, l’ascolto dell’Assoluto, il contatto con il fondamento dell’intelligibilità e dell’ordine.[12] In particolare, egli ritiene che l’aggancio del senso religioso con l’attività scientifica sia fondato su due elementi chiave: coloro che si occupano di ricerca scientifica a) compiono un’esperienza dei fondamenti (experience of ultimates), e b) sperimentano una riverenza per il mistero trascendente presente in natura, con una intensità e una profondità inaccessibili ad altri.[13] Questa fenomenologia, di ambito religioso-esistenziale, può entrare facilmente in rapporto con la riflessione teologica, capace adesso di mostrare il volto personale del Fondamento, dell’Assoluto, e i veri caratteri filiali del Logos-Verbo che presiede il mistero e il senso del cosmo, mostrando che ciò che per la scienza è dato lo scienziato può riconoscere come donato. In tal modo le risposte offerte dalla Rivelazione ebraico-cristiana possono entrare in stretto e spontaneo collegamento con le domande che l’attività scientifica suscita, senza forzature e concordismi, partendo da ciò che la ricerca scientifica, intesa da Cantore in modo personalista ed esistenzialmente coinvolgente, è in grado essa stessa di indicare attraverso i suoi protagonisti. In ultima analisi, è la sua origine dal Creatore e il significato intimo e trascendente che la natura custodisce, a spiegare perché la ricerca scientifica appassioni tanto, perché se ne possa fare una ragione di vita, perché fare scienza sia “una pena d’amore” [a labor of love]. «La scienza – afferma limpidamente Cantore – è amore perché mette in grado l’uomo stabilire un rapporto di comunione personale con la natura e con la fonte prima di significato [Dio] della natura stessa».[14]
La tematica non si esaurisce sul piano teoretico ma, come accennato in precedenza, coinvolge anche quello della prassi. Sostenere che la scienza sia fonte di umanizzazione, per lo scienziato che fa ricerca e per la società intera, come scrive più volte Cantore, implica una duplice attività performante, sia sullo scienziato stesso, contribuendo a rivelarne e accrescerne le virtù e in ultima analisi la dignità personale, sia sulla società nel suo insieme, perché solo grazie a una scienza condotta in senso umanistico il progresso scientifico e tecnologico potrebbe tradursi in promozione umana. Ideali certamente esigenti, che devono fare i conti con il complesso intreccio oggi esistente fra scienza, economia e politica, difficili se non impossibili da realizzare se affidati a singoli ricercatori di buona volontà, ma adeguati, così lo riteniamo, a indicare la strada che dovrebbe essere percorsa. In varie occasioni, al termine delle sue conferenze pubbliche, veniva fatto osservare a Enrico Cantore che egli aveva della scienza un’idea troppo “alta”. Il commento non è gratuito e può sembrare perfino congruente, perché tiene conto della realtà delle cose. A ben vedere, però, tale osservazione non è una critica al suo pensiero, né lo giudica debole o infondato. È un commento simile a quello che potremmo fare, ad esempio, a Tommaso d’Aquino, circa la sua idea di ragione o di verità. Tommaso aveva della ragione umana una visione certamente alta, probabilmente non condivisa da diversi uomini del suo tempo, ma ciò non toglie che quella fosse davvero la vera idea di ragione umana, capace di unificare tutti gli uomini, di smascherare l’errore e la contraddizione, di risalire dalle creature al Creatore. L’idea che Enrico Cantore aveva dell’attività scientifica potrebbe sembrare idilliaca e riservata a pochi eletti, ma è in fondo proprio questa idea di scienza che giustifica perché un giovane si sente attratto dalla ricerca scientifica, perché uno scienziato maturo è capace di perseverare con sacrificio nei suoi studi e nelle sue ricerche, o perché la società attende dagli uomini di scienza certe soluzioni e certi comportamenti.
