Seminario Vescovile, via Arena 11, Bergamo

Le Intelligenze Artificiali, l’Uomo e la Fede (ISSR Bergamo)


Corso universitario in 10 talkogni martedì, 20:30–22:00, dal 27/01/2026 al 07/04/2026
Seminario Vescovile, Via Arena 11, Bergamo — Costo: 75€

Programma

  • 27/01Che cosa sono le AI. Storia, applicazioni e concetti chiaveDott. Marco Sangalli

  • 03/02Le AI come rivoluzione antropologicaProf. Marco Salvi

  • 10/02Ma le macchine possono davvero pensare?Prof. Tiziano Tosolini

  • 24/02Quale originalità dell’umano?Prof. Massimo Epis

  • 03/03Creazione e salvezza al tempo delle AIProf. Giovanni Gusmini

  • 10/03Algoretica, ovvero l’etica degli algoritmiProf. Renzo Caseri

  • 17/03Imparare e insegnare dopo ChatGPTProf. Marco Lazzari

  • 24/03Parola, Logos, riti e pastoraleProf. Manuel Belli

  • 31/03Spiritualità ed esperienza cristiana 2.0?Prof. Ezio Bolis

  • 07/04Conclusioni e dibattitoProf. Mattia Magoni

Info e iscrizioni: segreteria.issr@teologiabergamo.it

Locandina

Giuseppe Tanzella-Nitti
Centro di Ricerca DISF, emerito di Teologia Fondamentale

   

   

Quando la costruzione del futuro si fa incerta e il presente deve fare i conti con problematiche complesse, guardare al passato non è segno di fuga o di sconfitta, ma segno di saggezza. Le riflessioni dei grandi autori che ci hanno preceduto spesso illuminano il panorama in cui viviamo, suggerendoci quali sono i nodi delle situazioni che oggi attraversiamo. Sono trascorsi 16 secoli dalla stesura dell’opera La città di Dio (426) di Agostino di Ippona (354-430) e molti dei problemi che essa affrontava sono oggi di inaspettata attualità: il fondamento dell’autorità dello Stato, i rapporti fra potere politico e vita civile, il ruolo della religione – del cristianesimo in particolare – nella costruzione della società umana.

Il lettore mediamente informato sull’attuale dibattito socio-culturale, che abita e si sforza di comprendere le circostanze “politiche” del nostro tempo, nel senso più alto del termine, non potrà non trovare interessanti suggestioni nei testi agostiniani e nei commenti qui presentati, di cui queste righe intendono fornire un breve invito alla lettura.

La voce Agostino di Ippona, redatta da Vito Reale nel 2002 per il Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede offre una visione riassuntiva del rapporto fra fede e ragione del più grande autore cristiano dell'antichità, sul cui pensiero hanno lavorato a lungo – e tuttora lavorano – laici e credenti [1]. La sapienza e la scienza hanno per Agostino un rapporto costitutivo con la fede. Anzi, la fede, che è un pensare acconsentendo, non è mai senza ragione, perché è la ragione a dirci a chi dobbiamo credere [2].

Dell’intera opera De civitate Dei, questo sito ospita da tempo uno studio critico, firmato dallo scrivente, riproposto in questo Speciale, che introduce il lettore ai contenuti e all’articolazione di quest’opera, sottolineando il ruolo da essa occupato nella letteratura apologetica dei primi secoli cristiani. Trattandosi di un’opera voluminosa, il lettore che non la conosce e volesse affrontarla, potrà giovarsi di questo studio per scegliere, fra gli argomenti trattati dall’Ipponate, la porta di accesso in maggiore sintonia con la propria sensibilità.