Si innesta qui anche la riflessione del nostro autore circa la responsabilità sociale dello scienziato, che Cantore vedeva volentieri soggetto di una leadership culturale capace di porre le premesse per un’autentica promozione sociale. A differenza della proposta della “terza cultura”,[15] lo scienziato a cui Cantore pensa non è un politico che governa la società con il metodo scientifico o affidando le decisioni a sofisticati algoritmi di intelligenza artificiale. Dello scienziato Cantore mette in luce la capacità di conoscere più a fondo la realtà e, dunque, di stupirsi di più, di osservare con maggior rispetto una natura che ci viene affidata, di cogliere con maggiore chiarezza l’unicità dell’essere umano nel cosmo e la sua specifica dignità; lo scienziato contribuisce a farci comprendere ciò che ci rende davvero umani e ciò che, invece, ci corrompe. La leadership degli uomini e delle donne di scienza è, per Cantore, una leadership culturale, non politica né tantomeno ideologica, anche se certamente fonte di pensiero politico e sociale. Nella conferenza Leadership for Human Dignity: The Developmental Challenge to Scientific Professionals (1979), la cui traduzione italiana presentiamo in questo volume, Cantore afferma che gli scienziati sono i leader naturali dello sviluppo, a motivo della loro competenza e del loro influsso sociale. Per svolgere un tale ruolo di guida essi non devono valutare ogni cosa attraverso un riduzionismo scientista, bensì veicolare quell’idea della conoscenza scientifica che ne fa, in sé, un fattore di sviluppo della dignità umana e la premessa perché possa realizzarsi ogni progresso, anche sul piano umano. Ciò non equivale ad abbandonare il proprio metodo, ma piuttosto a impiegarlo fino in fondo, seguendo le aperture filosofiche che esso suggerisce: «i professionisti della scienza – egli precisa – per essere leader dello sviluppo, lungi dall’indebolire la fedeltà alla loro professione, dovrebbero aumentarla».[16]
Parlare di umanesimo, per Cantore, vuol dire parlare di Gesù Cristo. La sua visione cristologica e cristocentrica sembra nutrire tre finalità principali. In primo luogo, il riferimento cristologico gli consente di ricondurre la riflessione sull’intelligibilità e sull’ordine presenti nella natura entro una riflessione sul Logos cristiano, logos personale, indicando così la strada adeguata per superare un panteismo o un deismo – oggi diremmo un naturalismo – chiusi alla trascendenza, visioni non infrequenti quando gli uomini di scienza ragionano sulle leggi di natura e sul fondamento del mondo. In secondo luogo, il progresso scientifico-tecnologico non è prassi immanente, finalizzata solo a migliorare le condizioni di vita degli esseri umani, ma partecipazione alla costruzione di un creato ancora in via, costruzione possibile solo in Cristo e per mezzo di Cristo. L’uomo unito a Cristo può così mettere in campo, per dirlo con parole di Cantore, una “quasi-creatività”. Infine, è Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, il modello del vero umanesimo di cui anche l’umanesimo scientifico deve essere espressione; ed è il mistero pasquale di Cristo, legge della carità e del servizio, l’unica sorgente di energia e di grazia che può sostenere il sacrificio che la ricerca della verità implica, anche nel lavoro scientifico, orientandola all’altruismo e al bene.
La base biblica sulla quale si sviluppa il pensiero di Enrico Cantore è fornita soprattutto dai libri sapienziali. Egli accosta con intelligenza la figura del sapiente a quella del ricercatore scientifico, osservando che quest’ultimo, sul modello del primo, deve divenire capace di ascoltare Dio attraverso lo studio della natura ed è chiamato a impiegare le medesime virtù: laboriosità, cura, umiltà, attenzione, riflessione sulle domande filosofiche che partono dall’osservazione della realtà. Non siamo lontani dalla verità – e la concatenazione cronologica degli articoli che presentiamo in questo volume lo dimostra – se affermiamo che l’intuizione fondamentale di un umanesimo scientifico sapienziale, con tutte le implicazioni prima viste, nasce proprio dalla meditazione attenta di questi libri della Scrittura. Qui trova il suo appoggio anche l’associazione Cristo-Sapienza, che Cantore impiega molto volentieri, secondo una visione complementare a quanto farà la teologia orientale, più incline a sottolineare la dimensione trinitaria della Sophia.[17] Potrebbe valer la pena esplorare i punti di accordo e le differenze fra il cristocentrismo di Cantore e quello di altri autori attenti al discorso scientifico, in primis Pierre Teilhard de Chardin, pensatore con il quale gli scritti di Cantore però non dialogano, ma anche Thomas Torrance e Denis Edwards, in tempi a noi più vicini.[18]
Cosa potrebbe il pensiero di Cantore apportare all’odierna temperie culturale che vede un crescente influsso della cultura scientifica e delle applicazioni tecnologiche nella società del XXI secolo? E cosa avrebbe da dire, più in generale, al contemporaneo movimento del Science and Theology, che mira ad intensificare il dialogo fra teologi e scienziati? Chiunque si accosti agli scritti del gesuita piemontese non avrà difficoltà a rispondere che questo apporto sarebbe certamente cospicuo, ma richiede di essere messo in luce opportunamente e illustrato organicamente. Basti pensare, ad esempio, alle incertezze con cui viene oggi impostato il rapporto fra uomo e tecnica, fra ricerca di spazi per l’umano e società tecnologica, un rapporto che non di rado viene visto in modo conflittuale, talvolta anche in alcuni ambienti ecclesiali. Quando si parla di progresso scientifico e tecnologico è l’invito alla prudenza ad essere subito messo in campo, non certo un discorso circa le capacità umanizzanti dell’attività scientifica. Si pensi, inoltre, alla svolta che la filosofia della scienza potrebbe opportunamente sperimentare se, sulla spinta della visione di Enrico Cantore, fosse aiutata a migrare dalla “critica della conoscenza”, nella quale è rimasta confinata per buona parte del secolo scorso (e ancora in quello presente), ad una vera e propria “filosofia dell’agire scientifico e tecnico”, che potrebbe finalmente mettere in luce il ruolo del soggetto e le dimensioni personaliste della conoscenza. Notevoli i guadagni sul piano etico, perché la dimensione etico-filosofica della ricerca, insieme con Cantore, verrebbe collegata alla riflessione dell’uomo di scienza sull’oggetto e i fini della sua attività, non proposta in modo estrinseco da altri soggetti. Ne risulterebbe anche protetta la stessa libertà di ricerca, perché si prenderebbero le distanze da quel modello funzionalista e strumentale della scienza ancora oggi maggioritario: la scienza è libera perché la sua attività è orientata in modo intrinseco alla verità e al bene, è svolta da soggetti personali ed è pertanto associata ad una corrispondente responsabilità. È quando essa si auto-comprende come uno strumento neutro, che la scienza cade facilmente in mano alle seduzioni del potere economico, politico e ideologico.[19] Ragionare sulle dimensioni filosofiche della conoscenza scientifica, fino a coinvolgere, come fa Cantore, l’esperienza religiosa che tale conoscenza può suscitare, giova infine a restituire unità al reale, nel quale si riconoscono livelli gerarchicamente ordinati capaci di far accedere il soggetto a diversi livelli di interrogazione e di senso; e rafforza altresì l’unità dell’esperienza intellettuale del soggetto conoscente, perché questi riscopre la possibilità di essere scienziato, filosofo e persona esistenzialmente impegnata (piano religioso), senza che ciò causi cadute di rigore metodologico o disagevoli scissioni intellettuali.
[1] Si tratta di un apostolato che le religiose carmelitane, varie delle quali laureate in materie scientifiche e seriamente interessate agli sviluppi della scienza, continuano ancora oggi a svolgere.
[2] Cfr. M. Savarese, Le dimensioni personalistiche della ricerca tecnico-scientifica, Edusc, Roma 2018.
[3] Cfr. P. Pizzamiglio, L’umanesimo scientifico di Enrico Cantore. La scienza come esperienza, «Divus Thomas» 81 (1978) 87-93.
[4] Cfr. G. Gismondi, L’umanesimo scientifico nell’attuale dibattito sulla scienza, «Antonianum» 54 (1979) 76-100.
[5] E. Cantore, L’uomo scientifico. Il significato umanistico della scienza, EDB, Bologna 20212.
[6] Cfr. C.P. Snow, The two cultures: and a second look. An expanded version of the two cultures and the scientific revolution, Cambridge University Press, Cambridge 1964, tr. it. A. Carugo, Le due culture, Feltrinelli, Milano 1977.
[7] Si veda, soprattutto, R. Guardini, Lettere dal lago di Como (1925), Morcelliana, Brescia 2013.
[8] Cfr. J.H. Newman, L’idea di Università (1852), in Idem, Scritti sull’università, a cura di M. Marchetto, Bompiani Milano 2008, 59-67.
[9] In dialogo con Cantore, Gualberto Gismondi sostiene che «l’umanesimo scientifico potrebbe essere compendiato in una sola frase: “la scienza rivela l’uomo a sé stesso”», G. Gismondi, Fede e cultura scientifica, EDB, Bologna 1993, 170.
[10] Troviamo l’interessante riferimento ad un “umanesimo scientifico” così inteso in un’allocuzione di Giovanni Paolo II alla Pontificia Accademia delle Scienze, pronunciata nell’anno 2000: «Si parla di “umanesimo nella scienza” o “umanesimo scientifico”, per sottolineare l’importanza di una cultura integrata e completa, capace di superare la frattura fra le discipline umanistiche e le discipline scientifico-sperimentali. Se tale separazione è certamente vantaggiosa nel momento analitico e metodologico di una qualunque ricerca, essa è assai meno giustificata e non priva di pericoli nel momento sintetico, quando il soggetto si interroga sulle motivazioni più profonde del suo “fare scienza” e sulle ricadute “umane” delle nuove conoscenze acquisite, sia a livello personale che a livello collettivo e sociale», Giovanni Paolo II, Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, 13 novembre 2000, in M. Sánchez Sorondo (ed.), I Papi e la scienza nell’epoca contemporanea, Jaca Book – Pontificia Accademia delle Scienze, Milano 2009, 367-370, qui 368. Diversi passi di questo discorso trattano delle dimensioni umanistiche della ricerca scientifica.