Appartiene proprio a La Città di Dio uno dei due brani agostiniani che presentiamo nello Speciale, tratto dal Libro VI, di cui il testo di Joseph Ratzinger, Verità del cristianesimo?, oggetto di una nota conferenza alla Sorbona a Parigi nell’anno 1999, offre un qualificato e incisivo commento. Dei tre modi con cui la civiltà del tempo soleva parlare di Dio e del divino – in riferimento alla filosofia naturale nell’ambito del cosmos, in riferimento alla poesia nell’ambito del mythos, e in riferimento all’autorità divina dello Stato e dell’imperatore nell’ambito della polis – i cristiani scelsero il primo e rifiutarono gli altri due. Di Dio si poteva parlare solo partendo dalla realtà conoscibile anche dalla ragione, cioè dal cosmo, non dalle favole mitiche del teatro, né da un’autorità che attribuiva dignità divina a chi palesemente non la possedeva.

Entra nel vivo del rapporto fra cristianesimo e politica l’articolo firmato da Benedetto Ippolito. Dopo aver riepilogato le ragioni per le quali Agostino decise di scrivere il De civitate Dei – rispondere alle critiche di coloro che vedevano nell’abbandono degli dèi protettori dell’Urbe e nell’accoglienza del cristianesimo l’origine dei mali e del declino dell'Impero – l’Autore commenta la “logica delle due città”, mostrando come esse non rappresentino due “luoghi” diversi bensì due “sorgenti interiori” di motivazione per l’azione sociale e politica: si può edificare una società consapevole che il suo fondamento risieda in una giustizia trascendente, ultimamente in Dio, oppure edificarla su un potere umano affermato e stabilito su basi meramente terrene e quindi, ultimamente, su una logica di conflitto e di superbia. Nel primo caso si resterebbe in qualche modo aperti al riconoscimento di doveri comuni di giustizia, nel secondo caso il diritto verrebbe stabilito su basi individualistiche e riaffermato continuamente, senza escludere l’uso della forza. Negata la relazione fondativa che lega l’essere umano a Dio, tutto diventa precario e instabile. La visione di Agostino, osserva Ippolito, trova però un suo completamento nel pensiero di Tommaso d’Aquino, più ottimista nei riguardi della natura umana: abbandonata a sé stessa quest’ultima non tenderebbe alla superbia e all’amor sui, ma resterebbe pur sempre aperta all’amor Dei, perché intrinsecamente relazionale (politica, direbbe Aristotele) e orientata alla costruzione di una società terrena buona. Entrambi, Agostino e Tommaso, sono comunque d’accordo che la ragione ultima della giustizia e della pace vada riposta nella relazione con Dio – da riconoscere esplicitamente per Agostino, da assumere almeno implicitamente per Tommaso – senza della quale nessuna società umana potrebbe essere edificata.

Qualche anno prima della redazione de La Città di Dio, e subito dopo il sacco di Roma ad opera dei Visigoti guidati da Alarico (410), Agostino si era diretto al funzionario imperiale Marcellino anticipando già in nuce – nella Epistola n. 138, anch’essa offerta dallo Speciale che stiamo presentando – le argomentazioni che svilupperà in seguito nella sua opera maestra: l’Impero romano sta cadendo a causa della corruzione dei suoi costumi e della incapacità di costruire relazioni vere e virtuose, non a motivo della fede in Gesù Cristo che avrebbe sostituito quella degli dèi pagani. L’Impero non è stato in grado di educare i suoi cittadini e ne paga le conseguenze: «ci diano tali provinciali, tali mariti, tali sposi, tali genitori, tali figli, tali padroni, tali servi, tali re, tali giudici, infine tali contribuenti e tali esattori del fisco, quali prescrive che siano la dottrina cristiana, e poi osino chiamarla nemica dello Stato e non esitino piuttosto a confessare che, se essa fosse osservata, sarebbe la potente salvezza dello Stato». Parole forti, che rilette a distanza di 16 secoli mantengono inalterata la loro provocazione.

Rocco Buttiglione, infine, ci offre una breve e stimolante riflessione sulla causa della fede di Agostino, capace di sostenere non solo la sua visione teologica, ma anche quella sociale e politica. Sant’Agostino si sente fondato e radicato nella Chiesa, nei santi e negli autori che lo hanno preceduto: è sulla loro autorità e in compagnia di essi, che il vescovo di Ippona compie la sua opzione per il cristianesimo, confortato dalla ragione e accompagnato dagli insegnamenti della storia.

Cosa può dire a noi, di fronte alle circostanze in cui versa il presente, la lettura di questi testi? In primo luogo, la loro attualità deriva dal fatto che il cuore e la coscienza dell’essere umano sono sempre gli stessi. Ieri come oggi, tutti possiamo costruire la nostra vita su due amori, l’amore solo per sé stessi oppure l’amore per gli altri, in definitiva l’amore per Dio. In secondo luogo, la ricerca di un fondamento per le nostre leggi, la giustizia e la pace, non è per nulla terminata: è un viaggio lungo, cominciato con le nostre origini sulla terra. La domanda circa questo fondamento ci accompagna e va conservata: essa esprime la nostra dignità. Risolverla in modo convenzionale, autoritario o frettoloso o, peggio, delegittimarla, non contribuisce alla causa della giustizia, ma la mina e non può portare alla vera pace. Quella fra gli uomini e quella con sé stessi.

 

[1] Non sfugge, ad esempio, l’interesse tributato da Marcello Pera all’opera di Agostino, nei suoi recenti volumi: M. Pera, Lo sguardo della caduta. Agostino e la superbia del secolarismo, Morcelliana, Brescia 2022, seguito da dibattito con Dario Antiseri, pubblicato in D. Antiseri, M. Pera, Europa senz’anima? Politica, cristianesimo, scienza, Scholé - Morcelliana, Brescia 2024 e da una nuova edizione del volume M. Pera, Critica della ragione secolare. La modernità e il cristianesimo di Kant, Le Lettere, Bagno a Ripoli (FI) 2025.

[2] Credere est cum assentione cogitare (cf. De praedestinatione sanctorum, II, 5); è la ragione a farci ponderare ogni cosa: cum consideratur cui credendum sit (cf. De vera Religione, 24, 45).

 

 

Benedetto Ippolito
Università degli Studi Roma Tre
 

   

Introduzione

All'alba del V secolo, mentre l'Impero Romano vacillava sotto i colpi dei Visigoti che saccheggiavano Roma nel 410 d.C., un'accusa pesante si levò contro la nascente fede cristiana: la sua religione, avendo soppiantato il culto degli antichi dèi, era la vera causa della ruina dello Stato. Fu in risposta a questa drammatica crisi spirituale e politica che Sant'Agostino d'Ippona compose la sua opera monumentale, il De civitate Dei (La città di Dio). Lungi dall'essere una semplice apologia, l'opera offre una profonda teologia della storia e una filosofia politica la cui acutezza risuona ancora oggi. La tesi centrale di questo saggio è che la visione politica agostiniana, fondata sulla distinzione fondamentale tra la "città di Dio" e la "città degli uomini", offre un "realismo politico" perenne, un antidoto indispensabile contro le utopie e le pretese assolutistiche di ogni potere terreno. Esploreremo questa visione, dalla sua origine spirituale alla sua critica radicale dello Stato, per argomentare infine come la sua integrazione con il pensiero di San Tommaso d'Aquino sia essenziale per una comprensione completa e costruttiva della teologia politica cristiana nel nostro tempo.

Il fondamento della politica: le due città

La dottrina agostiniana delle due città non è una semplice divisione geopolitica, ma una diagnosi spirituale della condizione umana che sta alla base di ogni ordinamento sociale. Non si tratta di distinguere tra Chiesa e Impero come istituzioni visibili, ma di svelare i due principi interiori, i due amori contrapposti, che generano due diverse società spirituali. Questa analisi scende alla radice dell'agire umano, mostrando come ogni comunità politica sia inevitabilmente il riflesso di un orientamento fondamentale del cuore.

Agostino definisce le due città in base al loro amore fondante, al loro fine ultimo e alla natura della loro cittadinanza. La loro contrapposizione delinea le due uniche, possibili traiettorie dell'esistenza umana e della storia.

Per illustrare questa divisione fondamentale, Agostino si rifà al racconto biblico di Caino e Abele.