[11] Offriamo alcuni spunti sul rapporto fra uomo e tecnica alla luce della visione di Enrico Cantore in G. Tanzella-Nitti, Pensare la tecnologia in prospettiva teologica: esiste un umanesimo scientifico?, in P. Barrotta, G.O. Longo, M. Negrotti(edd.), Scienza, tecnologia e valori morali: quale futuro?Studi in onore di Francesco Barone, Armando, Roma 2011, 201-220.
[12] Guardando al passato, si sarebbero potuti prendere come riferimento molteplici altri scienziati, in particolare Robert Boyle (1627-1691), la cui ricca produzione filosofica e teologica Cantore non pare conoscere, non citandolo mai direttamente in Scientific Man. Pensando alla formulazione dell’umanesimo scientifico proposta da Cantore, potrebbe essere istruttivo rileggere una delle maggiori opere di Boyle, Il virtuoso cristiano (1690) allo scopo di evidenziarne le numerose assonanze.
[13] «Possiamo capire la giustificazione del punto di vista che connette intimamente scienza e religione. I motivi che la reggono sono due in particolare: in primo luogo, la scienza coerentemente interiorizzata consiste in un’esperienza originale dei fondamenti [original experience of ultimates]. La scienza fa provare all’uomo lo stupore e il timore reverenziale nei confronti della natura in un modo inaccessibile alla mente non scientifica. In secondo luogo, la scienza interiorizzata [consistenly interiorized science] è in grado di far sentire – quanto meno vagamente – a chi sa riflettere il fondamento autentico dell’esistenza, che spiega in definitiva l’intelligibilità e la meraviglia che la scienza scopre continuamente nella natura. La scienza suscita nell’uomo sollecito e rispondente [attentive and responsive man] una nuova sensibilità per la misteriosità trascendente manifestata dalla sconvolgente ricchezza e bellezza e potere della natura, che solo la scienza sa rivelare all’uomo», Cantore, L’uomo scientifico, 195.
[14]Ibidem, 208. Sul tema, cfr. anche Savarese, Le dimensioni personalistiche della ricerca tecnico-scientifica, 263-265.
[15] Si veda la sua formulazione teorizzata da J. Brockman, (ed.), La terza cultura. Oltre la rivoluzione scientifica, tr. it. L. Carra, Garzanti, Milano 1995 e Id., I nuovi umanisti. Perché (e come) l’arte, la politica, la storia e la filosofia devono tener conto delle moderne scoperte scientifiche, tr. it. F. Paracchini, Garzanti, Milano 2005; la si può riconoscere implicitamente presente anche nella influente visione di Y.N. Harari, Homo Deus. Breve storia del futuro, tr. it. M. Piani, Bompiani, Milano 2018.
[16] E. Cantore, Leadership for Human Dignity: The Developmental Challenge to Scientific Professionals(1979), cfr. cap. 11, n. 2 di questo Volume.
[17] Gli esponenti della sofiologia sono convinti che buona parte della riflessione occidentale sul Verbo-Logos in rapporto al creato sia in realtà una riflessione sulla Sophia, anche se non riconosciuta esplicitamente. Bulgakov e Florenskij, ad esempio, sostengono che la teologia di Tommaso d’Aquino circa il ruolo del Logos nella creazione sia in realtà una sofiologia non dichiarata. Abbiamo segnalato la tematica in G. Tanzella-Nitti, Religione e Rivelazione, Città Nuova, Roma 2018, 324-338, spec. 329.
[18] Enrico Cantore non studiò mai a fondo gli scritti di Teilhard, limitandosi ad una loro comprensione mediata da altri pensatori. Le vicende trascorse fra il paleontologo francese e la Compagnia di Gesù potrebbero aver giocato un ruolo determinante in proposito. Interrogato direttamente da me sul pensiero di Teilhard de Chardin e sull’importanza che esso poteva avere per il dialogo fra fede e scienza, Cantore rispose che non aveva frequentato i suoi scritti perché persuaso di un loro panteismo latente. Si tratta di un giudizio diffuso nella Compagnia di Gesù negli anni ‘60 del secolo scorso dal quale anche Cantore, in certo modo, risultava condizionato. In realtà fra i due autori vi sono molti più punti di contatto di quanto a prima vista si possa pensare ed è un peccato che tale frequentazione intellettuale non abbia avuto luogo.