Dai progenitori del genere umano nacque prima Caino che appartiene alla città degli uomini, poi Abele che appartiene alla città di Dio.

Caino, l'omicida del fratello, è il fondatore della prima città terrena. Egli incarna l'uomo che cerca la propria sicurezza e il proprio possesso nel mondo. Abele, al contrario, "in quanto esule, non la edificò". Egli è la figura del pellegrino, dello straniero la cui speranza non risiede nelle costruzioni umane ma nella promessa divina. Questa divisione archetipica non si esaurisce in quell'atto primordiale, ma attraversa l'intera storia umana, manifestandosi in ogni generazione e in ogni società.

Natura spirituale e coesistenza

È cruciale comprendere che, secondo Agostino, queste due città non sono entità politiche visibili e separate. Al contrario, esse sono due società spirituali "commiste dall'inizio fino alla fine" del tempo. Vivono fianco a fianco, spesso indistinguibili dall'esterno, fino al giudizio finale che le separerà definitivamente. Agostino osserva acutamente che vi sono "Figli della Chiesa nascosti tra gli infedeli e falsi cristiani nella Chiesa", a dimostrazione che l'appartenenza a una delle due città è una questione di orientamento interiore, non di affiliazione esteriore.

Questa distinzione fondamentale, che pone l'amore e la fede al centro della vita sociale, porta Agostino a formulare una critica radicale del concetto stesso di giustizia e di Stato come erano stati intesi dalla tradizione classica.

Una critica radicale dello Stato: giustizia e pace terrena

La definizione agostiniana di Stato rappresenta una sfida diretta e profonda alla tradizione politica classica, in particolare a quella ciceroniana. Ridefinendo i concetti di giustizia e pace in una prospettiva teologica, Agostino priva lo Stato terreno di ogni pretesa di assolutezza e lo riconduce a un ruolo strumentale e limitato.

L'assenza di vera giustizia

Partendo dalla celebre definizione di res publica di Cicerone come "cosa del popolo" (res populi), Agostino ne smonta le fondamenta con una logica stringente.

Ha infatti definito il popolo come l'unione di un certo numero d'individui, messa in atto dalla conformità del diritto... dimostra che senza la giustizia non si può amministrare lo Stato.

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Il sacco di Roma, di Évariste Vital Luminais (1821–1896). New York, Sherpherd Gallery.

Se non c'è Stato senza popolo, e non c'è popolo senza diritto, e non c'è diritto senza giustizia, la domanda cruciale diventa: cos'è la vera giustizia? Per Agostino, la giustizia è "la virtù che distribuisce a ciascuno il suo". Ma il primo e fondamentale "suo" da riconoscere è ciò che è dovuto a Dio: l'adorazione e l'obbedienza. Pertanto, uno Stato che nega il culto al vero Dio e si sottomette "ai demoni infedeli" è intrinsecamente ingiusto. La conclusione di Agostino è tagliente: poiché nessuno Stato pagano, inclusa la gloriosa Roma, ha mai praticato la vera giustizia, nessuno di essi è mai stato una vera repubblica. La sua conclusione è una delle più radicali nella storia del pensiero politico: «Remota itaque iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia?» (Tolta dunque la giustizia, che cosa sono i regni se non grandi associazioni a delinquere?).

Il fine limitato della città terrena

Se lo Stato terreno non può realizzare la vera giustizia, qual è il suo ruolo nel disegno provvidenziale di Dio? Agostino gli assegna una funzione necessaria ma limitata: il mantenimento di una pace terrena (pax terrena). Il suo scopo non è creare cittadini virtuosi o condurli alla felicità, ma garantire un ordine esteriore e una sicurezza temporale che prevengano la disgregazione sociale. Questa pace è un bene relativo, un accordo provvisorio tra le volontà umane per la conservazione dei beni terreni. Agostino illustra la miseria di questa giustizia limitata con l'esempio tragico del giudice che, nel "buio della vita associata" (in hoc saeculi caecitate), è costretto a torturare testimoni innocenti, infliggendo una sofferenza certa per una verità incerta. Di questa pace, tuttavia, usufruiscono sia i cittadini della città terrena, che la considerano il loro fine ultimo, sia i cittadini della città di Dio, che la utilizzano come una condizione necessaria per poter compiere in tranquillità il loro pellegrinaggio verso la patria celeste.