[19] Utile rileggere, in proposito, il testo epocale di Giovanni Paolo II, Discorso agli scienziati nella Cattedrale di Colonia, 15 novembre 1980.
Giuseppe Tanzella-Nitti, Un modo nuovo di guardare l'attività scientifica: l'eredità intellettuale di Enrico Cantore, in Enrico Cantore, Umanesimo scientifico e mistero di Cristo. Raccolta di scritti (1956-2002), a cura di Claudio Tagliapietra, Edusc, Roma 2023, pp. 10-22.
Al nome dell'educatore statunitense Abraham Flexner (1866 – 1959) è legato il rapporto Medical Education in the United States and Canada (1910), noto appunto anche come Rapporto Flexner, documento commissionato dalla Carnegie Foundation for the Advancement of Teaching che segna una svolta nella storia dell'istruzione medica contemporanea. Flexner fu poi il fondatore nel 1930 del Institute for Advanced Study, centro di ricerca di punta con sede a Princeton che ha ospitato alcun dei più rilevanti studiosi del Novecento, da Einstein a Oppenheimer, da Weyl a Gödel. Nell'articolo The Usefulness of Useless Knowledge, di cui presentiamo qui le prime pagine, Flexner rivendica l'importanza della ricerca pura, disinteressata rispetto alle applicazioni pratiche, come condizione necessaria all'innovazione scientifica e tecnologica.
Non è forse un fatto curioso che, in un mondo intriso di odi irrazionali che minacciano la civiltà stessa, uomini e donne - vecchi e giovani - si stacchino del tutto o in parte dalla corrente rabbiosa della vita quotidiana per dedicarsi alla coltivazione della bellezza, all’estensione della conoscenza, alla cura delle malattie, al sollievo della sofferenza, proprio come se dei fanatici non fossero simultaneamente impegnati a diffondere dolore, bruttezza e sofferenza?
Il mondo è sempre stato un luogo triste e confuso - eppure poeti, artisti e scienziati hanno ignorato i fattori che, se considerati, li paralizzerebbero. Da un punto di vista pratico, la vita intellettuale e spirituale è, in superficie, una forma di attività inutile, alla quale gli uomini si abbandonano perché procura loro soddisfazioni maggiori di quelle altrimenti ottenibili. In questo saggio mi occuperò della questione di fino a che punto il perseguimento di queste soddisfazioni inutili si riveli, inaspettatamente, la fonte da cui deriva un’utilità impensata.
Sentiamo ripetere fino alla noia che la nostra è un’epoca materialistica, la cui principale preoccupazione dovrebbe essere una più ampia distribuzione dei beni materiali e delle opportunità mondane. Il giustificato grido di protesta di coloro che, senza colpa, sono privati di opportunità e di una giusta quota di beni terreni distoglie perciò un numero crescente di studenti dagli studi che i loro padri seguivano, verso lo studio - altrettanto importante e non meno urgente - dei problemi sociali, economici e politici. Non ho nulla da obiettare a questa tendenza. Il mondo in cui viviamo è l’unico mondo di cui i nostri sensi possano testimoniare. Se non viene reso un mondo migliore, più giusto, milioni di persone continueranno a scendere nella tomba in silenzio, rattristate e amareggiate.
Io stesso ho trascorso molti anni a sostenere che le nostre scuole dovrebbero diventare più consapevoli del mondo in cui i loro alunni e studenti sono destinati a vivere. Ora, però, a volte mi chiedo se quella corrente non sia diventata troppo impetuosa e se vi sarebbe sufficiente spazio per una vita piena, qualora il mondo venisse svuotato di alcune delle cose inutili che gli conferiscono significato spirituale; in altre parole, se la nostra concezione di ciò che è utile non sia diventata troppo angusta per essere adeguata alle possibilità erranti e capricciose dello spirito umano.
Possiamo considerare questa questione da due punti di vista: quello scientifico e quello umanistico o spirituale. Cominciamo da quello scientifico. Ricordo una conversazione che ebbi alcuni anni fa con il signor George Eastman sul tema dell’utilità. Il signor Eastman, uomo saggio, mite e lungimirante, dotato di gusto per la musica e per l’arte, mi diceva che intendeva dedicare la sua immensa fortuna alla promozione dell’istruzione in materie utili. Mi azzardai a chiedergli chi considerasse il lavoratore più utile, nel campo della scienza, al mondo. Mi rispose immediatamente: “Marconi”. Lo sorpresi dicendogli: “Qualunque piacere ricaviamo dalla radio, e per quanto la telegrafia senza fili e la radio abbiano aggiunto alla vita umana, la parte di Marconi è stata praticamente trascurabile”.