La vera pace

La pax terrena è radicalmente diversa dalla pax aeterna, la vera pace a cui anela la Città di Dio. Mentre la prima è un'assenza precaria di conflitto, la seconda è la perfetta e imperturbabile tranquillità di un ordine in cui ogni cosa è al suo posto, in armonia con il suo Creatore. È "la pace sommamente piena e certissima" che si trova solo nell'unione con Dio, il sommo bene. Agostino afferma che la felicità di questa vita, anche la più pacifica, "paragonata alla felicità che consideriamo finale, è piuttosto infelicità".

La critica agostiniana dello Stato, che ne svela l'incapacità di fondare la vera giustizia e di donare la vera pace, si rivela così un antidoto perenne contro le pretese totalizzanti e le illusioni utopiche della politica moderna.

L'eredità agostiniana: un realismo politico perenne

Il "realismo politico" di Agostino è il suo lascito più duraturo e attuale. La sua straordinaria importanza oggi risiede nella capacità di smascherare le pretese ideologiche di creare una società perfetta sulla terra, riconducendo costantemente la politica alla sua vera radice: la realtà della natura umana segnata dal peccato e dalla brama di dominio (libido dominandi).

La radice del disordine politico

Secondo Agostino, la causa fondamentale del disordine politico, della violenza e dell'ingiustizia non risiede in strutture economiche o sociali errate, ma nel cuore dell'uomo. È il peccato originale, e in particolare la superbia (superbia) — il desiderio di essere principio a se stessi, di non dipendere da Dio — a generare il conflitto.

Prima della caduta il cuore si insuperbisce... già in essa v'è il distacco con cui si abbandona l'Essere più in alto.

Questa superbia si manifesta politicamente nella libido dominandi, la "passione del potere". Questa brama di dominio non è altro che la manifestazione politica di quell'amor sui, l'amore di sé, che Agostino ha identificato come il principio fondante della città terrena. Agostino ne trova innumerevoli esempi nella storia:

La corruzione romana: "la graduale immoralità con cui crebbe fra i Romani la passione del potere".

La crudeltà dei tiranni: come l'imperatore Nerone, che "raggiunse la cima e quasi la rocca di questo vizio".

La conflittualità intrinseca alla storia: l'atto fondativo di Roma stessa è segnato dal fratricidio, quando Romolo, "intollerante del fratello come compagno", lo uccide per regnare da solo.

Critica alle ideologie utopiche

La prospettiva agostiniana serve da potente critica a ogni ideologia politica — antica o moderna — che promette la salvezza e la felicità perfetta su questa terra. Per Agostino, tale felicità è impossibile nella storia. La vita terrena, anche per i giusti, è una "condizione infelice dell'uomo". Ogni tentativo di realizzare il paradiso con mezzi puramente umani non è altro che una manifestazione della superbia originaria, un tentativo di costruire una "città degli uomini" che si erge a sostituto della Città di Dio. Tali sforzi, inevitabilmente, conducono a nuove e più terribili forme di oppressione, poiché chi promette il cielo in terra finisce per creare l'inferno.

Sebbene il realismo di Agostino sia una lente critica indispensabile per comprendere la politica, per una teologia politica che sia anche costruttiva è necessario integrarlo con una visione che valorizzi maggiormente il ruolo della natura e della ragione, come suggerisce la tradizione filosofica successiva.

Verso una sintesi: l'integrazione necessaria con San Tommaso d'Aquino

Per una visione politica cristiana pienamente equilibrata, il dialogo tra il realismo di Agostino e la sintesi di Tommaso d'Aquino è di fondamentale importanza. La prospettiva agostiniana, pur essendo un correttivo perenne contro l'orgoglio politico, se presa in isolamento rischia di condurre a una svalutazione eccessiva della politica terrena, riducendola a un mero strumento di contenimento del male.