Non dimenticherò il suo stupore in quell’occasione. Mi chiese di spiegarmi. Gli risposi, più o meno, così:
“Signor Eastman, Marconi era inevitabile. Il vero merito di tutto ciò che è stato fatto nel campo della comunicazione senza fili appartiene, per quanto un merito così fondamentale possa essere assegnato con precisione a qualcuno, al professor Clerk Maxwell, che nel 1865 compì certi calcoli astrusi e remoti nel campo del magnetismo e dell’elettricità. Maxwell pubblicò le sue equazioni astratte in un trattato apparso nel 1873. Alla riunione successiva della British Association, il professor H. J. S. Smith di Oxford dichiarò che ‘nessun matematico può sfogliare le pagine di questi volumi senza rendersi conto che essi contengono una teoria che ha già arricchito enormemente i metodi e le risorse della matematica pura’. Altre scoperte integrarono il lavoro teorico di Maxwell nei quindici anni successivi. Infine, nel 1887 e 1888, il problema scientifico che ancora restava - l’individuazione e dimostrazione delle onde elettromagnetiche che sono i vettori dei segnali senza fili - fu risolto da Heinrich Hertz, ricercatore nel laboratorio di Helmholtz a Berlino. Né Maxwell né Hertz ebbero alcun interesse per l’utilità del loro lavoro; un simile pensiero non passò mai loro per la mente. Non avevano alcun obiettivo pratico. L’inventore in senso giuridico fu, naturalmente, Marconi; ma che cosa inventò Marconi? Soltanto l’ultimo dettaglio tecnico, soprattutto il dispositivo ricevente ormai obsoleto chiamato coherer, quasi universalmente abbandonato”.
Hertz e Maxwell non poterono inventare nulla, ma fu il loro lavoro teorico “inutile” a essere raccolto da un abile tecnico, e quel lavoro ha creato nuovi mezzi di comunicazione, utilità e svago, grazie ai quali uomini dai meriti relativamente modesti hanno ottenuto fama e guadagnato milioni. Chi furono, dunque, gli uomini utili? Non Marconi, ma Clerk Maxwell e Heinrich Hertz. Hertz e Maxwell erano geni senza alcun pensiero di utilità. Marconi era un inventore ingegnoso che non pensava ad altro che all’utilità.
La menzione del nome di Hertz ricordò al signor Eastman le onde hertziane, e io suggerii che avrebbe potuto chiedere ai fisici dell’Università di Rochester che cosa, precisamente, Hertz e Maxwell avessero fatto; ma una cosa gli dissi che poteva darla per certa: essi avevano svolto il loro lavoro senza alcun pensiero di utilità e, in tutta la storia della scienza, la maggior parte delle scoperte davvero grandi che alla fine si sono rivelate benefiche per l’umanità sono state compiute da uomini e donne mossi non dal desiderio di essere utili, ma semplicemente dal desiderio di soddisfare la propria curiosità.
“Curiosità?” chiese il signor Eastman.
“Sì,” risposi, “curiosità, che può o non può sfociare in qualcosa di utile, è probabilmente la caratteristica più spiccata del pensiero moderno. Non è una novità. Risale a Galileo, a Bacone e a Sir Isaac Newton, e deve essere assolutamente libera da impedimenti. Le istituzioni di istruzione dovrebbero essere dedicate alla coltivazione della curiosità e, quanto meno sono deviate da considerazioni di immediata applicabilità, tanto più è probabile che contribuiscano non solo al benessere umano, ma anche alla soddisfazione - non meno importante - dell’interesse intellettuale, che si può anzi dire sia diventato la passione dominante della vita intellettuale nei tempi moderni.”
The Usefulness of Useless KnowledgeHapers", 179 (1939), pp. 544-545.
L’irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali
Nel quarto capitoletto di L’irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali Eugene P. Wigner ci invita a riflettere sulle ragioni, in gran parte misteriose, dell’incredibile efficacia del pensiero matematico nel riuscire a descrivere il mondo fisico che ci circonda. Dopo aver chiarito cos’è la matematica, cos’è la fisica e quale sia il ruolo della matematica nelle teorie fisiche, il quarto capitolo di questa fortunata operetta, breve e profonda al tempo stesso, ci mostra tre esempi presi dalla fisica classica e moderna. Ognuno di essi ci rende manifesto l’incredibile capacità del linguaggio matematico di formulare leggi di natura “di una accuratezza quasi fantastica”, anche quando quella teoria matematica trova incredibile applicazione ad un problema fisico per il quale quelle regole “non avevano alcun senso”.