L'importanza della sintesi

È cruciale integrare oggi il pensiero di Agostino con quello di Tommaso perché la visione agostiniana, fortemente segnata dal contesto della caduta di Roma, tende a focalizzarsi sullo Stato come remedium peccati, un rimedio necessario ma imperfetto alle conseguenze del peccato. Molti passi del De civitate Dei evidenziano come la giustizia terrena sia un'impresa tragica e imperfetta, in cui anche il giudice più saggio è costretto a operare nell'incertezza e a causare sofferenza. Questa visione, se non bilanciata, può portare a un certo quietismo politico o a una concezione puramente negativa del potere.

Il contributo complementare

Per completare il quadro, è necessario guardare a una tradizione di pensiero, il cui vertice è rappresentato da San Tommaso d'Aquino, che offre una visione complementare. Una sintesi con il pensiero tomista permette di concepire lo Stato non solo come una forza coercitiva nata dalla necessità di arginare il disordine, ma anche come un'istituzione naturale, radicata nella natura intrinsecamente sociale dell'uomo e positivamente orientata al conseguimento del bene comune. Questa prospettiva non nega la realtà del peccato, ma la inserisce in un quadro più ampio in cui la natura umana, sebbene ferita, non è completamente corrotta.

Equilibrio tra grazia e natura

L'integrazione tra i due grandi Dottori della Chiesa consente di mantenere il fondamentale realismo agostiniano sulla fragilità umana e sulla pervasività del peccato, arricchendolo con una visione più positiva del ruolo della ragione, della legge naturale e delle istituzioni politiche. Lo Stato, in questa visione sintetica, non è solo un argine al male, ma anche un ambito in cui, pur con tutti i limiti della condizione terrena, è possibile promuovere una certa misura di fioritura umana e di giustizia in vista del bene comune.

Questa feconda tensione tra la critica agostiniana e la visione costruttiva tomista offre le coordinate per orientare il pensiero e l'azione politica dei cristiani nel mondo contemporaneo.

Conclusione

La visione politica di sant'Agostino, nata dalle ceneri dell'Impero Romano, rimane di una sconcertante attualità. La sua analisi, incentrata sulla distinzione tra la città di Dio e la città degli uomini, offre una chiave di lettura perenne della storia umana, intesa come il campo di battaglia tra due amori: l'amore di Dio fino al disprezzo di sé e l'amore di sé fino al disprezzo di Dio. La sua critica radicale allo Stato, fondata sull'impossibilità di una vera giustizia senza il riconoscimento del primato di Dio, e il suo conseguente realismo anti-utopico, ne fanno un maestro indispensabile per chiunque voglia comprendere la politica al di là delle sue pretese ideologiche.

Il pensiero agostiniano si conferma così un antidoto perenne alla superbia politica, quella tentazione ricorrente di divinizzare il potere terreno e di promettere una salvezza intramondana. Esso ci ricorda che nessuna città terrena può essere la patria definitiva dell'uomo e che ogni ordine politico è provvisorio, imperfetto e segnato dalla fragilità della condizione umana.

La sfida per un pensiero politico cristiano maturo oggi è quella di tenere in feconda tensione il realismo agostiniano con una visione costruttiva del bene comune politico. Si tratta di un equilibrio delicato, la cui importanza è stata evidenziata dalla necessità di un dialogo con la tradizione tomista. Pur senza illudersi di poter costruire il paradiso in terra, è dovere di ogni cittadino operare per una città terrena più giusta, in attesa di quella Città celeste dove la Giustizia stessa regna in modo eterno e assoluto.

Palazzo Corsini, Accademia Nazionale dei Lincei, Via della Lungara 10 – Roma

Domenica 11 gennaio 2026 alle 11.00, nello storico Palazzo Corsini (Accademia Nazionale dei Lincei, Via della Lungara 10 – Roma, Sala Scienze Fisiche) si terrà la Lettura corsiniana di Martino Bolognesi e Roberta Oberti: “Dai minerali alle molecole della vita – la struttura atomica della materia rivela proprietà e funzioni”.