Una possibile spiegazione del fatto che il fisico usi la matematica per formulare le leggi di natura è che sia una persona un po’ irresponsabile. Infatti, quando scopre un rapporto tra due quantità che somiglia a un rapporto ben noto in matematica, il fisico salta subito alla conclusione che il rapporto trovato è quello discusso in matematica, semplicemente perché non ne conosce di simili. Non è nostra intenzione difendere il fisico dall’accusa di essere un irresponsabile. Forse lo è. Tuttavia, è importante segnalare che la formulazione matematica dell’esperienza spesso grossolana del fisico lo conduce, in un gran numero di casi, a una descrizione straordinariamente accurata di una vasta classe di fenomeni. Ciò dimostra che il linguaggio della matematica è esemplare non solo per il fatto di essere l’unico che parliamo, ma anche per il fatto di essere, nel vero senso della parola, il linguaggio corretto. Consideriamo alcuni esempi. Il primo, spesso citato, è quello dei moti planetari. Le leggi di caduta dei gravi si affermarono a seguito di esperimenti condotti principalmente in Italia. Tali esperimenti non avevano la precisione nel senso che diamo oggi a questa parola, in parte per l’effetto della resistenza dell’aria, in parte per l’impossibilità, all’epoca, di misurare brevi intervalli di tempo. Eppure, non stupisce che a seguito dei loro studi gli scienziati italiani acquisissero una certa familiarità con i modi in cui gli oggetti si muovono nell’atmosfera. Fu poi Newton a collegare le leggi di caduta dei gravi al moto della Luna, osservando che la parabola tracciata da un sasso lanciato sulla Terra e la traiettoria circolare della Luna nel cielo sono casi particolari dello stesso oggetto matematico, e postulando la legge di gravitazione universale sulla base di una singola – e a quel tempo molto approssimativa – coincidenza numerica. Da un punto di vista filosofico la legge di gravitazione formulata da Newton ripugnava ai suoi contemporanei e a lui stesso. Da un punto di vista empirico, si basava su pochissime osservazioni. Il linguaggio matematico in cui era formulata conteneva il concetto di derivata seconda, e chi di noi ha provato a tracciare il cerchio osculatore a una curva sa che la derivata seconda non è affatto un concetto immediato. La legge di gravitazione che Newton elaborò con riluttanza e che poté verificare con una precisione del quattro per cento circa è risultata precisa a meno di un decimillesimo di punto percentuale, ed è diventata così strettamente associata all’idea di precisione assoluta che solo di recente i fisici hanno avuto il coraggio di indagarne nuovamente i limiti di accuratezza. Certo, l’esempio della legge di Newton, più volte citato, deve essere soprattutto ricordato come grandioso esempio di una legge, formulata in termini che appaiono semplici al matematico, dimostratasi precisa oltre ogni ragionevole aspettativa. Ricapitoliamo la nostra tesi circa questo esempio. In primo luogo, siccome contiene una derivata seconda, la legge risulta semplice soltanto al matematico, non certo al senso comune o a una matricola poco ferrata in matematica. In secondo luogo, è una legge condizionale di portata molto limitata. Non spiega nulla riguardo alla Terra che attrae i sassi di Galileo, alla forma dell’orbita lunare, o ai pianeti del sistema solare. La spiegazione di queste condizioni iniziali è lasciata al geologo e all’astronomo, e loro ci faticano parecchio. Il secondo esempio è quello della meccanica quantistica ordinaria, elementare. Questa ebbe origine quando Max Born notò che alcune regole di calcolo, formulate da Heisenberg, erano formalmente identiche alle regole di calcolo delle matrici, definite molto tempo prima dai matematici. Born, Jordan e Heisenberg suggerirono perciò di sostituire le variabili di posizione e momento delle equazioni della meccanica classica con delle matrici. [6] Essi applicarono le regole della meccanica delle matrici ad alcuni problemi molto astratti e i risultati furono piuttosto soddisfacenti. Eppure, a quei tempi non c’erano prove evidenti che la meccanica delle matrici si sarebbe rivelata corretta in condizioni più realistiche. E infatti essi premettevano: «Se la meccanica qui proposta è corretta nei suoi tratti essenziali». Di fatto, la prima applicazione della loro meccanica a un problema realistico, quello dell’atomo di idrogeno, fu eseguita da Pauli diversi mesi dopo. Questa applicazione fornì risultati in accordo con l’esperienza. Ciò era soddisfacente, ma comunque comprensibile, perché le regole di calcolo di Heisenberg derivavano da problemi che