Ingresso su registrazione (modulo) e diretta streaming sui canali Lincei

Pontificia Università della Santa Croce

Martedì 13 gennaio 2026 ore 15.00, presso la Pontificia Università della Santa Croce, aula Àlvaro del Portillo, si terrà il Seminario organizzato dalla Facoltà di Filosofia che vede l'intervento della Prof.ssa Laura PALAZZANI (LUMSA), su Etica della ricerca. Dalla biomedicina alle scienze umane e sociali.

Introduce Elena Colombetti (Pontificia Università della Santa Croce).

Locandina

 

Giuseppe Tanzella-Nitti

Non so quanti di voi abbiano usato un caleidoscopio. Quando ero ragazzino (parliamo di 60 anni fa) era un giocattolo comune. Un semplice tubo di cartone con dei piccoli frammenti di vetro che, riflessi da due o più specchi, quando si faceva ruotare il tubo prendevano la forma di molteplici figure simmetriche, sempre diverse, mai uguali, tutte provenienti dagli stessi pochi e piccoli frammenti contenuti al suo interno. Il Natale, ciò che esso è e ciò che esso evoca, può paragonarsi a quei piccoli frammenti capaci di dare origine a luci straordinarie, nelle letture che ne danno l’arte, la letteratura, la cultura popolare, il cinema (quello buono), la musica e, ovviamente, il cristianesimo, che di tutte quelle letture è l’origine, sebbene per molti sia adesso un’origine quasi nascosta.

I testi che il portale disf.org propone in queste settimane di Avvento sono immagini eterogenee, composite, che prendono però tutte luce da mistero che si trova al loro centro e che esse riflettono. A queste se ne potrebbero aggiungere infinite altre, quelle che la cultura umana ha prodotto negli ultimi duemila anni, ma anche quelle che l’umanità ha intravisto, forse desiderato,prima della nascita di Gesù di Nazaret , come suggerisce ad esempio la comprensione del mito come praeparatio evangelii in C.S. Lewis.

Leone Magno scrive qualche anno dopo il Concilio di Calcedonia (451), divulgando in modo accessibile a tutti la dottrina cattolica sull’unità della Persona del Verbo e le sue due nature, quella umana e quella divina, unite, appunto, perché possedute da una medesima persona, in modo inconfuso, immutabile, inseparabile e indivisibile. Da questa semplice definizione, dipende tutta l’originalità del mistero cristiano rispetto alla mitologia greca e ella filosofia orientale: Dio viene incontro all’uomo, si unisce all’uomo, restando Dio, ma assumendo su di sé, come sua natura, tutto ciò che l’essere umano è. «La sua origine è diversa dalla nostra, – afferma Leone Magno – ma la sua natura è uguale alla nostra», «discende dalla sede celeste senza, però, allontanarsi dalla gloria del Padre», «pur rimanendo invisibile nella sua natura è diventato visibile nella natura nostra»; «egli che è l'immenso, ha voluto essere racchiuso nello spazio: pur restando nella sua eternità, ha voluto incominciare a esistere nel tempo», «l'immortale non ha rifiutato di sottomettersi alla legge della morte». Di fronte a questo modo così stretto e reale con cui l’amante si fa prossimo all’amato, fino a diventare una sola cosa con lui, tutte le altre storie d’amore impallidiscono.

Nel primo messaggio Urbe et orbi, alla città e al mondo, che Giovanni Paolo II dirige a braccio due mesi dopo la sua elezione, il giorno di Natale del 1978, presenta il Natale come “festa dell’uomo”, ovvero come la radice dalla quale prende forza ogni discorso sulla dignità della persona umana.«Accettate la grande verità sull’uomo. Accettate la piena verità sull’uomo pronunziata nella notte di Natale. Accettate questa dimensione dell’uomo, che si è aperta a tutti gli uomini in questa Santa Notte!». L’invito, rivolto a tutti, credenti e non credenti, è ad accettare il mistero di questo annuncio. Un invito che, in alcuni passaggi del successivo magistero di Benedetto XVI, sarà presentato come il coraggio di “vivere come se Dio esistesse”, perché da ciò sembra proprio dipendere, in modo emblematico, il bene dei popoli e dell’umanità. Affermava Giovanni Paolo II in questo messaggio: «In questo mistero si trova la forza dell’umanità. La forza che irradia su tutto ciò che è umano. Non rendete difficile questa irradiazione. Non la distruggete. Tutto ciò che è umano, cresce da questa forza; senza di essa deperisce; senza di essa va in rovina». Difendere la narrazione del Natale – per i credenti,la storia di Dio entrato davvero nel mondo – è qualcosa con cui, ci sembra poter dire, la dignità dell’essere umano sta o cade. L’esperienza di vederla purtroppo caduta troppe volte, in troppi luoghi, con troppo dolore, dovrebbe farci tutti pensare e aiutarci a tirare le conseguenze.

Se fare questa scelta, cioè aprirsi alla possibilità del mistero del Natale, può risultare gravosa e controcorrente, Raniero Cantalamessa, in un originale sermone di Avvento pronunciato nella Basilica di san Pietro nel 2010, sembra volercene offrire le ragioni di convenienza. Ripercorrendo la vicenda del rapporto fra fede e ragione in Occidente, egli argomenta come l'esperienza del sacro, lungi dal mortificare la ragione, le mostra le sue vere possibilità. Una volta superati i condizionamenti del riduzionismo neopositivista, la ragione può cercare cammini che possano aprirla alla nozione di Dio e al suo riconoscimento nella natura e nell'esistenza umana.

Nella sua opera Vita activa. La condizione umana (1958), Hannah Arendt riflette sul “miracolo” della nascita di un essere umano e ne parla come l’unico, vero elemento che può dare speranza al genere umano, apparentemente chiuso nell’itinerario che dalla vita lo conduce alla morte. La nascita di un nuovo essere umano è «il miracolo che preserva il mondo», l’unica esperienza che può generare fede e speranza, due caratteristiche, afferma Arendt, che la cultura greca ignorava. «È questa fede e speranza nel mondo trova forse la sua più gloriosa e efficace espressione nelle poche parole con cui il vangelo annunciò la "lieta novella" dell’avvento: "Un bambino è nato fra noi"».

Può essere infine letto come una metafora del Natale anche il bellissimo film di Frank Capra La vita è meravigliosa (1946), una storia di crisi e di salvezza che fa riflettere sul senso della vita di ciascuno, anche quando sembra ormai irrimediabilmente perduta. Sull’orlo del suicidio, dopo aver visto l’ormai inevitabile tracollo della sua banca, attraverso la quale aveva pure fatto tanto bene a tanta gente, il protagonista George Bailey (James Stewart) incontra un personaggio misterioso, svelatosi poi essere un angelo. Proprio di fronte alla sua disperazione – “sarebbe stato meglio se non fossi mai nato”, afferma Bailey – l’angelo Clarence gli fa vedere come sarebbe stata la sua città, il mondo, se egli non fosse mai nato, se non avesse fatto il bene attraverso il suo lavoro. E qui il nostro interrogativo: come sarebbe stata la storia degli uomini, come sarebbe stata la storia dell’Occidente, ma anche del mondo intero, se il cristianesimo non fosse mai sorto, se non fosse mai esistito il suo sconvolgente messaggio che Dio si è fatto uomo ed è diventato uno di noi? Quali destini i popoli e le nazioni avrebbero conosciuto negli ultimi duemila anni se la cultura umana non avesse scoperto, in Gesù di Nazaret, il senso del perdono e della misericordia, il valore della libertà e della speranza del Cielo? Come sarebbe il mondo senza il Natale?

Domande supreme, che esortano a maggiore consapevolezza i credenti, ma fanno riflettere anche i non credenti sul corso del mondo e degli eventi, provvidenziali, che lo visitano. Accostiamoci ancora una volta al Natale, come ad un caleidoscopio che ci riserva immagini inedite, sempre nuove, dove bellezza e speranza possono congiungersi.