includevano la vecchia teoria dell’atomo di idrogeno. Il miracolo avvenne solo quando la meccanica delle matrici, o una teoria matematicamente equivalente, fu applicata a un problema per il quale le regole di calcolo di Heisenberg non avevano alcun senso. Le regole di Heisenberg presuppongono che le equazioni della meccanica classica abbiano soluzioni con certe proprietà di periodicità, ma le equazioni del moto dei due elettroni dell’atomo di elio, o degli elettroni – in numero anche maggiore – degli atomi più pesanti, semplicemente non hanno queste proprietà. Di conseguenza, le regole di Heisenberg non possono essere applicate a queste situazioni. Ciò nonostante, il calcolo del livello energetico più basso dell’elio, eseguito pochi mesi fa da Kinoshita alla Cornell University e da Bazley al Bureau of Standards, coincide con i dati sperimentali nei limiti di accuratezza delle osservazioni, che è di una parte su dieci milioni. È evidente che in questo caso abbiamo «tirato fuori» dalle equazioni qualcosa che non vi avevamo introdotto. Lo stesso vale per le proprietà qualitative degli «spettri complessi», ossia degli spettri degli atomi più pesanti. Vorrei ricordare una conversazione con Jordan, il quale, quando furono derivate le proprietà qualitative degli spettri, mi disse che una discrepanza tra le regole ricavate dalla teoria della meccanica quantistica e le regole stabilite dalla ricerca sperimentale avrebbe fornito l’ultima opportunità per modificare l’impianto della meccanica delle matrici. In altre parole, Jordan pensava che ci saremmo sentiti impotenti, almeno per un po’, in caso di un inaspettato disaccordo con la teoria dell’atomo di elio. Quest’ultima era stata sviluppata, a suo tempo, da Kellner e Hylleraas. Il formalismo matematico era così chiaro e solido che sarebbe insorta una vera e propria crisi se il miracolo dell’elio prima accennato non si fosse verificato. In un modo o nell’altro la fisica avrebbe sicuramente superato quella crisi. D’altra parte, però, è vero che la fisica, come la conosciamo oggi, non sarebbe possibile senza un costante ripetersi di miracoli simili a quello dell’atomo di elio, che forse è il miracolo più sorprendente avvenuto nel corso dello sviluppo della meccanica quantistica elementare, ma certo non l’unico. In effetti, a nostro parere, il numero di miracoli simili è limitato solamente dalla nostra volontà di cercarli. La meccanica quantistica ha ottenuto, comunque, una serie di successi altrettanto sorprendenti, che ci hanno convinto della sua, diciamo, giustezza. L’ultimo esempio è quello dell’elettrodinamica quantistica, ovvero la teoria dello spostamento di Lamb. Mentre la teoria della gravitazione di Newton ha ancora dei collegamenti diretti con l’esperienza, nella formulazione della meccanica delle matrici l’esperienza entra solo nella forma rarefatta o sublimata delle regole di Heisenberg. La teoria quantistica dello spostamento di Lamb, concepita da Bethe ed elaborata da Schwinger, è una teoria puramente matematica e il contributo immediato dell’esperimento fu soltanto di rivelare l’esistenza di un effetto misurabile. La coincidenza con i calcoli è più accurata di una parte su mille. I tre esempi citati, che potrebbero moltiplicarsi quasi all’infinito, illustrano l’appropriatezza e l’accuratezza della formulazione matematica delle leggi di natura mediante concetti scelti per la loro flessibilità, laddove le «leggi di natura» risultano di una accuratezza quasi fantastica, seppure di una portata strettamente limitata. Suggerirei di chiamare l’osservazione scaturita da questi esempi la «legge empirica dell’epistemologia ». Insieme alle leggi di invarianza essa è un fondamento imprescindibile delle teorie fisiche. Senza leggi di invarianza le teorie fisiche non avrebbero alcun fondamento concreto. Se la legge empirica dell’epistemologia non fosse corretta, verrebbe meno il necessario sostegno emotivo senza il quale le «leggi di natura» non potrebbero essere indagate efficacemente. R.G. Sachs, con cui ho discusso la legge empirica dell’epistemologia, l’ha chiamata il dogma del fisico teorico, ed è proprio così. Tuttavia, quello che per lui è un dogma è corroborato da numerosi esempi concreti, che si aggiungono ai tre già menzionati.
Eugene Paul Wigner, L’irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali, tr. it. a cura di M. Sellito, Adelphi, Milano 2017, pp. 26-32.
Per consentire una maggiore comprensione della Proposta didattica e dunque degli obiettivi che essa si prefigge, proponiamo una sinossi del film Arrival (Denis Villeneuve, 2016) che verrà preso in analisi: